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UNITED NATIONS, Sept. 16, 2019 Kelly Craft (front) , U.S. permanent representative to the United Nations, addresses a Security Council meeting on the situation in Yemen, at the UN headquarters in New York, Sept. 16, 2019. The top UN envoy for Yemen Martin Griffiths on Monday warned that the attack on Saudi oil facilities may drag Yemen into ''a regional conflagration. (Credit Image: © Li Muzi/Xinhua via ZUMA Wire)

Gli attacchi di sabato degli huthi, o di chi per loro, agli impianti petroliferi sauditi avviluppano sempre più in un’unica matassa tutte le crisi del Golfo e rischiano di coinvolgere l’Iraq, che ne pareva fuori. Washington punta il dito contro Teheran e viaggia di concerto con Riad. La speculazione energetica internazionale s’affretta a gridare allo stato d’emergenza per avallare aumenti di prezzo immotivati da quanto accaduto: il danno è stimato dell’ordine del 5% delle forniture petrolifere mondiali, ma – secondo esperti citati dal New York Times – dovrebbe essere di breve durata.

Nello stesso giorno, l’Iran si trova sotto processo su due fronti. Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove gli Usa lo accusano in modo aperto; e all’Aiea, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, a Vienna, dove gli vengono contestati gli sforamenti dell’accordo sul nucleare (denunciato da oltre un anno da Washington, che ha ripristinato in modo unilaterale le sanzioni contro Teheran).

A prescindere dal livello di coinvolgimento reale dell’Iran negli attacchi di sabato, tutto da accertare, la strategia della “massima pressione” dell’Amministrazione Trump sta favorendo le convergenze fra Teheran e i suoi alleati regionali – osserva Roberto Iannuzzi, uno dei più acuti mediorientalisti italiani -, rendendoli più aggressivi (anche in conseguenza dell’intervento dei sauditi nello Yemen e delle azioni israeliane dall’Iraq al Libano)”.

La prospettiva d’un incontro tra i presidenti Usa Donald Trump e iraniano Hassan Rohani a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la prossima settimana, pare ormai sfumata: “Trump – osserva Iannuzzi – non avrà un negoziato con l’Iran se non sospenderà le sanzioni; e, se continuerà con l’attuale strategia, il rischio di un conflitto regionale si fa concreto”.

Alla vigilia delle elezioni politiche israeliane – oggi si vota -, il rialzo della tensione nella Regione va a tutto vantaggio delle posizioni securitarie del premier uscente Benjamin Netanyahu, cui Trump, da quando è alla Casa Bianca, non nega mai un favore; mentre, ad Ankara, Turchia, Russia e Iran si fanno garanti dell’integrità territoriale della Siria nel momento in cui se ne riservano aree d’influenza. Con a fianco Putin e Rohani, Erdogan parla di un “consenso assoluto” fra loro tre e afferma che il loro incontro dà “una nuova spinta” al processo di pace di Astana da loro patrocinato, “la sola iniziativa che ha permesso di fare passi avanti concreti in Siria”.

Gli Stati Uniti diffondono foto satellitari che mostrano almeno 17 punti di impatto negli impianti petroliferi sauditi degli attacchi condotti con droni provenienti da nord o nord-ovest – lo Yemen si trova a sud -. Il che fa ipotizzare un raid proveniente dal Golfo persico settentrionale, cioè dall’Iran o dall’Iraq, dove ci sono ancora milizie sciite vicine a Teheran, dislocate lì quando la priorità era combattere il sedicente Stato islamico sunnita, l’Isis.

Gli Huthi, gli insorti sciiti yemeniti, hanno però rivendicato l’azione, che ha colpito una raffineria, la più grande al mondo, e un importante giacimento di petrolio gestito dalla compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco.

Anche le indagini condotte dall’Arabia Saudita suggeriscono che gli attacchi  “non sono stati lanciati dallo Yemen” e che sono state usate “armi iraniane” (gli huthi sono comunque foraggiati dall’Iran).

Molto più prudente l’inviato dell’Onu in Yemen, Martin Griffiths: al Consiglio di Sicurezza riferisce che “non è del tutto chiaro chi sia dietro gli attacchi alle strutture petrolifere saudite”: “E’ un incidente estremamente serio, con conseguenze che vanno molto al di là della regione”, aggiunge, rilevando che “gli attacchi rischiano di trascinare lo Yemen in una conflagrazione regionale” – come se già non ci fosse in mezzo-.

Per gli Stati Uniti, si tratta di “un attacco all’approvvigionamento energetico mondiale”. Kelly Craft, ambasciatrice Usa di fresca nomina alle Nazioni Unite, cita il segretario di Stato Mike Pompeo: “Non ci sono prove che l’attacco arrivi dallo Yemen, anzi le informazioni di cui disponiamo indicano che le responsabilità sono dell’Iran”. Fin da sabato sera, Pompeo aveva chiamato in causa Teheran, che aveva subito respinto l’accusa come “a max deceit”, “un inganno massimo”. Messo alle strette dalle sanzioni, quando credeva di esserne uscito, l’Iran ha finora innescato provocazioni e scaramucce nella Regione, facendo intravvedere i rischi per la libertà di navigazione nel Golfo, ma cercando di evitare un confronto militare con gli Stati Uniti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+