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Yemen - Huthi - petrolio saudita

Gli insorti Huthi riescono di nuovo a colpire dallo Yemen il territorio saudita: ieri mattina, hanno attaccato, con una decina di droni, una raffineria in Arabia Saudita, la più grande al mondo, e pure un importante giacimento di petrolio gestito dalla compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco. L’azione, che non avrebbe fatto vittime, ha provocato esplosioni e incendi nell’impianto di Buqyaq, che tratta fino a sette milioni di barili al giorno, e nel giacimento di Khurais, che può estrarre un milione di barili al giorno. Non si sa se la lavorazione e l’estrazione del petrolio possano continuare o debbano rimanere sospese.

Testimoni riferiscono di colpi di armi da fuoco sparati nella raffineria di Buqyaq, ma non è chiaro, neppure con l’ausilio di video online, se la sparatoria fosse parte dell’attacco oppure una reazione delle forze a protezione degli impianti. Il ministero dell’Interno saudita ammette l’azione coi droni e conferma gli obiettivi colpiti, affermando che “è in corso un’inchiesta” per accertare la dinamica dell’accaduto.

L’inviato dell’Onu Martin Griffiths s’è detto “estremamente preoccupato”. Nel 2016, un tentativo di Al Qaida di colpire la raffineria con attacchi kamikaze era stato sventato dalle forze di sicurezza saudite.

Dal canto suo, il portavoce militare degli Huthi Yahia Sarie ha rivendicato, in un breve messaggio sul canale satellitare dei ribelli Al-Masirah, l’azione, che alza il livello di tensione nella Regione, dove il conflitto va avanti da oltre quattro anni, con l’intervento di un contingente internazionale sunnita mobilitato dai sauditi, senza che se ne intravveda uno sbocco politico e/o militare.

Per tutta l’estate, le notizie di scaramucce – sporadiche – e attacchi con missili o con droni si sono succedute quasi quotidianamente, nonostante una certa disattenzione mediatica per questo conflitto mediorientale ‘marginale’. C’è stato pure spazio per colloqui a Gedda, in Arabia saudita, tra lealisti e separatisti, finora senza esito.

Da venerdì, almeno 13 civili, incluse donne e bambini, sono morti nelle provincie di Hodeida e Taiz, per attacchi degli Huthi: secondo fonti yemenite, 11 persone, tra cui sei di una stessa famiglia, sono state uccise a sud di Hodeida; e due bambini sono stati vittime di tiri di mortaio nella provincia di Taiz, nel sud-ovest dello Yemen.

Da circa 15 anni, dopo la riunificazione di un Paese fino al 1990 diviso in due tronconi, lo Yemen, grande quasi due volte l’Italia e con venti milioni di abitanti, ha conosciuto diverse fasi turbolente che hanno messo in ginocchio la popolazione. Il conflitto in atto, esploso nel 2015 quando gli Huthi prendono la capitale Sana e ne cacciano il presidente legittimo Hadi, è sovente interpretato come una guerra confessionale fra ribelli sciiti e governo centrale sunnita o come una guerra per procura fra l’Iran e la coalizione dei Paesi sunniti, che recentemente s’è però frantumata, mettendo sauditi ed emiratini gli uni contro gli altri.

L’Occidente ne resta fuori, ma vende armi ai ‘lealisti’ e ai loro alleati. L’Iran non lesina il sostegno agli Huthi.

In un libro da poco uscito, ‘The Huthis: Adaptable Players in Yemen’s Multiple Geographies’, Eleonora Ardemagni spiega che gli attori del conflitto non hanno identità monolitiche: lo Yemen vede un intreccio di visioni, tradizioni, interessi, che produce una realtà stratificata e fluida. Proprio qui al Qaida, il 12 ottobre 2000, attaccò un cacciatorpediniere Usa, il Cole, fuori del porto di Aden, facendo 17 vittime e una quarantina di feriti fra i marinai a bordo, nell’ultimo segnale premonitore, non raccolto, di quello che sarebbe stato l’11 Settembre 2001.

Il movimento fondato da Husayn al-Houthi, avvicinatosi all’Iran anche per l’intervento militare della coalizione a guida saudita nel 2015, ha sue peculiarità e i suoi attriti col governo centrale vanno al di là delle contrapposizioni confessionali o geopolitiche. Il conflitto, per la Ardemagni, è innanzitutto uno scontro fra una élite urbana, il regime, e una forza periferica, gli Huthi. La guerra ha poi una forte connotazione tribale. Infine, le frizioni hanno una dimensione sociale: gli Huthi privilegiano da sempre l’élite religiosa discendente da Maometto, i sada; l’ex presidente Saleh, l’uomo forte del Paese fino alla sua morte, nel 2017, si appoggiava alla classe dei giudici, i qadi.

Nell’analisi della Ardemagni, la comprensione delle geografie multiple del Paese e del conflitto, e delle identità plurali e flessibili dei loro protagonisti, assume rilievo nel processo di (ri)costruzione dello Stato e dei centri di potere. Considerando il sistema di sicurezza ibrido, le ingerenze straniere, la minaccia terroristica, le strutture sociali, “il federalismo appare come l’unica soluzione, seppur problematica, per formare uno Stato unificato e istituzioni formali”, ma la comunità internazionale continua a considerare “la frammentazione del Paese la minaccia più grossa” – fonte: un rapporto dell’Onu di agosto -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+