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September 12, 2019, Houston, Texas, USA: BERNIE SANDERS, JOE BIDEN and ELIZABETH WARREN on stage during the third Democratic Debate at Texas Southern University hosted by ABC News. (Credit Image: © Heidi Gutman/Walt Disney Television via ZUMA Wire)

Se le sono metaforicamente date di santa ragione per tutto il dibattito, su Obamacare, immigrazione, l’eredità di Obama: sembravano dem doc, ma non americani, di casa nostra. Il loro vero nemico, Donald Trump, si poteva fregare le mani in panciolle davanti alla televisione.

Al terzo dibattito, il battistrada, Joe Biden , li ha di nuovo avuti tutti contro: se l’è vacata a tratti bene, a tratti meno bene, ma è stato quello che ha parlato più di tutti, oltre 17’, più del doppio di Andrew Yang, l’imprenditore filantropo di origine cinese, che non si capisce bene come riesca a stare nel gruppo dei migliori. Chi ne è uscita meglio è forse Elizabeth Warren: il New York Times le dà 7 a mezzo in pagella, il voto più alto della serata.

E’ quasi inevitabile che ciò accada: gli aspiranti alla nomination democratica alla Casa Bianca sono ancora una ventina, anche se qualcuno s’è già ritirato: per restare in lizza, farsi notare, convincere gli elettori a ricordarsi di loro nei sondaggi e poi a votarli nelle primarie, devono rallentare la corsa di chi è in testa dall’inizio della competizione, con un vantaggio in doppia cifra.

Sul palco di Houston, nel Texas, giovedì sera, c’erano, per la prima volta insieme, i dieci candidati che sono più avanti nei sondaggi e che hanno raccolto più fondi: hanno confrontato i punti di vista sull’Obamacare, la riforma della sanità di Obama che alcuni vogliono più radicale, sul razzismo e sul controllo delle armi, l’immigrazione, il commercio, la politica estera, il clima, l’istruzione. L’economia è stata la grande assente, proprio nel giorno in cui il presidente Trump lasciava esplodere tutta la sua collera contro Jerome Powell, il presidente della Fed, , che non taglia il costo del denaro, mentre la Bce riduce i tassi: “Gli europei svalutano l’euro contro il dollaro, danneggiando l’export Usa, e la Fed non fa nulla”.

Per i candidati rimasti fuori dal podio di Houston, sarà difficile avere una chance di riscatto: forse ci può riuscire la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, forse il sindaco di New York Bill de Blasio, forse il miliardario filantropo Tom Steyer. Ma le rimonte s’annunciano problematiche.

Il dibattito ha fatto emergere l’interrogativo principale della corsa democratica: se Biden e il suo ‘migliorismo’, fare passi avanti senza stravolgimenti, esercita sugli elettori un richiamo maggiore delle promesse di trasformazione più radicali della Warren e di Bernie Sanders, la cui foga resta intatta, ma che sta un po’ mostrando l’erosione dell’età (ha appena compiuto 78 anni, ne avrà 79 quando si voterà l’anno prossimo). Per distinguersi da Biden, anche i moderati di maggiore spicco del gruppo, la senatrice della California Kamala Harris e il senatore del New Jersey Cory Booker, mettono un po’ di radicalismo nelle loro posizioni – più la Harris di Booker -.

Sotto attacco, Biden ha ripetutamente rivendicato l’eredità di Obama, che è difficile contestargli, essendone stato il vice per otto anni alla Casa Bianca, anche se l’ex presidente nero non ha finora ‘endorsed’ nessun candidato ed è fra quanti s’interrogano se Biden sia la scelta giusta per battere Trump. Che, intanto, sotto sotto, ma neppure troppo, tifa per lui: “Ci sono tre persone che guidano” la corsa democratica, Biden, Sanders, la Warren, “e penso che il mio sfidante sarà uno di questi tre”, “salvo clamorose sorprese sarà Biden”. Per il magnate, le posizioni dei democratici “sono antitetiche ai valori e agli interessi degli americani comuni”.

Trump nega di volere vedere il dibattito, ma nessuno gli crede: “Lo so che ci stai guardando – lo apostrofa la Harris – e ti voglio dire che semini odio, divisioni e paura. Ora puoi tornare a guardare la Fox”.

Nel 2020 diremo “Goodbye Trump”, fa Julian Castro, ispanico, obamiano, sindaco di San Antonio, aprendo il dibattito. E tutti si associano: al centro ci sono Biden con Sanders e la Warren ai lati, poi la Harris e Booker, il sindaco gay di South Bend Pete Buttigieg, Castro, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, l’ex deputato del Texas Beto O’Rourke, Yang. Ciascuno ha pronta la sua formula per esorcizzare il magnate presidente.

Poi cominciano a darsele: per il Washington Post, Biden ne esce meglio di tutti, anche se a volte “parla a vanvera”: Per il New York Times, la Warren è l’unica che emerge; altri sei sono sufficienti, ma solo la Harris va un po’ oltre il 6; la Klobuchar, Castro, che eccede nella foga contro Biden, e Yang sono insufficienti. O’Rourke, in perdita di velocità da mesi, prova a ritrovare lo smalto battendosi contro le armi d’assalto e contro il cambiamento climatico: lui, che è di El Paso, la città della strage, si prende l’applauso più lungo della serata con “Maledizione! Vi toglieremo i vostri Ar-15!”,

Sanders rinfaccia a Biden il voto per la guerra in Iraq nel 2003, la Warren i limiti dell’Obamacare, Castro quasi bullizza l’ex vice-presidente per i vuoti di memoria e perché si nasconde dietro l’icona di Obama. Vengono fuori le due anime del partito democratico, quella moderata e quella più liberal; e Biden ne esce senza le ossa rotte, anche se, come Obama, la stampa di qualità e liberal degli Usa resta fredda nei suoi confronti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+