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Trump - Bolton - impeachment
September 10, 2019: President Donald Trump has ousted national security adviser John Bolton, saying in a surprise tweet Tuesday that he and the controversial aide often clashed on foreign policy matters PICTURED: August 28, 2019, Kiev, Ukraine: US National Security Advisor John Bolton speaks during a press conference in Kiev. (Credit Image: © Serg Glovny/ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com)

L’estate dell’America è finita, i ragazzi sono tornati a scuola, i politici sono tornati sul Campidoglio e si ricomincia a parlare di impeachment, dopo una tregua di settimane. La Commissione Giustizia della Camera vota oggi una risoluzione che fissa le regole per indagare sull’operato del presidente con più poteri di quanti ne aveva il procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller e decidere, in ultima istanza, se raccomandare o meno l’attivazione degli articoli sulla messa in stato di accusa di Donald Trump. Un iter che dovrà poi essere avallato dalla Camera, dove la speaker Nancy Pelosi tira il freno: ammesso che s’arrivi all’incriminazione del presidente, il giudizio sarà poi del Senato, dove i repubblicani sono maggioranza.

A scuotere Washington è anche il licenziamento, improvviso, ma non inatteso, di John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale (è il terzo a saltare). Trump lo ha fatto fuori perché non andava d’accordo con lui – Bolton sostiene di essersi dimesso -. Eppure, era stato proprio lui a scegliere questo noto ‘dottor Stranamore’ della diplomazia statunitense, oltranzista su tutti i fronti caldi, Iran, Afghanistan, Corea, Venezuela.

Quello di domani è un primo passo tecnico verso un possibile impeachment. La stampa Usa nota che la risoluzione ricalca i voti procedurali che segnarono l’inizio delle indagini per l’impeachment dei presidenti Richard Nixon e Bill Clinton (il primo evitò la destituzione dimettendosi, il secondo venne assolto). Il campo democratico è diviso sull’opportunità di provare a rovesciare Trump non battendolo alle elezioni presidenziali l’anno prossimo, ma con strumenti giudiziari: se uscisse indenne da un processo percepito come politico sul’’intreccio di contatti tra emissari del Cremlino e la sua campagna nel 2016, il magnate presidente sarebbe praticamente sicuro d’essere rieletto; ma gli basterebbe pure un processo che gli creasse intorno un’aura di persecuzione politica, senza arrivare ad assolverlo o a condannarlo.

Nell’estate delle sparatorie e dei balletti sui controlli sulle armi – prima, qualche concessione all’emotività popolare; poi, una marcia indietro allo schioccare delle dita della Nra -, e del broncio alla Danimarca perché non gli vende la Groenlandia, del braccio di ferro con l’Iran sul nucleare e con la Cina sui dazi, la credibilità di Trump non s’è rinforzata. I comici dei programmi tv notturni scherzavano domenica sera: “Il presidente ha annunciato di avere cancellato l’incontro coi talebani sull’Afghanistan… Ci crederò, quando lo diranno i talebani…”  – la battuta è di Seth Meyers -.

La risoluzione in discussione alla Camera oggi è uno strascico dell’insoddisfazione dei democratici per le conclusioni dell’inchiesta sul Russiagate e per l’insipida testimonianza offerta al Congresso – era fine luglio – dal procuratore Mueller: il suo rapporto finale non assolve il presidente dall’accusa di avere ostruito la Giustizia, ma neppure lo incrimina perché il suo mandato non lo prevedeva. Se approvata, la risoluzione darà potere agli avvocati consulenti della Commissione Giustizia d’interrogare testimoni, consentirà l’acquisizione di informazioni sensibili a porte chiuse e vincolerà il presidente a rispondere per iscritto a qualunque accusa gli venga mossa.

Sull’agenda delle indagini, oltre ai temi del Russiagate, il ruolo di Trump nei pagamenti effettuati dall’allora suo avvocato personale Michael Cohen a donne che sostenevano di avere avuto con lui relazioni extra-coniugali, i dubbi su grazie e perdoni concessi, il sospetto che la sua famiglia tragga vantaggi illeciti da attività ufficiali. E’ di queste ore la decisione della US Air Force d’avviare un’inchiesta sullo stazionamento di un equipaggio in Scozia, in una proprietà del presidente.

I deputati democratici hanno pure aperto un altro fronte contro l’Amministrazione Trump, avviando un’inchiesta su sospetti di pressioni sull’Ucraina da parte della Casa Bianca. Il presidente e il suo avvocato Rudy Giuliani avrebbero insistito perché Kiev fornisse informazioni negative su familiari di Joe Biden, ex vice-presidente e battistrada nella corsa alla nomination democratica. Il figlio sarebbe in affari con una compagnia di gas ucraina.

Jerry Nadler, il presidente della Commissione, 72 anni, deputato dello Stato di New York, è un ultra dell’impeachment, di cui prevede l’avvio entro l’anno. Nadler è conscio che la Casa Bianca darà battaglia sulle richieste della Commissione, se la risoluzione passerò, ma calcola che le dispute davanti ai giudici possano risolversi entro novembre.

Il tema dell’impeachment entrerà, quasi certamente, anche nell’ormai imminente terzo round – giovedì, in California – di dibattiti fra i candidati alla nomination democratica per Usa 2020. La schiera dei pretendenti va riducendosi, dal record di 24, proprio mentre Trump scopre d’avere un rivale (in più) in casa: l’ex governatore della South Carolina Mark Sanford ha deciso di contestargli la nomination repubblicana. Finora, il presidente aveva un solo avversario, e non un peso massimo: Bill Weld; ora, nella scia di Sanford, potrebbero muoversi Larry Logan, governatore del Maryland, e John Kasic, governatore dell’Ohio, che nel 2016 andò oltre le attese.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+