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Iran - Usa - tensioni
September 5, 2019, Tehran, Tehran, Iran: Clerics mourn during the mourning ceremony of the holy month of Muharram, the first month of Islamic Calendar, to commemorate the martyrdom of Prophet Mohammad's grandson Imam Hussein and his accompanies, who were killed in the battle of Karbala in modern-day Iraq in 680 AD, in Tehran Iran. (Credit Image: © Rouzbeh Fouladi/ZUMA Wire)

La politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran sarà pure fatta “a casaccio”, come diceva l’altro giorno alla tv iraniana Mahmoud Vaezi, capo di gabinetto del presidente Hassan Rohani. Ma di sicuro coincide negli effetti con quella di Teheran verso Washington, che pure persegue una linea di maggiore coerenza: conduce a un inasprimento delle tensioni. Le dimissioni, ieri, dell’inviato degli Usa per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, lasciano supporre che le scelte di Trump, oltre che di Rohani, creino imbarazzi diffusi.

Domani, l’Iran fornirà i dettagli della “terza fase” di riduzione dei suoi impegni relativi all’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e denunciato unilateralmente dagli Stati Uniti l’anno scorso, ripristinando e inasprendo le sanzioni che erano state levate in forza dell’intesa. Per un anno, Teheran ha continuato a rispettare l’accordo; poi, da prima dell’estate, ha iniziato a ‘sforarne’ i limiti ‘alla luce del sole’, cioè annunciando in anticipo le sue decisioni. Rohani fa ora riferimento a “tipi di centrifughe diversi e a tutto ciò che serve per l’arricchimento” dell’uranio.

Gli Stati Uniti applicano quella che il presidente Donald Trump definisce “la strategia della massima pressione”, sostenendo che l’obiettivo è indurre l’Iran a rinegoziare l’intesa (e non di alimentare tensioni e cercare un pretesto di conflitto). Teheran replica che colloqui saranno possibili solo se “Washington cambia atteggiamento verso l’Iran e toglie le sanzioni”.

Nella loro ostilità all’Iran, gli Stati Uniti non sono soli, ma non sono in eccellente compagnia: hanno dalla loro l’Arabia saudita, per via di rivalità regionali tra Riad e Teheran, e anche l’Israele del premier ‘ad interim’ Benjamin Netanyahu. In visita a Londra, Netanyahu denuncia “il tentativo dell’Iran di ottenere armi nucleari” e “gli atti aggressivi contro la navigazione internazionale e contro i Paesi della regione” e “gli sforzi mai cessati di attuare attacchi omicidi contro Israele”.

A Londra, Netanyahu chiede “di aumentare la pressione sull’Iran”. Cosa che gli europei firmatari dell’accordo (l’Ue e Gran Bretagna, Francia, Germania) sono riluttanti a fare. Anzi, si sono pure dotati di uno strumento perché le loro imprese non ‘paghino pegno’ alle sanzioni americane, ma poi esitano a utilizzarlo.

Gli Stati Uniti, invece, continuano a inasprire le misure (e a incrementare le tensioni): i provvedimenti più recenti colpiscono le agenzie spaziali iraniane, accusate di contribuire al programma di missili balistici. Per il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, le sanzioni Usa sono “il cappio del boia”, ma il capo dell’Agenzia spaziale iraniana Morteza Barari le giudica “inefficaci”: ”Andremo avanti con i nostri progetti”, che – ovviamente – “sono assolutamente pacifici”.

Gli Stati Uniti hanno intanto ammesso di avere tentato di comprare il comandante della petroliera iraniana Adrian Darya 1, trattenuta a Gibilterra dal 4 luglio al 15 agosto, cercando di convincerlo, con la promessa di milioni di dollari, a condurre la nave là dove loro avrebbero potuto sequestrarla. Lo scambio di mail tra l’Iran Action Group del Dipartimento di Stato Usa e il comandante iraniano Akhilesh Kumar è stato ufficialmente confermato. L’Adrian Darya 1 è nel Mediterraneo orientale, ma avrebbe spento i suoi responder: gli Usa sospettano che il suo petrolio sia destinato alla Siria.

Intanto, l’armatore della Stena Impero, la petroliera svedese battente bandiera britannica sequestrata a luglio nello Stretto di Hormuz dai Pasdaran con l’accusa di aver violato le leggi sulla navigazione, in risposta al blocco dellal’Adrian Darya 1, ha confermato che sette dei 23 marinai della nave sono stati rilasciati dall’Iran e hanno lasciato il Paese. Il gesto potrebbe contribuire a ridurre la tensione tra Iran e Gran Bretagna.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+