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Italia - governo - Conte 2 - Di Maio - Gilets jaunes

Il ministero degli Esteri riesce difficile all’avvocato Giuseppe Conte, presidente del Consiglio confermato. Nel suo primo governo, aveva scelto – o glielo aveva scelto il presidente Mattarella? – una persona qualificata, competente, garbata e con consuetudini e frequentazioni internazionali, specie europee, Enzo Moavero Milanesi, che era però un politico peso mosca. E, così, Moavero s’è visto poco e sentito meno, mentre il lavoro da ministro degli Esteri davano piuttosto l’impressione di farlo i vice-premier Salvini e Di Maio. Moavero doveva garantire – si disse – l’ancoraggio dell’Italia all’Europa dagli sconquassi che avrebbe prodotto il responsabile degli Affari europei Paolo Savona. In realtà, Savona si avvertì poco e restò meno: dei rapporti con l’Unione, s’occuparono il premier Conte in prima persona e il ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Italia - governo - Conte 2 - Di Maio
Italian politicians Sergio Mattarella, Giuseppe Conte, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Lorenzo Fioramonti, Nunzia Catalfo, Paola De Micheli, Sergio Costa, Teresa Bellanova, Stefano Patuanelli, Roberto Gualtieri, Lorenzo Guerini, Alfonso Bonafede, Luciana Lamorgese, Luigi Di Maio, Vincenzo Amendola, Elena Bonetti, Vincenzo Spadafora, Giuseppe Provenzano, Francesco Boccia, Fabiana Dadone, Paola Pisano and Federico D’Incà during the oat of the ministers of Conte Bis Government at Quirinal. Rome (Italy), September 5th, 2019 (Credit Image: © Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via ZUMA Press)

Adesso, la situazione pare rovesciata: alla Farnesina, c’è un politico peso massimo, per i ruoli che Luigi Di Maio ha, capo politico del Movimento 5 Stelle e capo delegazione del M5S al governo; però con un curriculum vergine di qualifiche e competenze per fare il ministro degli Esteri. Manco la passione per i viaggi sembra un suo tratto peculiare. Intorno a lui, in ruoli utili a calmierare, se del caso, incongruenze e intemperanze europee del nuovo ministro, persone qualificate e competenti, come il ministro per l’Economia Roberto Gualtieri, che lascia l’incarico di presidente della Commissione economica del Parlamento europeo, e anche quello per gli Affari europei, Vincenzo Amendola: entrambi, però, hanno molto meno peso politico di Di Maio.

Gualtieri all’Economia è “un bene per l’Italia e per l’Europa”, dice la prossima presidente della Bce, Christine Lagarde, prima ancora che la scelta sia ufficializzata. E Bruxelles è pure pronta a salutare con favore la designazione a commissario europeo di Paolo Gentiloni, un ex premier ed ex ministro degli Esteri: di che aumentare la caratura politica della Commissione UvdL.

La scelta di Di Maio è stata subito oggetto di un fiorire di ironie più o meno facili e di notizie più o meno ‘fake’: la solita storia delle lingue; la cattiveria secondo cui l’ex vice-premier si sarebbe scelto quel posto perché, nel cerimoniale di Stato, il ministro degli Esteri viene subito dopo il presidente del Consiglio; la fantomatica telefonata al presidente Mattarella di Angela Merkel per dichiararsi “delusa” della scelta – fonte Dagospia -. Non è neppure la prima volta che agli Esteri finisce qualcuno senza esperienza specifica, ma per seniority politica: basti ricordare GianFranco Fini, che, comunque, non fece male nel ruolo; e, più di recente, e più infaustamente, Angelino Alfano.

Ma c’era proprio bisogno di mettere agli Esteri l’uomo che scelse di andare a dialogare in Francia con i ‘gilets jaunes’ – i cattivi del movimento, i casseurs – solo per mettere un dito nell’occhio, riuscendoci, al presidente francese Emmanuel Macron (che, per un po’, richiamò a Parigi l’ambasciatore a Roma)?, e che presentò come alleati europei del M5S partiti rivelatisi fantasma?, e che in Cina sbagliò il nome del presidente cinese, chiamandolo Jinping invece che Xi?

Per carità, alcune lacune si colmano, molte cose s’imparano. E i diplomatici della Farnesina sono – è il mio giudizio – la fetta meglio preparata e più efficiente della pubblica amministrazione italiana e, a starli a sentire, possono offrire consiglio e supporto. Ma i dossier sull’agenda del ministro sono tanti e importanti: il ruolo, e il peso, dell’Italia in Europa e nelle relazioni transatlantiche, che significa riuscire a essere amici degli Stati Uniti nonostante Donald Trump, e non essere solo amici di Trump; il ruolo e il peso dell’Italia nel Mediterraneo, con la questione libica in primo piano; e – sono suo parole – l’internazionalizzazione del Sistema Paese, con particolare attenzione all’Africa, alle migrazioni e alle economie emergenti. Che, detto così, pare più un programma da neutrale e non allineato dei tempi di Nehru e Sukarno che da Paese del G7: un testo da Alessandro Di Battista più che da consigliere diplomatico.

Il primo punto sull’agenda del ministro degli Esteri dovrebbe, a mio avviso, essere riparare i danni delle recite a soggetto del Conte 1, ridare all’Italia una presenza e una credibilità a livello politico nelle sedi internazionali: i diplomatici l’hanno sempre assicurata, ma l’ancoraggio d’un ministro è altra cosa, specie ora che la diplomazia è tutta fatta di incontri diretti e non mediati. Luigi Di Maio è la persona giusta per la politica estera? I dubbi ci sono, ma giudichiamolo da quel che farà, non dagli errori e dalle gaffes fatti finora.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+