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Cina - stampa - Ming
July 14, 2019 - Hong Kong, China - Immigrant domestic helpers enjoying the day off while watching as hundreds of journalists take part of a silent march to the government headquarters demanding police to stop assaulting journalists and obstructing reporting in Hong Kong. (Credit Image: © Miguel Candela/SOPA Images via ZUMA Wire)

Parenti serpenti, anche in Estremo Oriente: lo zio che ti tradisce; o il cugino che ti disonora. Il primo, Jang, il dittatore Kim lo fa sbranare dai cani. il secondo, Ming, che sta in Australia, il presidente Xi non lo può toccare; e allora se la prende con i giornalisti che hanno lavato in pubblico i panni sporchi della sua famiglia.

La Cina non ha rinnovato l’accredito al corrispondente del Wall Street Journal che, a fine luglio, insieme a un collega australiano, aveva raccontato i magheggi e le disavventure finanziarie e giudiziarie di Ming Chai, cugino del presidente a vita cinese Xi Jinping. Ming è un giocatore d’azzardo d’alto bordo, sospettato di riciclaggio di denaro sporco in Australia.

Il giornalista Chun Han-Wong, un cittadino di Singapore, era accreditato a Pechino per il Wall Street Journal dal 2014. Copriva la politica cinese dall’ufficio di corrispondenza di Pechino. Il suo accredito scadeva ieri e non gli è stato rinnovato, ufficialmente senza spiegazioni. Ma la stampa americana mette la decisione delle autorità cinesi in collegamento con l’articolo pubblicato il mese scorso su Ming.

In Cina le vicende personali dei leader sono trattate con molta discrezione, almeno fino a quando non finiscono in disgrazia o non vengono trascinati in giudizio per corruzione.

La mossa di Pechino nei confronti di Chun non stupisce: le autorità cinesi non hanno mai mostrato eccessivo rispetto per la libertà di stampa e hanno anche violato a più riprese i diritti fondamentali, come testimoniano il recente divieto di manifestare imposto ai dissidenti di Hong Kong per questo fine settimana e i preparativi per una repressione poliziesca delle proteste ancora più arcigna.

Del resto, lo sport di prendersela con i giornalisti scomodi non è prerogativa di autoritarismi alla cinese e autocrazie alla russa (i cui modi spicci, per altro, all’eliminazione di cronisti coraggiosi). Anche i populismi occidentali d’America e di casa nostra mal tollerano le critiche e la Casa Bianca ha privato d’accredito corrispondenti non trumpiani osservanti (salvo poi doversi rimangiare il provvedimento, perché ‘c’è un giudice a Washington’).

La Cina talvolta nega o sospende visti e accrediti a organi di stampa internazionali per punirli di quella che il Partito Comunista al potere percepisce come una copertura sfavorevole. Anche se è raro che vengano colpite testate del rilievo mondiale del Wall Street Journal.

Chun era uno dei due autori dell’inchiesta con cui il 30 luglio il Wall Street Journal, citando fonti delle indagini, aveva raccontato che le autorità australiane stanno vagliando le attività di Ming, cittadino australiano, nell’ambito di un’ampia indagine sul crimine organizzato e il riciclaggio di denaro. La polizia sta verificando il presunto uso da parte di Ming nel 2007 di quella che viene descritta come una società di copertura per il riciclaggio: società che avrebbe aiutato giocatori d’azzardo e presunti criminali a spostare fondi fuori e dentro l’Australia. Gli investigatori stanno inoltre cercando di capire l’origine dei soldi usati da Ming nelle sue scommesse al Crown Casino di Melbourne e le coperture delle sue faraminose spese nei resort di proprietà del magnate del gioco d’azzardo James Packer.

Se hanno qualche remora a colpire i corrispondenti esteri, le autorità cinesi non si fanno scrupoli nel limitare la libertà di informazione e di espressione dei loro cittadini, agendo su Internet e sui social e colpendo singoli individui. In un articolo per Affarinternazionali, Michele Valente ricorda alcuni dei casi più clamorosi. Del resto, tra le motivazioni del Nobel per la Pace nel 2010 all’attivista cinese Liù Xiaobo, scomparso nel 2017, c’era l’impegno come “forte portavoce della battaglia per la diffusione dei diritti umani”, questione insoluta e drammatica oggi come allora in Cina. Attivo nelle proteste di Piazza Tienanmen (1989), Liú ebbe una vita segnata dalla repressione delle autorità cinesi che, nel 1996, lo condannarono a una pena di tre anni da scontare nei laogai, il sistema dei campi di lavoro forzato denunciati dal Congresso statunitense (mozione 294/2005) ed in seguito dal Parlamento europeo e dal Bundestag tedesco, fino all’avvenuta abolizione nel 2013.

Nel 2015 fu arrestato l’attivista Quin Yongmin, riformista e promotore della democrazia liberale, alla guida di Human Rights Watch China, incarcerato per “sovversione dell’ordine statale” e di recente condannato a 13 anni di reclusione. E le indagini condotte dall’intelligence stanno portando all’arresto di intellettuali e attivisti impegnati sul web nella difesa dei diritti umani e civili, come Huang Qi (64tianwang.com), Liu Feiyue (Minsheng Guancha) e Zhen Jianghua (Network of Chinese Human Rights Defenders).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+