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G7 - Usa - Cina - guerra dei dazi
June 10, 2019, Dundas, MN, USA: Brent Fuchs fills soybean seed into the trailer of Connie Cihak, who was eager to plant her fields after having had to wait so long because of wet conditions, on June 10, 2019, in Dundas, Minn. (Credit Image: © TNS via ZUMA Wire)

Se il G7 fosse davvero lo strumento principe della governance mondiale, il vertice da oggi a lunedì, a Biarritz, in Francia, sarebbe un incontro al calore bianco: la guerra dei dazi riesplosa tra Cina e Stati Uniti, con le borse in calo ovunque, e i contraccolpi sugli altri fronti di conflitto commerciale, con un possibile declino della crescita globale; i rischi per la sicurezza insiti nelle scelte degli Usa sulle armi nucleari; e l’apertura alla Russia per un ritorno fra i Grandi nel 2020, quando il Vertice sarà gestito da Donald Trump prima delle elezioni presidenziali.

Ma il G7 è un formato da tempo inadeguato ad assicurare la governance mondiale (non che il G20 suo succedaneo abbia fatto meglio). L’ultima ‘arma di distrazione di massa’ è l’eco-catastrofe dell’Amazzonia: l’impatto sul cambiamento climatico è talmente drammatico che l’unità d’intenti nell’affrontarlo dovrebbe essere immediata. Ma il negazionista Trump dà man forte al suo compare Jair Bolsonaro, un ‘piromane istituzionale’, e si rischia lo stallo.

Alla vigilia del G7, la Cina ha annunciato che imporrà nuovi dazi su 75 miliardi di dollari di beni ‘made in Usa’: è la risposta di Pechino ai dazi americani operativi dal 1 settembre sull’import cinese. C’era chi s’illudeva che il recente slittamento al 15 dicembre di alcuni dazi Usa potesse evitare contromosse cinesi. Ma Pechino ha invece reagito, probabilmente irritata dal carattere altalenante delle prese di posizione di Trump, ora concilianti, ora aggressive, oltre che dalle asserite ingerenze di Washington sulle vicende di Hong Kong.

A parole, l’Amministrazione Trump fa spallucce. Il presidente twitta: “Non ci serve la Cina”; e annuncia una replica. “Il nostro Paese – dice – ha stupidamente perso miliardi di dollari con la Cina negli scorsi anni. Ci hanno rubato proprietà intellettuale. Non consentirò che accada ancora”. E Peter Navarro, il consigliere di Trump per le politiche commerciali, un ‘falco’, dice che i dazi cinesi non rallenteranno l’economia americana, che “non avranno un impatto a livello macro”. Un freno alla crescita e una recessione sono incubi presidenziali in vista di Usa 2020.

I nuovi dazi cinesi varieranno dal 5 al 10% e toccheranno 5.078 beni Usa, dicono fonti di Pechino. Essi vanno ad aggiungersi al 25% sull’import di auto e al 5% sulle componenti di auto, che erano stati sospesi in aprile, per favorire il dialogo, ma che saranno efficaci dal 15 dicembre.

La mossa cinese si articola in due fasi: su un primo gruppo di beni, i nuovi dazi saranno operativi dal 1 settembre; su un secondo gruppo, dal 15 dicembre. E’ la risposta agli addizionali 300 miliardi di dollari di export cinese colpiti in parte dal 1 settembre e in parte dal 15 dicembre.

Di recente, Pechino aveva rinnovato l’invito a Washington per “ritrovarsi a metà strada” ed evitare una ‘guerra dei dazi’ e una nuova escalation delle tensioni commerciali, che possono avere riflessi sull’economia globale dove già s’affaccia il rischio di recessione. Ma le intemperanze di Trump, che ha anche denunciato le scelte valutarie cinesi, hanno minato il consenso raggiunto a due riprese dai presidenti Usa e cinese Xi Jinping, dopo i G20 in Argentina nel 2018 e a Osaka a fine giugno. I negoziati vanno avanti, ma in un clima deteriorato.

Il tema della ‘guerra dei dazi’ irrompe sul tavolo del G7, anche se, a leggere l’ordine del giorno della riunione di Barritz, non è chiaro quanto i Grandi avranno modo e tempo per discuterne davvero. Il tema generale scelto dalla presidenza francese è “la lotta contro le diseguaglianze”, che, in linea di principio, dovrebbe trovare tutti d’accordo. Il presidente Macron ha anche introdotto una novità nel formato del Vertice, aprendo alcune delle discussioni a Paesi che non sono membri del Gruppo.

La riunione si aprirà questa sera, alle 19.00, con una cena informale su politica e siocurezza e si concluderà lunedì con un lunch di lavoro sulla “trasformazione digitale”. Genericità dei temi, brevità dei tempi e numero dei partecipanti garantiscono la mancanza di decisioni e l’evanescenza delle conclusioni. Se qualcosa di importante accadrà, specie sul fronte della ‘guerra dei dazi’, sarà soprattutto nei bilaterali.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+