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Hong Kong - proteste - terrorismo
August 13, 2019, Sha Tin, Hong Kong SAR, China: Hospital staff and protesters participate in a peaceful sit in demonstration in the lobby of the Prince of Wales Hospital in Sha Tin, Hong Kong to express their opposition to violent tactics employed by Hong Kong Police. Pro-democracy demonstrators in Hong Kong have added eye patches to their unofficial uniform of black T-shirts, hard hats and gas masks, after a protester was reportedly hit by a bean bag round and blinded. (Credit Image: © Adryel Talamantes/ZUMA Wire)

Gentile Redazione, ho sentito ieri alla radio che la Cina ha nuovamente condannato e duramente represso le manifestazioni a Hong Kong, parlando addirittura di “crimini violenti e terrorismo”. Sono settimane che le proteste vanno avanti, ma non vedo vie d’uscita pacifiche dallo scontro, sempre più duro e drammatico, Lia Pierpaolo.

Gentile Lettrice, di sicuro non c’è da aspettarsi che la Cina ceda e faccia passi indietro: durante una conferenza stampa, ieri, a Pechino, il portavoce dell’ufficio cinese per Hong Kong e Macau ha detto – proprio come lei ha colto alla radio – che “manifestanti senza cuore hanno lanciato bombe carta contro la polizia e hanno attaccati ripetutamente gli agenti con strumenti estremamente pericolosi”; e ha aggiunto: “I manifestanti hanno già commesso crimini molto violenti e ora stanno mostrando atteggiamenti terroristici”.

Il riferimento al terrorismo non è casuale: giustifica e anticipa il ricorso a mezzi di repressione più drastici e più radicali, avverte che il trattamento degli arrestati sarà consequenziale e che le pene eventualmente comminate più aspre. Un video del Global Times, tabloid in inglese del Quotidiano del Popolo, mostra una colonna di mezzi militari cinesi, con decine di blindati e mezzi per trasporto truppe, nei pressi di Shenzhen, la città cinese più vicina a Hong Kong.

Sono passati vent’anni dal nuovo statuto di Honk Kong e trenta dal massacro di piazza Tienanmen, ma i cinesi hanno del tempo una percezione ben diversa della nostra.

Del resto, la piega delle proteste a Hong Kong non lascia tranquilli neppure quanti, da fuori, guardano, o guardavano, con simpatia al movimento. L’Amministrazione Trump ha ieri confermato di seguire da vicino gli sviluppi della situazione, pur precisando che “è una questione che riguarda la Cina e Hong Kong”; ma ha anche chiesto a tutte le parti in causa di “astenersi dalla violenza”. E’ un monito alle autorità, ma è anche un avviso ai manifestanti: turbative alla libertà di movimento e alla regolarità delle transazioni commerciali e finanziarie non sono certo viste con favore.

Non ho mai creduto, e non credo tuttora, che il movimento di protesta a Hong Kong sia stato innescato dall’esterno, sia cioè frutto di un complotto. Ho però maturato la convinzione che sia stato incoraggiato dall’esterno, se non altro per creare un grattacapo in più a Pechino. Gli avvenimenti del fine settimana e di ieri possono raffreddare il sostegno: la polizia è stata brutale; ma, come già altre volte, le proteste non sono state pacifiche e l’occupazione dell’aeroporto ha fatto dei passeggeri degli ostaggi.

La natura di Hong Kong è di essere luogo di incontro e di traffici. Isolarla, barricandocisi dentro, non è la risposta ai problemi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+