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Trump - El Paso - stragi
07 August 2019, US, El Paso: Demonstrators protest against the visit of US President Trump, who meets victims of the massacre. In Dayton in Ohio and El Paso in Texas, two shooters shot more than 30 people at the weekend. (Credit Image: © Alejandra Gonzalez Aragon/DPA via ZUMA Press)

“Gli immigrati messicani sono killer, assassini”; dice il magnate presidente; e lo ripete. E una folla, intorno a lui, scandisce “Finisci il muro”, agitando cartelli con la scritta ‘Finish the wall’. Scene dall’ultimo discorso a El Paso di Donald Trump, nel febbraio scorso, quando nella città sul confine tra Texas e Messico cercò di ottenere dal Congresso i fondi per il muro. Difficile poi sostenere che lui non ha nulla a che vedere con la furia omicida suprematista anti-ispanici di  Patrick Crucius, l’uomo che sabato ha ucciso 22 persone, fra cui otto immigrati, dopo avere postato un manifesto ‘anti-invasione’.

Ma Trump, ieri, è tornato a El Paso per nulla pentito di quanto aveva detto. Non lo era parso lunedì, parlando alla Nazione; e non lo è parso ieri, partendo per Dayton, nell’Ohio, dove sabato c’è stata un’altra sparatoria con nove morti, ed El Paso: “L’immigrazione illegale è una cosa terribile. La fermeremo: per questo stiamo costruendo il muro”, risponde a chi gli chiede se parlare di “invasione del Texas” possa aver ispirato il killer anti-migranti.

Per una volta, lo showman presidente non sembra in sintonia con il Paese, traversato da una psicosi attentato / sparatoria. In Virginia, a McLean, alle porte di Washington, viene evacuata una sede non redazionale di UsaToday per la presunta presenza di un uomo armato – la polizia, però, non lo trova -. A New York, a Times Square, il ritorno di fiamma in una motocicletta causa il panico: i passanti corrono a rifugiarsi in negozi e portoni e il centralino del 911, l’equivalente del 112, è subissato, nonostante la polizia assicuri che “l’area è sicura”.

E’ stata una giornata difficile per il magnate presidente: a El Paso e a Dayton, molti lo contestano, con la parola d’ordine “Non sei il benvenuto”. Il sindaco della città texana, Dee Margo, lo avverte: “Non permetteremo a nessuno di farci passare per quello che non siamo”, inospitali e intolleranti. L’ex deputato Beto O’Rourke, un cittadino di El Paso, in corsa per la nomination democratica, anima la contestazione. E la polizia locale reclama alla Casa Bianca oltre mezzo milione di dollari per le spese di sicurezza sostenute a febbraio e non ancora rimborsate.

Accompagnato dalla first lady Melania, Trump arriva prima a Dayton, dove la sindaca Nan Whaley ha incoraggiato proteste e contestazioni. Centinaia di persone in strada urlano slogan: “Dump Trump”, scarica Trump; “You’re not welcome”, non sei il benvenuto; “Do something”, fai qualcosa; “Save our guy”, salva i nostri ragazzi; e “Flip the Senate”, rivolta il Senato, dove i repubblicani sono maggioranza e sono contrari a una stretta sulle vendite delle armi da fuoco.

Come spesso avviene, le stragi fanno crescere il consenso per vietare la vendita ai civili delle armi da guerra, fucili d’assalto semiautomatici destinati ai campi di battaglia e non alle strade delle città. Anche tra le fila dei repubblicani in Congresso qualcuno prova a sfilarsi dalla morsa dal controllo della lobby delle armi, la Nationa Rifle Association. Tra le proposte, il rafforzamento dei controlli su chi vuole acquistare armi da fuoco (i ‘background checks’) e il varo delle ‘red flag laws’, leggi che permettono di sequestrare armi a chi non sia idoneo a possederle e portarle.

Fra i promotori dei progetti anti-armi, altri aspiranti alla nomination democratica, come Joe Biden, secondo cui Trump “alimenta le fiamme del suprematismo bianco”, e Pete Buttigieg. A O’Rourke che lo critica il presidente twitta: “Stai zitto!”. E l’ex deputato replica: “Nella mia città sono morte 22 persone per un atto di terrore ispirato dal suo razzismo. El Paso non starà mai zitta e nemmeno io!”.

Fronte inchieste, l’Fbi indaga per terrorismo domestico anche a Dayton, considerata la personalità del killer Connor Betts, e a Gilroy in California, dopo avere scoperto che lo sparatore del 28 luglio aveva stilato una lista d’obiettivi: istituzioni religiose, uffici federali e organizzazioni politiche. Betts, 24 anni, soffriva di turbe psichiche ed era incline alla violenza: alle fidanzate, mostrava scene della strage nella sinagoga di Pittsburgh, nell’ottobre 2018. Fra le sue nove vittime, c’è pure Megan, la sorella.

Fronte media, il New York Times ha riconosciuto che il suo titolo della prima edizione di martedì sul discorso alla Nazione di Trump, poi cambiato in ribattuta sotto la pressione dei lettori, non era “quello giusto”. Il presidente, invece, l’aveva apprezzato: “Dopo tre anni avevo avuto un buon titolo dal New York Times!”, twitta ironico.

E Trump apre altri fronti interni, ad esempio con la Federal Reserve, cui intima di abbassare i tassi. Le dimissioni dell’ambasciatore degli Usa a Mosca Ion Huntsman potrebbero dargli un’altra grana: Huntsman ha ambizioni presidenziali e potrebbe contendergli la nomination repubblicana.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+