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New York Times - Trump - El Paso

Di fronte a eventi tragici, che inducono all’unità d’intenti della Nazione, il richiamo patriottico è sempre forte per i media degli Stati Uniti, anche per il New York Times: la risposta unitaria e bipartisan ad azioni terroristiche, come l’attacco all’America dell’11 Settembre 2001, o a catastrofi naturali, come l’uragano Katrina nel 2005, tende a prevalere, in un primo momento, sulle polemiche e sull’approfondimento dell’analisi e l’individuazione delle responsabilità.

La successione di stragi a cavallo tra luglio e agosto, le sparatorie letali di Gilroy in California, El Paso in Texas e Dayton nell’Ohio e la sequela di ammazzamenti da armi da fuoco a Chicago – decine di morti, oltre venti solo a El Paso, dove c’era una palese matrice suprematista bianca anti-immigrati ispanici -, hanno fatto scattare il riflesso patriottico, almeno nei titolisti del New York Times. Ma i lettori, trovatisi di fronte a un titolo in prima pagina insolitamente neutro, nonostante un discorso alla Nazione intriso di banalità del presidente Donald Trump, hanno protestato. E il giornale, in ribattuta, ha ritrovato lo spirito critico.

Il quotidiano newyorchese, tradizionalmente liberal e prevalentemente schierato — non solo nella sezione dei commenti — contro la presidenza Trump, titolava in prima di spalla con grande rilievo la sua prima edizione “Trump urges unity vs racism”, cioè “Trump esorta all’unità contro il razzismo”. In ribattuta, il titolo era però radicalmente diverso: “Assailing hate but not guns”, cioè “Prendersela con l’odio ma non con le armi”. Tra la prima e la seconda edizione, non è accaduto nulla di nuovo, a livello di cronaca. Ma sui social si sono fatti sentire i lettori del giornale. E la redazione ha recuperato grinta e senso della misura: la strage di El Paso è una tragedia, ma non è l’attacco di Pearl Harbor, e i fomentatori dell’odio come il magnate presidente non possono sbianchettarsi le responsabilità dalla coscienza con un discorsetto.

Non sempre le cose vanno così in fretta. Dopo l’11 Settembre, l’imprinting patriottico fu a lungo un marchio indelebile della stampa Usa, anche di quella di qualità, che ‘si bevve’ la storia delle armi di distruzione di massa possedute dall’Iraq di Saddam Hussein, anzi se ne fece megafono, e cominciò a porsi interrogativi e, soprattutto, a tirare fuori la verità solo una volta rieletto presidente George W. Bush, nonostante quelle armi non fossero mai state trovate. Certo l’11 Settembre ed El Paso non sono eventi confrontabili; e Bush, all’epoca da poco presidente, non s’era ancora rivelato in tutta la sua modestia, mentre i limiti di credibilità, affidabilità, sincerità e capacità di Trump sono palesi almeno a tutti i suoi contestatori, fra cui ci sono il New York Times e i suoi lettori.

La bufera sui social suscitata dal titolo della prima edizione è stata immediata e violenta: un titolo da moltissimi giudicato in stridente contrasto con le posizioni del giornale e con le polemiche sull’intervento del magnate. Tre i rilievi mossigli: non avere fatto autocritica sulla retorica incendiaria e anti-immigrati che innesca odio e violenza; non avere formulato alcuna proposta per una stretta sulla diffusione delle armi da fuoco in America; e avere sbandierato come una soluzione la pena di morte per i killer, che già c’è e che, inoltre, è in palese contraddizione con la sua tesi (se gli stragisti sono psicopatici, non sono perseguibili).

La reazione alla “sciagurata scelta” del New York Times – la definizione è di un lettore – non si è fatto attendere: migliaia di lettori indignati e molti persino indotti a cancellare l’abbonamento; esponenti democratici in prima linea nella protesta, come i candidati alla nomination 2020 Beto O’Rourke, che è di El Paso, e Corey Booker, che invita il giornale “a fare meglio”. Alexandra Ocasio-Cortez, giovane ‘pasionaria’ newyorchese di origini portoricane, denuncia la “vigliaccheria” delle Istituzioni. Fra i primi a sollevare il caso, Nat Silver, un ex giornalista del New York Times, il ‘mago’ che azzecca (quasi) sempre i risultati delle presidenziali.

L’attenzione e la polemica si concentrano sul titolo in prima pagina, nonostante il resto del giornale sia ricco di spunti: dalla difficoltà di contrastare il terrorismo endogeno, anche perché l’opinione pubblica accetta misure di prevenzione solo se dirette contro l’integralismo islamico, al fatto che la strage di El Paso è il più sanguinoso episodio anti-ispanico in oltre un secolo di storia americana. E i commenti grondano critiche al presidente e al discorso.

Accade così che, in ribattuta, il titolo cambia, sulla stessa foto: fiori e biglietti e bandiere, tutti tributi spontanei alle vittime della sparatoria di El Paso. Dove Trump intende recarsi e dove pochi lo vogliono: qualche settimana or sono, un comizio anti-migranti del presidente nella città sul confine con il Messico era stato meno seguito del contro-evento di O’Rourke.

Come nota Jon Allsop, sulla newsletter della Columbia Journalism Review, citata ieri dal Corriere della Sera online, il New York Times non è stato l’unico giornale Usa ad avere tribolato sul discorso di di Trump: molti altri hanno semplicemente riportato frasi del discorso senza contestualizzarle, mentre il Washington Post ha fatto un titolo sfida. “Trump dice che il suprematismo bianco e le ideologie sinistre ‘devono essere sconfitte’. Condurrà la lotta in prima persona?”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+