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July 31, 2019, Detroit, Michigan, USA: From left, MICHAEL BENNET, KIRSTEN GILLIBRAND, JULIAN CASTRO, CORY BOOKER, JOE BIDEN, KAMALA HARRIS, ANDREW YANG, TULSI GABBARD, JAY INSLEE and BILL DE BLASIO on stage during the second of two Democratic Debates in Detroit, hosted by CNN and sanctioned by the DNC. (Credit Image: © John Nowak/CNN via ZUMA Wire)

Tutti contro Trump. E questo è ovvio. Ma, soprattutto, tutti contro Joe Biden: non solo Kamala Harris, la senatrice della California che, dopo il primo dibattito, è entrata tra i Fab Four, ma anche gli altri per ora outsiders di questa affollatissima corsa alla nomination democratica per Usa 2020 – questa volta, emerge Corey Booker -. Il che significa che, nonostante gli attacchi subiti e le gaffes ripetute – pure l’altra sera, sul palco di Detroit -, Biden resta fin qui il battistrada e il candidato da battere e, quindi, da abbattere.

Un’operazione cui, da mesi, dà un contributo la stampa di qualità Usa, anti Trump, ma non pro Biden. New York Times, Washington Post, Los Angeles Times sono unanimi nel giudicare l’ex vice di Barak Obama, e prima senatore del Maryland per 36 anni, figura troppo legata all’ ‘establishment’ per battere Donald Trump: una Hillary magari più affabile e con meno scheletri nell’armadio, ma uno che è lì da sempre – come la sconfitta del 2016 -.

Biden è entrato nel dibattito sotto pressione: gli si chiedeva di meglio articolare e focalizzare il suo messaggio. Se l’è cavata e questo, per il momento, gli può anche bastare. Tanto più che i suoi rivali diretti l’altra sera non hanno particolarmente impressionato: la Harris, che non poteva più contare sul fattore sorpresa, è stata aggressiva, forse troppo; altri, il senatore Cory Booker, nero, l’ex ministro di Obama e sindaco di San Antonio Julian Castro, ispanico, e l’imprenditore filantropo Andrew Yang, che la prima volta aveva quasi fatto scena muta, hanno preso voti discreti sulle pagelle dei media americani.

Sono saliti sul palco del Teatro Fox come candidati minori e ne sono scesi senza stellette, il governatore dello Stato di Washington Jay Inslee, un progressista; il senatore del Colorado Michael Bennet, un moderato; e la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, volontaria nella guerra in Iraq, che però lascia intravvedere delle potenzialità. Ne scendono peggio messi di come vi erano saliti il sindaco di New York Bill de Blasio, al secondo flop consecutivo, e la senatrice di New York Kirsten Gillibrand, una paladina di #Metoo, che a un certo punto è stata colta distratta dalla domanda di un moderatore.

Nella media delle pagelle dei commentatori del New York Times, Booker è l’unico a meritarsi un 7, mentre gli altri stanno intorno alla sufficienza, magari stiracchiata, tranne la Gillibrand e de Blasio, bocciati. I vari fact checking delle affermazioni fatte ‘crocifigge’ Biden, ma per uno dei suoi soliti lapsus, non per una questione di sostanza: ha cioè sbagliato la referenza per le donazioni alla sua campagna.

Ma questo è tipico di questi dibattiti preliminari, di scrematura: più che il contenuto del messaggio conta il modo con lui lo si presenta e ci si presenta. Dopo l’estate, i dibattiti avranno criteri d’ammissione più rigidi, gli aspiranti alla nomination potrebbero essere meno di venti e alcuni cominceranno a desistere. E i ‘sopravvissuti’ avranno più tempo per formulare proposte e messaggi.

Lato contenuti, a Detroit s’è parlato di razzismo – quello di Biden, non quello di Trump – e d’immigrazione (e Biden finisce sotto attacco perché definisce “un reato” l’immigrazione illegale), di giustizia e d’assistenza sanitaria, di marijuana (e qui la Gabbard mette sulla graticola la Harris) e di clima. Ma nella memoria resta il “Vacci piano con me, kid”, ragazzina, con cui Biden si rivolge alla Harris; che lo chiama ‘senatore’, invece che ‘vice-presidente.

Contrasti, ma un minimo comune denominatore: l’imperativo di battere un presidente volta a volta “razzista”, “suprematista”, “predatore”. La Harris è per l’impeachment; gli altri tirano il freno, perché i tempi sono stretti e perché il Senato a maggioranza repubblicana lo assolverebbe.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+