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Iran - Usa - nucleare - sanzioni
July 18, 2019 - New York, New York, United States - Iran Minister for Foreign Affairs Mohammad Javad Zarif meets with UN Secretary-General Antonio Guterres at United Nations Headquarters (Credit Image: © Lev Radin/Pacific Press via ZUMA Wire)

Nell’escalation delle provocazioni nel Golfo, punture di spillo che, succedendosi e cumulandosi, possono davvero mettere a rischio la pace, gli obiettivi dell’Iran sembrano facili da individuare: non certo fare la guerra agli Stati Uniti, e neppure farsi l’atomica, ché Teheran ci aveva già rinunciato nel 2015; ma convincere Washington a revocare le sanzioni e fare così ripartire un’economia che soffre delle restrizioni impostele (non può fare valuta vendendo energia e non può acquistare tecnologia o rinnovare le proprie strumentazioni). Sul fronte interno, i riformisti al potere a Teheran, delusi dagli europei, che danno loro appoggio solo a parole, devono contrastare il ritorno di fiamma dei conservatori, per i quali fidarsi degli Occidentali e fare l’accordo sul nucleare è stato sbagliato e che provano ad alzare il livello dello scontro con gli Usa.

Gli obiettivi degli Stati Uniti sono, invece, più difficili da individuare: con la denuncia dell’accordo sul nucleare e la reintroduzione e l’inasprimento delle sanzioni, l’Amministrazione Trump ha in mente da ultimo un ‘cambio di regime’ a Teheran, che è sempre stato nei progetti dei ‘neo-cons’?, oppure vuole solo favorire l’egemonia regionale dell’Arabia saudita e rispondere alle preoccupazioni di sicurezza di Israele? Il primo fine non è mai stato dichiarato, anzi viene negato, ma è l’unico che giustifichi i rischi di conflitto innescati dall’attuale contesto e più volte sfiorati negli ultimi due mesi.

A mettere le carte dell’Iran in tavola è stato, nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, uno degli artefici dell’intesa sul nucleare. Alle Nazioni Unite, a New York, Zarif, che ha incontrato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e ha rilasciato diverse interviste, ha spiegato che l’Iran è pronta a negoziare una versione più stringente dell’accordo nucleare, comprese maggiori ispezioni internazionali ai suoi siti, in cambio della revoca permanente delle sanzioni Usa.

Zarif ha anche assicurato che l’Iran non inizierà mai una guerra contro l’America, “anche se loro ce ne stanno già facendo una economica” proprio con le sanzioni. Il ministro non ha tuttavia escluso l’ipotesi di un conflitto come conseguenza della strategia della “massima pressione” dell’Amministrazione Trump, che diventa “terrorismo economico”. E parlando ieri a Caracas, il ministro degli Esteri iraniano, che adegua il linguaggio ai palcoscenici, ha detto “la presenza Usa nel Golfo, in Medio Oriente e in Sud America mette a rischio la sicurezza … non esiste un posto al mondo dove gli Usa portino stabilità”.

In effetti, Washington non ha mostrato interesse per l’apertura iraniana: Trump e il suo team, dove ci sono falchi anti-iraniani come il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, pretendono maggiori concessioni sul fronte nucleare, ma anche lo stop al sostegno di Teheran ai suoi alleati nella Regione, dal regime siriano ai ribelli Huthi nello Yemen.

Anzi, le provocazioni nel Golfo si sono intensificate, durante la missione di Zarif: un drone iraniano abbattuto – e fa 1 a 1, dopo l’abbattimento di un drone americano -; e una petroliera britannica sequestrata nello Stretto di Hormuz – pure qui fa 1 a 1, dopo il sequestro di una petroliera iraniana da parte britannica al largo di Gibilterra -. Infatti, l’Iran evoca il ricorso al “principio di reciprocità”.

Ieri, Teheran ha aperto un’inchiesta sulla petroliera britannica Stena Impero, accusata di aver urtato una barca da pesca e ancorata al largo del porto di Bandar Abbas con tutto l’equipaggio – 23 uomini – a bordo. La vicenda innesca il “disappunto” di Londra, espresso a Zarif dal ministro degli Esteri Jeremy Hunt. Il Regno Unito invita le navi britanniche a rimanere “per ora” fuori dallo Stretto, snodo cruciale dei commerci energetici e punto nevralgico della libertà di navigazione. L’Ue condivide la “preoccupazione” di Londra, che riceve pure solidarietà da Parigi e Berlino.

L’Arabia Saudita ha intanto accettato di ospitare truppe statunitensi – non accadeva dal 2003, dopo l’invasione dell’Iraq – in una mossa ufficialmente tesa ad aumentare la sicurezza regionale, ma che farà invece crescere la tensione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+