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Squad -Ocasio-Cortez - Oman
February 7, 2019 - Washington, District of Columbia, U.S. - Representative Alexandria Ocasio-Cortez, Democrat of New York, left, and Representative Ilhan Omar, Democrat of Minnesota, prior to a press conference calling for an end to immigrant detentions along the Southern United States border help at the United States Capitol in Washington, DC on February 7, 2019. Credit: Alex Edelman / CNP (Credit Image: © Alex Edelman/CNP via ZUMA Wire)

Tornatevene a casa, ma non ai fornelli che s’addicono agli ‘angeli del focolare’ o agli ‘slums’ da cui escono, ma proprio alla casa dei loro avi, al Paese da cui provenivano i loro genitori: è l’invito che Donald Trump, il presidente dell’America bianca, fa a quattro deputate democratiche, ‘the Squad‘, come le chiama la speaker della Camera, e leader dei democratici Nancy Pelosi, che però le difende – anche se quelle quattro arruffa-popolo le creano un sacco di problemi -.

Tornatevene a casa, twitta il magnate showman, “piuttosto che stare qui a dirci” come dovremmo vivere e governarci. Un invito che, fatto mentre scattano i raid per rimpatriare gli immigrati senza documenti in regola, suona fortemente razzista.

Come se gli Stati Uniti e la loro Camera non fossero la casa di Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, di New York, origini portoricane, Ilhan Omar, 38 anni, del Minnesota, origini somale, Ayanna Soyini Pressley, 45 anni, del Massachusetts, afro-americana, e Rashida Tlaib 43 anni, del Michigan, di origini palestinesi: tutte nate negli Usa  – e quindi cittadine americane dalla nascita -, tranne Omar, nata a Mogadiscio, ma naturalizzata cittadina statunitense; e tutte al loro primo mandato, elette con la ‘piccola marea’ della sinistra democratica nel voto di midterm del 2018 –. Omar e Tlaib sono musulmane. Ocasio-Cortez e Tlaib sono espressione dei Democratic Socialists of America, eredi della campagna per la nomination democratica condotta nel 2016 da Bernie Sanders.

Davanti alla rudezza dell’attacco, la Pelosi difende ‘the Squad’, giocando sullo slogan di Trump: “Make America Great Again” è in realtà “Make America White again”. Ma il presidente non arretra, anzi rilancia: senza citarle, suggerisce alle quattro della “sinistra radicale” di “chiedere scusa al Paese e a Israele per il linguaggio che hanno usato e per le terribili cose che hanno detto” e pure per “le loro disgustose azioni”, a causa delle quali “Israele si sente abbandonato dagli Stati Uniti” – cosa non vera, visto che l’Amministrazione Trump compiace in ogni modo il governo Netanyahu -.

Nell’analisi del New York Times, il presidente sta muovendosi nell’ottica delle elezioni del 2020: “Sembra tracciare una linea tra l’America bianca e di gente nata negli Stati Uniti che lui ricorda e che, in fondo, lo elegge e l’America etnicamente diversa, sempre più spesso nata fuori dell’Unione, di cui è a capo” – un’America, quella della diversità, non solo etnica, ma anche di genere, che di sicuro non lo vuole alla Casa Bianca -; e cerca di dipingere i democratici come estremisti di sinistra.

Del disegno divisorio di Trump, i raid anti-immigranti sono parte integrante: sono partiti nonostante l’opposizione dei sindaci delle ‘città santuario’, fra cui le maggiori dell’Unione, New York, Chicago, Los Angeles, San Francisco, e con effetto ridotto, perché – spiegano gli agenti sul terreno – i tweet altisonanti del presidente hanno messo sul chi vive migliaia di persone, che hanno evitato di farsi trovare in giro.

I democratici non danno tregua a Trump sul fronte dell’immigrazione: una commovente audizione alla Camera sulla separazione dei minori dalle famiglie ha provato che almeno 18 bambini di meno di due anni sono rimasti separati dai genitori per oltre venti giorni. E il vice di Trump Mike Pence, pur difendendo le scelte del presidente, ha dovuto constatare il sovraffollamento e le condizioni igieniche inadeguate di strutture dove sono rinchiusi gli immigrati e i loro figli. Stanno alle stretto? “Che non vengano da noi”, è la linea di Trump, la cui Amministrazione negare il diritto a chiedere asilo ai centro-americani che, prima di arrivare negli Usa, traversano un altro Paese (praticamente tutti, visto che c’è di mezzo il Messico).

L’offensiva democratica anti-magnate punta, prima della pausa estiva, sulle audizioni alla Camera dell’ex procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller, che dovevano farsi questa settimana, ma che sono state ora posposte al 24 luglio.

Contro i migranti e ‘The Squad’, Trump non è solo.  Il senatore repubblicano Lindsey Graham, che gli fu avversario per la nomination 2016, denuncia “un mucchio di comuniste che odiano Israele, che odiano il nostro Paese, che chiamano gli agenti di frontiera guardie di campi di concentramento … Fatele diventare la faccia del partito democratico e lo distruggerete”. Esattamente quello che Trump prova a fare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+