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Iran - Teheran - Najafi

Succede anche in Iran che gli scontri politici tra riformisti e conservatori, invece che sui grandi temi della sicurezza e dell’economia, si polarizzino su vicende personali, un po’ pruriginose, da camera da letto. Se poi ci scappa il morto, e il sangue s’intreccia col sesso, la ricetta per la storia di richiamo è servita, a Teheran – dov’è protagonista l’ex sindaco Mohammad Ali Najafi – come in qualsiasi capitale occidentale. Altro che accordo sul nucleare denunciato e calpestato dagli Stati Uniti di Donald Trump e violato – un anno più tardi – dall’Iran; o tensioni nel Golfo, con navi commerciali attaccate, droni abbattuti e petroliere sequestrate; o ancora conflitti per procura con i sauditi nello Yemen.

Ieri, Najafi, 67 anni, riformista, consigliere del presidente Hassan Rohani, ex ministro, ha assistito, in divisa da carcerato, alla prima udienza del processo a suo carico in tribunale: l’accusa è di aver ucciso sua moglie, Mitral Ostad, trovata morta nella sua casa il 28 maggio. Najafi ha ammesso l’uxoricidio, ma ha affermato nel corso dell’udienza d’avere ucciso la moglie perché aveva una relazione extraconiugale. Secondo la Sharia, la legge islamica, un uomo può uccidere sua moglie se ha le prove di un suo rapporto illegale.

In precedenza, Najafi aveva detto che l’omicidio nasceva da problemi familiari, ma non era stato esplicito sul tradimento che, se confermato, lo manderebbe di fatto assolto. Najafi è personaggio che suscita forti contrapposizioni: nei sei mesi in cui fu sindaco della capitale iraniana, venne fortemente osteggiato dai fondamentalisti, fino a che, nell’aprile del 2018, fu costretto a dimettersi.

Subito dopo l’arresto, la sua confessione, in diretta televisiva, aveva fatto grande impressione, ma anche suscitato molti dubbi: “Litigavo spesso con mia moglie, volevo divorziare ma lei non era d’accordo, poi oggi mi è partito accidentalmente un colpo dalla pistola e l’ho uccisa”, aveva detto Najafi il 28 maggio. Un racconto surreale, quanto – racconta Alberto Zanconato, un giornalista che è stato per molti anni corrispondente da Teheran dell’ANSA – il tono calmo e distaccato, o le premure riservategli al commissariato dove si era costituito, sotto gli occhi delle telecamere (per chi conosce la brutalità dei poliziotti iraniani la scena era irreale) .

C’era quanto bastava per sollevare molti dubbi e dare luogo a infinite interpretazioni complottistiche sulla vicenda. La moglie uccisa, un’attrice, aveva circa la metà degli anni di Najafi ed era solita postare immagini romantiche di lei con il marito su Instagram. Martedì 28 maggio il suo corpo senza vita, con due proiettili nel petto, era stato trovato nel lussuoso appartamento che i due sposi condividevano, nel quartiere di Saadat Abad, nel nord-ovest di Teheran.

Poche ore dopo Najafi, un politico laureato in matematica al Massachusetts Institute of Technology, s’era consegnato agli agenti. In serata, era andato in onda l’incredibile show che lo mostrava mentre dava la sua incongrua versione di quanto successo – un particolare bastava a confutarla: lui parlava d’un colpo partito per errore, mentre la moglie era stata raggiunta da due colpi -.

Successivamente, il giornalista che lo intervistava lo smentiva, prendendo in mano disinvoltamente l’arma che doveva essere quella del delitto, estraendone i proiettili e mostrando che i colpi sparati erano stati ben cinque. Troppi perché la versione dell’incidente reggesse. Nel frattempo, Najafi, seduto tranquillo alle spalle del giornalista, sorseggiava un tè che gli era stato portato dalle guardie.

Nulla di quanto era stato mostrato, insomma, sembrava naturale e tutti, a partire dall’arrestato, e compresi il giornalista e i poliziotti, sembravano recitare una parte. Comprensibile, dunque, l’ondata di reazioni scioccate, scandalizzate ma soprattutto incredule che s’era immediatamente creata sui social media. E c’era chi ricordava che l’ex ministro dell’Istruzione, ex sindaco di Teheran e consigliere di Rohani era già stato più volte preso di mira dal fronte conservatore del regime teocratico iraniano.

Anche le dimissioni da sindaco di Najafi erano state conseguenza di una vicenda personale, più che politica. Gli estremisti integralisti lo avevano criticato per avere partecipato a una cerimonia dove alcune bambine delle scuole elementari avevano danzato, evocando balletti rosa e altre – apparenti – fantasie. E molti avevano allora sottolineato, e tornano a farlo ora, che Najafi, in quanto sindaco, aveva denunciato il malaffare e la corruzione nella compravendita di beni immobili da parte d’uomini d’affari legati ai conservatori.

Ce n’è a sufficienza perché sui social si evochi lo spettro di un complotto ordito dall’intelligence. E la scena in tribunale di ieri, con la mezza ritrattazione dell’imputato, alimenta ulteriori interrogativi e dubbi. C’è chi si spinge a ipotizzare che la vittima, sposata da Najafi come seconda moglie, ma senza divorziare dalla prima, grazie alla legge sulla poligamia, fosse un’agente dei servizi segreti messa al fianco di un politico scomodo. Il che, comunque, non ne giustificherebbe l’assassinio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+