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Brexit - Corbyn
July 9, 2019 - London, UK, UK - London, UK. Leader of the Labour Party Jeremy Corbyn leaves his home in north London. Jeremy Corbyn is facing pressure from members of the Shadow Cabinet to change the Party’s position on Brexit. (Credit Image: © Dinendra Haria/London News Pictures via ZUMA Wire)

Jeremy ‘tentenna’ Corbyn ha cambiato di nuovo idea: per la Brexit, anzi contro; per l’accordo con l’Ue, ma contro l’accordo negoziato da Theresa May; per il rispetto della volontà popolare emersa dal referendum del 23 giugno 2016, anzi contro. Il leader laburista schiera il suo partito a favore d’un nuovo referendum, dentro o fuori l’Ue, e s’impegna a sostenere l’opzione Remain, contro qualunque ipotesi di divorzio ‘no deal’, cioè senza accordo, come pure contro qualsiasi accordo d’uscita dall’Ue “dannoso” e di marca tory.

La decisione laburista è stata ratificata ieri dal governo ombra e annunciata in una lettera aperta. Difficile dire quanto sia strategica, o tattica, la mossa dell’opposizione, che ingarbuglia il quadro politico britannico nell’imminenza della scelta, da parte dei conservatori, del loro nuovo leader e, quindi, del nuovo premier, in sostituzione della dimissionaria e delegittimata Theresa May.

Di fatto, l’annuncio laburista è un’ulteriore grana per il successore della May, che sia un ‘brexiteer’ arrabbiato come Boris Johnson, il favorito, o tiepido, come Jeremy Hunt. Con gli iscritti al partito, Corbyn mette da parte le esitazioni finora contestatigli dal fronte laburista anti-Brexit (maggioritario, ma non certo unanime); e sfida Johnson, o Hunt, impegnati in serata in un confronto televisivo forse determinante per l’esito della loro sfida, ad accettare un nuovo voto popolare.

La scelta tra Johnson e Hunt è affidata al voto postale dei 160.000 iscritti al Partito conservatore: l’annuncio del vincitore e atteso il 23 luglio. Entrambi i rivali giurano di voler attuare la Brexit senza esitazioni, ma solo Johnson considera tassativa la scadenza del 31 ottobre, a costo di rendere più probabile l’ipotesi di un divorzio ‘no deal’.

“Chiunque diventi premier, deve sottoporre al voto del popolo il suo accordo o un no deal”, scrive Corbyn. “In questo caso – aggiunge -, il Labour farà campagna per il Remain contro qualunque accordo Tory che non protegga l’economia e i posti di lavoro”. C’è però riserva, concordata lunedì in una riunione fra i vertici laburisti e i sindacati che sostengono il partito: è legata all’eventualità che il prossimo governo tory cada, che passi la mano a un esecutivo laburista e che questo negozi una Brexit soft.

Insomma, il nuovo referendum resta un’ipotesi lontana, sulla via della quale potrebbero pure esserci elezioni politiche anticipate. La svolta laburista è stata approvata – sia pur con qualche riserva – dall’ala più europeista del partito e dalla fronda animata dal vice-leader Tom Watson, ma era pure sollecitata ormai da mesi da esponenti della sinistra interna fedelissimi di Corbyn.

Come fra i conservatori, la Brexit crea, però, contraddizioni anche fra i laburisti: oltre 20 deputati sono stati eletti in collegi pro Brexit e lo zoccolo duro pro Leave della base laburista è quantificato in circa un quarto del suo elettorato. L’opzione nuovo referendum è inoltre denunciata dai tories come un tradimento dell’impegno assunto dal Labour nel manifesto elettorale del 2017 a rispettare l’esito pro Brexit del referendum 2016.

Mentre in Gran Bretagna le forze politiche faticano ad assumere e mantenere una posizione, l’Ue tiene la barra dritta e si prepara all’ipotesi peggiore, una Brexit ‘no deal’. I ministri dell’Economia dei 28, riuniti ieri nell’Ecofin, hanno varato misure di emergenza per finanziare il bilancio europeo 2019 in caso di Brexit senza accordo. L’obiettivo è mitigare l’impatto in settori come la ricerca e l’agricoltura.

Una Brexit ‘no deal’, dicono i ministri dei Paesi dell’Ue, non inficia l’obbligo d’onorare gli impegni già presi, sia da parte dei 27 che della Gran Bretagna. Le misure ora adottate – già varate dall’Assemblea di Strasburgo il 17 aprile – consentiranno all’Unione di continuare a fare pagamenti ai beneficiari britannici per i contratti sottoscritti prima della data del divorzio, a patto che Londra continui a versare i contributi concordati nel bilancio 2019.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+