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Iran - Usa - arricchimento
July 8, 2019 - Tehran, Tehran, IRAN - Iranian Muslims ready to board a special flight for the annual Hajj pilgrimage to the holy city of Mecca from Imam Khomeini International Airport. (Credit Image: © Rouzbeh Fouladi/ZUMA Wire)

Passettino dopo passettino, minaccia dopo minaccia, sanzione dopo sanzione, Donald Trump sta spingendo l’Iran più vicino alla bomba, là dov’era prima di firmare l’accordo sul nucleare nel 2015 e di rispettarlo scrupolosamente per quattro anni. Teheran, che aveva già confermato domenica l’avvenuto superamento dei limiti d’arricchimento dell’uranio posti dall’intesa, ha ieri precisato d’avere innalzato al 4,5% il livello d’arricchimento dell’uranio, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015 che mira ad evitare che l’Iran si doti dell’atomica.

Secondo il portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana Behruz Kamalvandi, campioni d’uranio arricchito sono stati inviati all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che domani a Vienna si riunirà in sessione straordinaria su richiesta degli Stati Uniti. L’Aiea ha già confermato l’avvenuto sforamento dei limiti concordati..

L’Iran resta molto lontano dalle quantità di uranio arricchito e dai livelli di arricchimento necessari per una bumba nucleare di ultima generazione. Ma il presidente iraniano Hassan Rohani spera così di fare recedere gli Stati Uniti dall’applicare sanzioni che ne soffochino ulteriormente l’economia del Paese e cerca di mettere gli europei contro l’Amministrazione statunitense.

Il primo obiettivo appare illusorio: Trump, oltre un anno fa, denunciò l’accordo, nonostante l’Iran lo stesse scrupolosamente rispettando, e reintrodusse le sanzioni levate dall’Amministrazione Obama. Teheran chiede che Washington cessi “la guerra economica” condotta contro l’Iran. Ma il segretario di Stato Mike Pompeo minaccia “più isolamento e più sanzioni”; il presidente Trump ammonisce l’Iran “a stare attento”; e il suo vice Mike Pence dice “Non vogliamo la guerra, ma non cediamo”.

Il secondo obiettivo appare velleitario, nonostante l’annuncio dell’avvenuto arricchimento ‘illecito’ s’accompagna a un ultimatum di 60 giorni ai partner europei dell’accordo nucleare perché agiscano per salvarlo. Se non ci saranno azioni concrete per contrastare gli effetti negativi delle sanzioni Usa sull’economia iraniana, la Repubblica islamica compirà a settembre nuovi passi verso la “riduzione” dei suoi impegni, avverte il ministero degli Esteri di Teheran. Si ipotizza un arricchimento dell’uranio al 20%.

L’Unione europea, in realtà, s’è data strumenti per consentire alle sue aziende di continuare a fare affari con l’Iran senza incorrere nelle sanzioni statunitensi, ma esita ad applicarli (e le imprese temono, comunque, le ritorsioni statunitensi). Mohammad Javad  Zarif, ministro degli Esteri iraniano, uno dei ‘padri’ dell’intesa, nota che le misure sono reversibili: “Dipende dagli europei”.

A parte il rispetto delle promesse fatte in campagna elettorale e la ‘damnatio memoriae’ di Obama, la logica dell’atteggiamento persecutorio di Trump contro l’Iran non è chiara, al di là della sintonia con le preoccupazioni d’Israele – il premier Benjamin Netanyahu insiste perché l’Ue reintroduca le sanzioni – e con le ambizioni d’egemonia regionale dell’Arabia saudita. Il presidente che riconosce uno statuto internazionale al dittatore nord-coreano Kim Jong-un, che s’è dotato dell’atomica, vuole mettere in ginocchio un Paese che non ce l’ha e che accetta di non averla.

La posizione americana crea imbarazzo nei partner europei. Kim Darroch, l’ambasciatore di Londra a Washington, scrive, in cablogrammi destinati a rimanere riservati, ma resi pubblici dal Daily Mail, che il presidente Trump “irradia insicurezza”, in particolare nelle valutazioni sull’Iran. L’ostilità verso Teheran emerge anche da scortesie gratuite, come quelle subite dalla nazionale di pallavolo iraniana al suo arrivo negli Stati Uniti: altroché diplomazia del ping-pong e della lotta libera.

Commentando gli ultimi sviluppi, la Cina denuncia “il bullismo unilaterale” degli Stati Uniti, visto come “un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”: “Le pressioni degli Usa (sull’Iran) sono alla radice della crisi sulla questione nucleare”. La Russia si dice, invece, “preoccupata” dalla decisione dell’Iran, ma vuole “continuare il dialogo”. E l’Ue si dichiara “estremamente preoccupata”, ma non agisce – Francia e Germania sono i Paesi di punta nel dialogo con Teheran -.

Dal punto di vista della sicurezza energetica e militare, il Mondo guardia con angoscia allo Stretto di Hormuz, largo poco più di tre chilometri, che collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Lì, transita un quinto del petrolio mondiale; e lì, nelle ultime settimane, vi sono già stati attacchi e incidenti a petroliere, attribuiti dagli Usa all’Iran, e screzi – l’abbattimento di un drone Usa -. Tutta l’area è un focolaio di conflitti, anche aperti come nello Yemen (da dove gli Emirati arabi uniti hanno ieri confermato un ritiro militare parziale).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+