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Usa - 4 Luglio
July 3, 2019 - Washington, DC, United States - Bradley Fighter Vehicles are seen outside of Lincoln Memorial during a rehearsal of A Salute To America in advance of Independence Day in Washington, U.S., July 3, 2019. Go Nakamura/Zuma Press (Credit Image: © Go Nakamura/ZUMA Wire)

Donald Trump non sta più nella pelle: è come un bambino, che ha un giocattolo nuovo e non vede l’ora di provarlo. “Sarà lo show di una vita”, twitta il magnate presidente alla vigilia del 4 Luglio, l’Independence Day. Sarà una festa diversa: ci saranno i fuochi d’artificio sul Mall di Washington e in migliaia di località dell’Unione; e milioni di barbecue nei giardini e sulle terrazze delle case e anche nei parchi e sui parcheggi; ma ci sarà pure, per la prima volta, una imponente parata militare, “Salute to America“, che vedrà schierati i carri armati lungo il National Mall e jet acrobatici in volo sui cieli della capitale, oltre che i passaggi d’un velivolo della flotta degli AirForceOne e del nuovo Marine One, l’elicottero presidenziale.

L’impazienza del presidente contagia una parte della popolazione, mentre i giornali s’interrogano, piuttosto, sul costo dell’evento e si chiedono se l’inedita parata del 4 Luglio non sia un tributo alla megalomania del presidente più che alla storia dell’Unione. Chi paga? Di sicuro, i contribuenti; e il National Park Service, che s’è visto sfilare 2,5 milioni di dollari, dirottati dalle casse dell’agenzia federale che si occupa dei parchi nazionali e dei monumenti storici ai preparativi della festa militar-popolare.

Sono due anni che Trump ci pensa. Da quando, il 14 Luglio 2017, Emmanuel Macron, da poco eletto e insediatosi presidente, lo invitò a Parigi il giorno della festa nazionale francese, solleticandogli l’invidia con la parata militare sui Campi Elisi, dove la Legione Straniera dà sempre spettacolo. E, poi, via!, una parata militare ce l’hanno molti Paesi, la Cina, la Corea del Nord, persino nel suo piccolo l’Italia. Anche se la pietra di paragone per tutti resta la parata del 9 Maggio sulla Piazza Rossa, con i reduci della vittoria del Comunismo sul Nazismo che, ogni anno di meno, testimoniano, carichi di medaglie, la gloria della Grande Madre Russia.

E l’America? Nulla. Al più, bande di pifferi che, nel giardino della Casa Bianca, rendono gli onori agli ospiti e alla bandiera, nelle uniforme rosse e bianche settecentesche, con le anacronistiche parrucche bianche sotto i tricorni. Per Trump, bisognava colmare la lacuna: lui avrebbe voluto farlo già l’anno scorso, ma il tentativo d’organizzare una parata lungo Pennsylvania Avenue nel Veteran Day naufragò per i costi stellari, stimati a 92 milioni di dollari, e perché i militari non mostrarono entusiasmo per l’idea.

Quest’anno, invece, il presidente non s’è lasciato distogliere. E il Washington Post ha già anticipato ai suoi lettori dettagli dell’evento, che sarà concluso, a sera ormai calata, da due spettacoli di fuochi d’artificio: disegneranno nel cielo una grande bandiera americana e la parola ‘Usa‘. A suggellare l’evento patriottico, un discorso alla nazione del presidente dal Lincoln Memorial: dal luogo, cioè, che celebra il presidente che abolì la schiavitù e dove Martin Luther King pronunciò il suo discorso più celebre , ‘I have a dream’.

Le proteste non sono tardate. I democratici difendono una festa tradizionalmente apartitica e temono che il discorso di Trump si riveli un mega spot elettorale in una campagna presidenziale già accesa; i repubblicani, attenti al rigore nella spesa pubblica, lamentano lo spreco di soldi; molti cittadini, più prosaicamente, temono i danni del passaggio dei tank, che pesano oltre 60 tonnellate. E, infatti, non è ancora scontato che i carri Abrams o i veicoli da combattimento Bradley sfileranno o saranno solo esposti in modo statico.

“Sarà uno dei più grandi meeting della storia”, assicurava il magnate fin da febbraio, invitando tutti a “Salute to America” del 4 Luglio. Ma non tutti oggi andranno sul Mall per ascoltarlo e fargli festa: c’è chi pianifica proteste, prepara un grande pallone che raffigura un Trump bambinone e s’appresta a scandire durante il discorso il contro-slogan ‘Make Americans Friends Again’.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+