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Usa - Iran - escalation
June 29, 2019 - Ramstein, Rhineland-Palatinate, Germany - Protesters hold a Peace banner.A few thousand peace activists from the Stopp Air Base Ramstein campaign protested outside the US airbase in Ramstein. The protest was the end of this year’s week of action against the airbase. The main focus of this year’s events was on the alleged involvement of the airbase in the drone warfare of the US Air Force in the Middle East and Africa and call to not use Ramstein for a future war with Iran. (Credit Image: © Michael Debets/Pacific Press via ZUMA Wire)

L’escalation militare non c’è (ancora) stata. L’escalation delle sanzioni e delle parole è ormai parossistica: quasi ogni giorno, Donald Trump alza i toni – “Se l’Iran attacca lo annienteremo” – e Teheran modula in crescendo le repliche – il magnate è un “ritardato mentale” -. La gaffe del presidente, che scambia l’ayatollah Ruhollah Khomeini, morto trent’anni or sono, con l’attuale guida suprema iraniana Ali Khameney, non allenta la tensione, pur stemperando in ironia la rabbia degli iraniani. E gli altri protagonisti della scena mediorientale o soffiano sul fuoco – sauditi e israeliani – o invitano alla moderazione – europei, russi e cinesi chiedono tutti una soluzione politica -. Il tema è presente nei colloqui a margine del G20 di Osaka in Giappone a fine settimana.

In questo contesto di escalation continua, l’atto primo dell’ ‘accordo del Secolo’, come la Casa Bianca definisce il suo piano di pace tra israeliani e palestinesi, diventa un ‘flop’: si tiene a Manama, nel Bahrain, una conferenza sugli aspetti economici del programma americano, dove le assenze – non ci sono i palestinesi e neppure i leader israeliani – pesano più delle presenze.

Forse, la guerra non ci sarà. Ma, se dovesse esserci, non sarà una guerra per errore, ma una guerra cercata, provocata, innescata dagli Stati Uniti a freddo, senza alcun credibile pretesto di sicurezza nazionale, ma perseguendo gli interessi di sicurezza – percepiti – israeliani e d’egemonia sauditi; e per mostrare agli americani che Donald Trump mantiene le promesse fatte in campagna elettorale, specie adesso che lo è di nuovo per Usa 2020.

A giorni alterni, lo showman è pacifista o guerrafondaio. E spesso addossa le avvisaglie di conflitto sul suo consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, un Dottor Stranamore ‘forza e muscoli’: “Se gli dessi retta – dice il presidente -, saremmo in guerra con tutto il Mondo”, perché Bolton, volta a volta, gli prospetta il ricorso alle armi in Corea e in Iran, in Siria e nel Venezuela. E capita che il parere di un giornalista, Tucker Carlson, commentatore della Fox News, pesi più di quelli d’uno stuolo di analisti ed esperti, civili e militari: il raid di ritorsione per l’abbattimento d’un drone viene fermato 10′ prima dell’ora ics, perché Carlson lo sconsiglia. Però, episodi ed aneddoti a parte, la strategia della “massima pressione” sul regime iraniano, frutto e derivato dell’ideologia neo-cons, è una costante dell’Amministrazione repubblicana.

… di qui in avanti l’articolo riprende quanto già scritto, in particolare, per Il Fatto Quotidiano il 22/06/2019 https://www.giampierogramaglia.eu/2019/06/22/usa-iran-drone-guerra/ e il 23/06/2019 https://www.giampierogramaglia.eu/2019/06/23/usa-iran-carlson-trump/ e in altri pezzi precedenti con chiave Golfo: o Golfo di Oman: …

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+