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Usa - Iran - guerra - Trump
June 20, 2019 - Washington, District of Columbia, U.S. - A model of Air Force One with President Trump's proposed color scheme in the Oval Office in front of US President Donald J. Trump (R) and Canadian Prime Minister Justin Trudeau (L) in the White House in Washington, DC, USA, 20 June 2019. The president spoke to the media about Iran shooting down an American drone, saying it might not have been intentional (Credit Image: © Jim Loscalzo/CNP via ZUMA Wire)

Forse, la guerra non ci sarà. Anzi, crediamo che non ci sarà. Ma, se dovesse esserci, non sarà una guerra per errore, ma una guerra cercata, provocata, innescata dagli Stati Uniti, a freddo, senza alcun credibile pretesto di sicurezza nazionale, ma perseguendo gli interessi di sicurezza – percepiti – israeliani e d’egemonia sauditi; e per mostrare agli americani che Donald Trump mantiene le promesse fatte in campagna elettorale.

Quanto da un mese sta accadendo nel Golfo è un’escalation non fortuita, ma voluta. Complice, non innocente, l’Iran, che, messo economicamente nell’angolo dalle sanzioni statunitensi, ripristinate senza motivo da Trump, dopo che Obama le aveva levate, è spinto a rispondere dente per dente e occhio per occhio alla “massima pressione” degli Stati Uniti. Quel che, in fondo, Washington e i suoi accoliti regionali vogliono. Mentre gli europei e pure Cina e Russia predicano moderazione e dialogo.

Dopo l’abbattimento, mercoledì, di un drone Usa da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, la Casa Bianca e tutta l’Amministrazione degli Stati Uniti recitano scene di indignazione, ma sciorinano anche divisioni e contraddizioni sull’ipotesi di guerra. Se uno invia un drone a spiare l’Iran, mette in conto che possa essere abbattuto. Del resto, che cosa avverrebbe se l’Iran spedisse un drone a spiare gli Usa?

Molto di quel che accade, da una parte e dall’altra, pare fatto apposta per creare un ‘casus belli’. Difficile però capire se il tutto fa parte di una strategia di logoramento dell’Iran rischiosa, da parte degli Stati Uniti, o se siamo davvero alle prove generali d’un intervento armato. C’è pure il rischio che la situazione sfugga di mano ai ‘comandanti in capo’ dei due campi, il magnate presidente, esposto ai suggerimenti di consiglieri guerrafondai e, per fortuna, di militari meno sconsiderati, e, per partire iraniana, il presidente Hassan Rohani o l’ayatollah Ali Khameney.

Basti pensare alla confusione creatasi nella serata di giovedì a Washington. Trump, per sua stessa ammissione, era pronto a ordinare un’azione di ritorsione dopo l’abbattimento del drone, che – sostengono gli americani – sorvolava acque internazionali: tre i siti presi di mira. Ma quando Trump chiede ai generali “Quante vittime ci saranno?”, si sente rispondere “150”. Allora, il presidente blocca la rappresaglia, dieci minuti prima del suo inizio. Finora, i due attacchi missilistici ordinati dal magnate, entrambi sulla Siria, per punire il regime per il ricorso ad armi chimiche, hanno sempre avuto un impatto limitato in termini di vite umane, in base alle informazioni disponibili.

Rientrata, per ora, la minaccia di ritorsione, resta il rischio che gli iraniani ripetano i loro attacchi. Ciò ha indotto grandi compagnie aeree mondiali a modificare le proprie rotte: British Airways, Lufthansa, Klm e Qantas hanno deciso che i loro aerei non sorvolino più né lo Stretto di Hormuz né il Golfo dell’Oman. E’ troppo recente il dramma del volo di linea della Malaysia Airlines abbattuto sul Donbass nel 2014 da un missile russo sparato dai separatisti ucraini filo-russi per accettare il rischio.

L’Iran pubblica un video dell’abbattimento dell’aereo telecomandato e fa sapere di avere cercato d’indurre il drone ad allontanarsi. Sia Teheran che Washington si rivolgono all’Onu e sollecitano una riunione del Consiglio di Sicurezza.

Il New York Times ricostruisce quanto avvenuto giovedì sera a Washington: ore convulse e drammatiche. Trump aveva approvato attacchi militari mirati, ma ha poi cambiato idea. Alle 19 di giovedì ora locale (l’una di notte di venerdì in Italia) funzionari, militari e diplomatici attendevano l’ordine di attacco dopo un serrato dibattito alla Casa Bianca. L’operazione era già nella fasi iniziali, con aerei in volo e navi in posizione, quando è arrivato il contrordine. 

“Non è chiaro se Trump abbia solo cambiato idea o se l’Amministrazione abbia rivisto il piano per problemi logistici. E non è neanche chiaro se gli attacchi siano solo posticipati”, scrive il NYT. L’attacco doveva avvenire di venerdì in Iran – giornata festiva – per minimizzare il rischio per i civili.

Nella ricostruzione del giornale, l’Amministrazione di sarebbe spaccata: il segretario di Stato, Mike Pompeo, il consigliere alla Sicurezza nazionale, John Bolton, e il direttore della Cia, Gene Haspel, erano a favore di un attacco. Scettici, invece, i responsabili del Pentagono, convinti che un’azione avrebbe causato un’escalation mettendo a rischio le forze statunitensi nell’area. I leader del Congresso erano stati informati dei piani dell’Amministrazione, durante una riunione svoltasi giovedì pomeriggio nella Situation Room della Casa Bianca.

Il racconto mette in evidenza, per l’ennesima volta in poche settimane, le esitazioni di Trump sull’Iran: lo vuole mettere alle strette e indurlo a rinegoziare un accordo già raggiunto e considerato valido da tutti i firmatari, tranne gli Usa, ma non vuole scatenare un conflitto. Che avrebbe ben altre dimensioni e conseguenze rispetto alla pur catastrofica invasione dell’Iraq nel 2003.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+