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Usa 2020 - Trump
June 18, 2019, Orlando, Florida, USA: President DONALD TRUMP speaks during his reelection kickoff campaign rally at the Amway Centero. Trump returned to the battleground state of Florida on Tuesday to formally announce his campaign for a second term. (Credit Image: © Stephen M. Dowell/TNS via ZUMA Wire)

Se non fosse che nel 2016 era New York, e questa volta è la Florida, la sua ‘seconda casa’; e se non fosse per quella fluttuazione nello slogan, da ‘Make America Great Again’ a ‘Keep America Great Again’; parrebbe d’assistere allo stesso film, che parte ‘comedy’ e ha un finale ‘horror’: l’Usa 2020 di Donald Trump è terribilmente simile all’Usa 2016, smargiassate e grossolane panzane, ma c’è chi lo applaude e lo vota.

“L’American Dream è tornato”: gli Stati Uniti e la loro economia sono “l’invidia del mondo”. Lui vuole restare alla Casa Bianca fino al 2025, per “finire il lavoro”. “Stiamo finalmente rimettendo l’America al primo posto, l’America First … Un voto democratico è un voto per distruggere l’American Dream … L’America non sarà mai socialista: I repubblicani credono nella libertà e voi pure”.

Il discorso di Orlando, la città di Disneyworld, che la stampa Usa definisce “torrenziale”, ricalca toni e temi della campagna 2016: gli immigrati, un’ossessione, una minaccia per economia e sicurezza; i partner, la Cina e l’Ue, avvoltoi pronti a spolpare l’America se il magnate presidente non fa argine, a colpi di dazi e negoziando duro; e i soliti cattivi, l’Iran in primo piano. Il New York Times sottopone a scrupoloso ‘fact checking’ le parole di Trump, ma è un esercizio fine a se stesso: chi non crede allo showman non ha bisogno del ‘fact checking’ per sapere che racconta panzane; e chi gli crede non legge il ‘fact checking’ e pensa che le panzane stiano lì.

Doveva essere un momento eccezionale, nel lungo percorso verso un secondo mandato. Ai cronisti che lo seguono sempre, suona, invece, come uno delle centinaia di comizi fatti dal 2015 – quando scese in campo – a oggi, quattro anni d’ininterrotta campagna elettorale.

Certo, rispetto al 2016 il quadro di fondo è speculare. Allora, il campo democratico era sguarnito: c’erano Hillary Clinton e un anziano senatore del Vermont Bernie Sanders che, all’inizio, pareva una macchietta; e quello repubblicano era zeppo di 17 candidati. A Usa 2020, il campo repubblicano è suo, mentre quello democratico è frammentato in oltre venti aspiranti alla nomination.

Accolto da migliaia di fan, Trump sale sul palco dell’Amway Center presentato da Mike Pence e introdotto da Melania, ‘first lady’ in giallo. Se la prende con Barack Obama e ancora con Hillary per le sue 33.000 email cancellate (“Se io cancellassi una email d’amore per Melania chiederebbero la sedia elettrica”). Minimizza il Russiagate: è stato tenuto “sotto assedio per due anni, ma abbiamo vinto. Nessuna collusione, nessuna ostruzione”. Critica i media, i “fake news media”. Frasi che sono ritornelli.

L’economia, che va forte, è dalla parte del presidente, come la riduzione delle tasse, decisa prima delle elezioni di midterm del novembre 2018, che, però, hanno visto i repubblicani sconfitti, almeno alla Camera. I sondaggi, invece, non sono oggi favorevoli allo showman presidente – non lo erano neppure alla vigilia delle elezioni presidenziali 2016 -: il battistrada dei democratici, Joe Biden, l’ex vice-presidente di Obama, gli sta davanti una dozzina di punti: e pure Sanders lo batterebbe, se si votasse oggi. Ma l’Election day di Usa 2020 è ancora lontano 500 giorni.

Ma Trump ha i suoi parametri: lui ama definirsi il “presidente preferito” degli americani, anche se un sondaggio Gallup gli dà appena un 40% di tasso di approvazione, e non si considera inferiore a nessuno. “Solo una persona ha ottenuto un consenso più alto del vostro presidente preferito. Sapete chi è? George Washington, George ottenne il 100%”. Non c’è una parola di vero, naturalmente: molti presidenti hanno avuto tassi di approvazione più alti di Trump, persino i Bush padre e figlio che, rispettivamente dopo la vittoria nella Guerra del Golfo del 1991 e dopo l’11 Settembre 2001, superarono il 90%; e nessun sondaggio misurò mai la popolarità di Washington.

I democratici, questa volta, sono avvertiti: il magnate non va preso sotto gamba. Obama fa sapere d’essere “profondamente preoccupato per la direzione che sta prendendo il Paese” e intende dare una mano ai democratici per vincere nel 2020 (e per vendere più copie del suo ultimo libro). Trump, del resto, ha sistematicamente cercato di rottamare l’eredità di Obama, l’intesa sul clima di Parigi e quella del nucleare con l’Iraq, la riforma sanitaria e le battaglie per i diritti civili. Biden accusa Trump di ignorare i “fatti reali” liquidandoli come “fake news” e di mettere sotto attacco “valori e diritti fondamentali” dell’America, inclusività, diversità, stato di diritto, libertà di espressione e religione. Trump – dice Biden – ha compromesso la reputazione degli Usa nel mondo e si prende meriti che non sono suoi in economia. Vero!, ma che gliene importa a quelli del KAGA (Keep America Grweat Again).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+