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Cina - BeltandRoadInitiative - comunismo
URUMQI, June 13, 2019 A Chinese border policeman introduces entry-exit related matters to a driver from Kyrgyzstan in Erkeshtam port, northwest China's Xinjiang Uygur Autonomous Region, June 11, 2019. With the Belt and Road Initiative, the trade between Xinjiang, Kyrgyzstan and Tajikistan has continued to develop. .On the southern border of Xinjiang, three ports, Turugart, Erkeshtam and Karasu, between China and Kyrgyzstan and Tajikistan, saw large quantities of goods cleared by customs every year. (Credit Image: © Luo Yang/Xinhua via ZUMA Wire)

Le notizie che arrivano da Hong Kong in questi giorni indicano che la Cina sta perdendo la battaglia per la democrazia in quella che per molti versi resta una città Stato; anzi, che forse non la combatte nemmeno. Mentre i media del nostro mezzo Mondo dedicano ampi servizi alle proteste anti – ‘legge di estradizione’ e alla loro repressione, i media cinesi parlano di tutt’altro. Il fatto è che Pechino, della democrazia, come dei diritti umani, non si cura: protetta dall’usbergo del comunismo, tira avanti per la sua strada, espansione economica e commerciale e crescente peso geo-politico, integrati da una rete di basi militari che accompagnano e proteggono i suoi investimenti.

Di Paesi comunisti, che tali si dicono e che lo sono, al mondo ne sono rimasti pochissimi: la Cina e il Vietnam, in Asia; magari, Cuba e, a tirarla per i capelli, il Venezuela in America latina – ma quelli sono comunismi locali e ‘personalizzati’, il castrismo e il chavismo -. Un segnale di sconfitta, per un sistema che negli Anni Ottanta ‘governava’ una ventina di Paesi tra Europa ed Asia?, che, con i criteri attuali, sarebbero oltre una trentina, dopo le ‘disintegrazioni’ di Urss e Jugoslavia.

Certamente, il comunismo, come modello politico, è uscito sconfitto dalla Guerra Fredda e ha perso molto terreno. Ma, capitalizzatasi, l’economia dei Paesi dove sopravvive dimostra grande vitalità e una eccezionale capacità di trarre vantaggio dalla globalizzazione, con tassi di crescita in Occidente assolutamente invidiabili e inarrivabili, anche quando rallentano, come sta avvenendo in Cina (6,6% nel 2018). Il Vietnam, invece, il tasso di crescita del Pil è stato del 6,5, in lieve crescita.

Uno potrebbe argomentare che la Cina, grande trenta volte l’Italia con un miliardo 300 milioni d’abitanti, e il Vietnam, grande come l’Italia e con 90 milioni di abitanti, sono Paesi i cui popoli hanno dimostrato, nel tempo, e anche di recente, capacità di resilienza eccezionali; e che, quindi, non possono essere un termine di confronto.

Altri potrebbero sostenere che la Cina e il Vietnam traggono profitto dal non avere la palla al piede della democrazia, che complica e rallenta i percorsi decisionali, e neppure del rispetto dei valori e dei diritti umani. Che se poi la democrazia la facciamo diventare diretta rischiamo la paralisi totale: verifiche istantanee della volontà popolare rendono improbabili, se non impossibili, decisioni prese con visione di medio e lungo termine.

La Cina non ha queste pastoie: una volta, come l’Urss, inanellava piani quinquennali, per altro – quelli sovietici – mai rispettati; adesso, può costruire grandiosi progetti su scala pluri-continentale, se non planetaria, e darsi un presidente a vita, sicura che non sarà il fruscio di un tweet o la viralità d’un video a incrinare un sistema uscito indenne dalla strage di Tiananmen – la notte tra il 3 e 4 giugno 1989, un bilancio ancora sconosciuto -.

La Nuova Via della Seta, che noi chiamiamo così, evocando tra nostalgico e romantico Marco Polo e Giovanni dal Pian del Carpine e Matteo Ricci, e che loro chiamano Belt and Road Initiative, è una proiezione mondiale della crescita cinese, con valenze non solo economiche e commerciali. Ne discendono scenari di tensione, che l’analisi del Pentagono accentua. Attualmente, Pechino ha solo una base militare al di fuori del proprio territorio, a Gibuti; ma ne starebbe progettando altre, fra cui una, s’apprende, in Pakistan, tradizionale quanto inaffidabile alleato dell’America. Altre basi cinesi potrebbero trovare collocazione nell’Asia sud-orientale, nel Pacifico occidentale, in Medio Oriente; e una presenza militare cinese desta allarme nell’Artico. Senza considerare che un conflitto militare a bassa tensione tra Cina e Usa è già in atto nel Mar cinese meridionale.

E’ la Cina la vincitrice del XXI Secolo? Magari sarà così. Ma l’impressione è che il comunismo, per di più certo tradito al confronto con l’impostazione filosofica ottocentesca, e pure con gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre, c’entri poco. Vincono, in questo momento, i processi decisionali corti e non contraddetti, quelli degli uomini forti e soli al comando: Xi Jinping e Vladimir Putin, propaggini estreme e divergenti di modelli in origine simili, ‘scimmiottati’ in Occidente e nell’Islam dai Trump e dai Salvini, dagli Erdogan e dagli al-Sisi.

Il comunismo di per sé, quando non è ibridato dal capitalismo e dalla globalizzazione, produce Kim e la Corea del Nord, non il Vietnam.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+