Home Mondo Cina: comunismo vince se ibridato di capitalismo (e se democrazia 'molla')

Cina: comunismo vince se ibridato di capitalismo (e se democrazia ‘molla’)

Scritto per Il Quotidiano del Sud del 14/06/2019

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Le notizie che arrivano da Hong Kong in questi giorni indicano che la Cina sta perdendo la battaglia per la democrazia in quella che per molti versi resta una città Stato; anzi, che forse non la combatte nemmeno. Mentre i media del nostro mezzo Mondo dedicano ampi servizi alle proteste anti – ‘legge di estradizione’ e alla loro repressione, i media cinesi parlano di tutt’altro. Il fatto è che Pechino, della democrazia, come dei diritti umani, non si cura: protetta dall’usbergo del comunismo, tira avanti per la sua strada, espansione economica e commerciale e crescente peso geo-politico, integrati da una rete di basi militari che accompagnano e proteggono i suoi investimenti.

Di Paesi comunisti, che tali si dicono e che lo sono, al mondo ne sono rimasti pochissimi: la Cina e il Vietnam, in Asia; magari, Cuba e, a tirarla per i capelli, il Venezuela in America latina – ma quelli sono comunismi locali e ‘personalizzati’, il castrismo e il chavismo -. Un segnale di sconfitta, per un sistema che negli Anni Ottanta ‘governava’ una ventina di Paesi tra Europa ed Asia?, che, con i criteri attuali, sarebbero oltre una trentina, dopo le ‘disintegrazioni’ di Urss e Jugoslavia.

Certamente, il comunismo, come modello politico, è uscito sconfitto dalla Guerra Fredda e ha perso molto terreno. Ma, capitalizzatasi, l’economia dei Paesi dove sopravvive dimostra grande vitalità e una eccezionale capacità di trarre vantaggio dalla globalizzazione, con tassi di crescita in Occidente assolutamente invidiabili e inarrivabili, anche quando rallentano, come sta avvenendo in Cina (6,6% nel 2018). Il Vietnam, invece, il tasso di crescita del Pil è stato del 6,5, in lieve crescita.

Uno potrebbe argomentare che la Cina, grande trenta volte l’Italia con un miliardo 300 milioni d’abitanti, e il Vietnam, grande come l’Italia e con 90 milioni di abitanti, sono Paesi i cui popoli hanno dimostrato, nel tempo, e anche di recente, capacità di resilienza eccezionali; e che, quindi, non possono essere un termine di confronto.

Altri potrebbero sostenere che la Cina e il Vietnam traggono profitto dal non avere la palla al piede della democrazia, che complica e rallenta i percorsi decisionali, e neppure del rispetto dei valori e dei diritti umani. Che se poi la democrazia la facciamo diventare diretta rischiamo la paralisi totale: verifiche istantanee della volontà popolare rendono improbabili, se non impossibili, decisioni prese con visione di medio e lungo termine.

La Cina non ha queste pastoie: una volta, come l’Urss, inanellava piani quinquennali, per altro – quelli sovietici – mai rispettati; adesso, può costruire grandiosi progetti su scala pluri-continentale, se non planetaria, e darsi un presidente a vita, sicura che non sarà il fruscio di un tweet o la viralità d’un video a incrinare un sistema uscito indenne dalla strage di Tiananmen – la notte tra il 3 e 4 giugno 1989, un bilancio ancora sconosciuto -.

La Nuova Via della Seta, che noi chiamiamo così, evocando tra nostalgico e romantico Marco Polo e Giovanni dal Pian del Carpine e Matteo Ricci, e che loro chiamano Belt and Road Initiative, è una proiezione mondiale della crescita cinese, con valenze non solo economiche e commerciali. Ne discendono scenari di tensione, che l’analisi del Pentagono accentua. Attualmente, Pechino ha solo una base militare al di fuori del proprio territorio, a Gibuti; ma ne starebbe progettando altre, fra cui una, s’apprende, in Pakistan, tradizionale quanto inaffidabile alleato dell’America. Altre basi cinesi potrebbero trovare collocazione nell’Asia sud-orientale, nel Pacifico occidentale, in Medio Oriente; e una presenza militare cinese desta allarme nell’Artico. Senza considerare che un conflitto militare a bassa tensione tra Cina e Usa è già in atto nel Mar cinese meridionale.

E’ la Cina la vincitrice del XXI Secolo? Magari sarà così. Ma l’impressione è che il comunismo, per di più certo tradito al confronto con l’impostazione filosofica ottocentesca, e pure con gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre, c’entri poco. Vincono, in questo momento, i processi decisionali corti e non contraddetti, quelli degli uomini forti e soli al comando: Xi Jinping e Vladimir Putin, propaggini estreme e divergenti di modelli in origine simili, ‘scimmiottati’ in Occidente e nell’Islam dai Trump e dai Salvini, dagli Erdogan e dagli al-Sisi.

Il comunismo di per sé, quando non è ibridato dal capitalismo e dalla globalizzazione, produce Kim e la Corea del Nord, non il Vietnam.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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