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Central Park Five - Netflix

Ci vollero 25 anni per fare (forse) giustizia, ché i dubbi restano: roba da Italia, non da Stati Uniti, dove i tempi delle inchieste e dei processi sono rapidi. Ma la storia dei ‘Central Park Five’, cioè cinque ragazzi di colore condannati per lo strupro nel 1989 di una broker di Wall Street che faceva jogging a Central Park e incarcerati per anni, prima di essere scagionati, non finisce mai. Aveva già ispirato un documentario di Ken Burns, intitolato proprio ‘Central Park Five’ e presentato ai Festival di Cannes e di Toronto nel 2012; e adesso ispira una serie di Netflix, ‘When They See Us’, che, uscita il 31 maggio, riapre ferite e polemiche.

Central Park Five - Fairstein
May 31, 2013 – New York, New York, U.S. – Author LINDA FAIRSTEIN attends the 2013 ‘Book Expo America’ Day 2 held at the Jacob Javits Center. (Credit Image: © Nancy Kaszerman/ZUMAPRESS.com)

A prendersela, è soprattutto Linda Fairstein, che, all’epoca, era alla Procura di Manhattan: sostiene che la serie televisiva la diffama e non racconta nel modo giusto il suo ruolo e il suo operato. In una op-ed pubblicata martedì sul Wall Street Journal, che ha avuto ampia eco sulla stampa americana, la Fairstein scrive che la serie è “così piena di distorsioni e falsità da essere una completa invenzione” e sostiene di esserne “diffamata”. Ma c’è chi ha notato che neppure alcune affermazioni contenute nella sua op-ed trovano riscontro nella ricostruzione ufficiale della vicenda.

Netflix non ha reagito alla sortita della Fairstein. Ava DuVernay, che ha scritto e diretto la mini-serie in quattro episodi, regista di film come Selma, ha risposto con un tweet: “Atteso e tipico. Tiriamo avanti”. La Fairstein, interpretata da Felicity Huffman, una delle ‘Desperate Housewives’, si vede ritratta come “il male” a fronte “degli ingiustamente accusati”. ‘When They See Us’ risveglia vecchie critiche nei suoi confronti: ha rotto con il suo editore, ha lasciato vari gruppi ‘non profit’. Chi in qualche misura la difende è la DuVernay: “E’ importante assumere le proprie responsabilità. Ma la storia non è su di lei: lei è parte di un sistema costruito per opprimere”.

La storia ci porta nel 1989: Manhattan è una giungla violenta; Central Park un luogo da evitare, soprattutto la notte; il tempo dello sceriffo di Law and Order, e poi sindaco dell’11 Settembre 2001, Rudolph Giuliani, sta per arrivare, ma non è ancora giunto. Cinque ragazzi, Kevin Richardson, Yusef Salaam, Antron McCray, Raymond Santana, Korey Wise, tutti neri o ispanici, tra i 14 e i 16 anni, vengono arrestati per lo stupro di Trisha Meili, una donna bianca e, dopo lunghi interrogatori, confessano; ma poi ritrattano, sostenendo che la confessione era stata loro estorta. Sono lo stesso tutti condannati a pene dai 6 ai 13 anni.

Nel 2002, un giudice annulla le loro condanne, dopo che un altro uomo, Matias Reyes, un ‘latino’, detenuto per altri stupri, confessa il crimine, sostenendo di avere agito da solo. Il test del Dna ne conferma la colpevolezza. La Fairstein guidò l’unità ‘crimini sessuali’ della Procura di Manhattan dal 1976 al 2002 ed è poi diventata un’autrice di gialli di successo.

Nel 2014, la città risarcì con 40 milioni di dollari quei cinque ex ragazzi, ormai uomini fatti. Ma qualcosa ancora non quadra: medici che curarono la broker aggredita e stuprata sostengono, in base alle lesioni riscontrate, che Reyes non può avere agito da solo.

Dice Alessandra Baldini, un’acuta cronista di New York: “Il caso dei ‘Central Park Five’ attraversa trent’anni di vita di New York: usato allora come sensazionale paradigma di una città selvaggia, invivibile e pericolosa; più tardi come simbolo delle ingiustizie del ‘racial profiling’, in cui il colore della pelle rende un individuo immediatamente sospetto di atti di violenza”.

La confessione di Reyes fu la base per un’azione legale da 250 milioni di dollari contro New York, intentata dai cinque per violazione dei diritti civili. Dopo un decennio di tergiversazioni giudiziarie, il sindaco Bill de Blasio decise di riparare il danno: i ‘Central Park Five’ sono in libertà dal 2002; e ora sono milionari – un milione di dollari ciascuno per ogni anno passato in galera -. Loro si sono sempre proclamati innocenti. La Meili non ha mai ritrovato la memoria di quanto accadde. I medici gettano ombre sulla confessione di Reynes. Che, in carcere per altri delitti, non fu mai processato per questo perché il caso era prescritto.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+