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Albania - Rama
29 April 2019, Berlin: Federal Chancellor Angela Merkel (CDU) welcomes Edi Rama, Prime Minister of the Republic of Albania, before the start of the Balkan Conference. On the initiative of German Chancellor Angela Merkel and French President Macron, a new attempt is to be made in the Chancellery to get the normalisation process between Serbia and Kosovo going again with top representatives from the Western Balkans, Croatia, Slovenia and the European Commission. (Credit Image: © Michael Kappeler/DPA via ZUMA Press)

L’ultima volta che andai in Albania, vidi a Tirana scene simili a quelle di sabato scorso: proteste, tafferugli, gente arrabbiata, forse qualcuno che c’era  sabato c’era pure quel giorno. Solo che si manifestava a parti rovesciate: socialisti in piazza e centro-destra al potere. E’ quasi fisiologico, nella politica albanese: dopo un po’, chi è al governo è accusato – non sempre a torto – d’inefficienza, corruzione e tutti i peggio mali e se ne reclamano con virulenza le dimissioni.

Ieri, lo scontro politico s’è spostato dalla piazza alle sedi delle Istituzioni: il partito di maggioranza, i socialisti del premier Edi Rama, hanno annunciato l’avvio, giovedì, della procedura di rimozione del presidente Ilir Meta, motivandola con la sua decisione di cancellare le elezioni amministrative del 30 giugno. Non è affatto sicuro che l’iniziativa vada in porto, ma l’averla lanciata è un indice del livello di tensione nel Paese.

L’Albania, grande come la Puglia e l’Abruzzo, che le stanno di fronte, ha meno di tre milioni d’abitanti e un paesaggio extra-urbano ancora segnato da mini-casematte che il leader comunista Enver Hoxha aveva fatto costruire per contrastare l’invasione, serba, russa o occidentale che fosse – quella italiana, gli albanesi l’avevano già sperimentata nel 1939 -. Il Paese è nella Nato e sta per avviare le trattative per entrare nell’Ue – l’obiettivo è riuscirci nel 2025, insieme a Serbia, Montenegro, Bosnia, Macedonia e Kosovo -.

Per i socialisti al potere in Albania, cancellando le elezioni locali, Meta ha compiuto “un atto brutale” contrario alla Costituzione della Repubblica. Il processo di rimozione dovrebbe cominciare giovedì, ma colpi di scena, nella politica albanese, sono sempre possibili. Tanto più che, per cacciare il presidente, ci vogliono i due terzi dei voti parlamentari, 94 su 140, mentre la maggioranza ne controlla solo 78.

Domenica, il premier Rama, un ex sindaco di Tirana che, come tale, godeva grande popolarità, aveva dichiarato che la decisione del presidente era “politicamente equivalente a un suicidio, legalmente priva di valore e moralmente vergognosa”: “Meta non ha più il diritto di essere capo dello Stato”, perché si è schierato con una parte contro l’altra. Quanto alle elezioni amministrative, Rama, che faceva campagna a Burrel, un villaggio nel Nord, non ha dubbi: “Si svolgeranno regolarmente alla data prevista”.

La sospensione è stata decretata dal presidente dopo il boicottaggio delle elezioni deciso dall’opposizione di centro-destra guidata da Lulzim Basha. In febbraio, i deputati di Basha abbandonarono il Parlamento sollecitando, con proteste di piazza, le dimissioni di Rama e, quindi, la formazione di un governo transitorio che prepari le elezioni anticipate.

Per il capo dello Stato “l’attuale situazione non permette lo svolgimento di elezioni credibili”: Meta, tuttavia, invita i partiti in contrasto a “riprendere urgentemente il dialogo politico”. La rimozione, se approvata dal Parlamento, dovrebbe avere l’avallo finale della Corte costituzionale, che, però, non è al momento operativa: è rimasta con un solo membro, gli altri otto si sono dimessi o sono stati rimossi nell’ambito della cosiddetta ‘rivalutazione dei magistrati’, un processo per ripulire il sistema dai corrotti e da quelli sospettati di legami con la criminalità.

A Tirana le ultime 48 ore sono trascorse tese, ma calme, dopo gli incidenti davanti al Parlamento, sabato, dove l’opposizione di centro-destra aveva spostato la protesta lanciata di fronte al Palazzo del Governo, per chiedere le dimissioni del premier Rama. Per Basha, l’annullamento delle elezioni è “il primo risultato della nostra resistenza. Ma la battaglia proseguirà … Rama se ne deve andare e questo non è negoziabile”.

L’ennesima fiammata, analoga ad altre ripetutesi negli ultimi mesi, è durata una manciata di minuti: gruppi di manifestanti hanno lanciato decine di petardi, fumogeni e sassi contro la polizia schierata davanti all’entrata principale dell’edificio. Gli agenti hanno risposto con idranti e i lacrimogeni.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+