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Russiagate - Trump
May 22, 2019 - Washington, District of Columbia, U.S. - United States President Donald J. Trump held a press conference in the Rose Garden of the White House in Washington D.C., U.S. on May 22, 2019, where he spoke about the unfair treatment he and his family received from Democratic lawmakers and the media due to the investigation conducted by Special Counsel Robert S. Mueller III. (Credit Image: © Stefani Reynolds/CNP via ZUMA Wire)

Adesso è sicuro: il tormentone del Russiagate attraverserà tutta la presidenza di Donald Trump; o, almeno, tutto il suo primo mandato. Che potrebbe pure essere l’unico, forse proprio a causa dell’inchiesta sull’intreccio di contatti nel 2016 tra emissari del Cremlino e la campagna del magnate allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Il deposito del rapporto sul Russiagate stilato dal procuratore speciale Robert Mueller pareva essere una pietra tombale sull’ipotesi di impeachment del presidente: la lettura datane dal segretario alla Giustizia William Barr era chiara, “Dall’inchiesta non emergono elementi per incriminare Trump”.

Ma, dopo qualche giorno d’imbarazzato silenzio, il procuratore generale ha fornito la sua lettura:  “Se fossimo stati convinti che il presidente non ha commesso alcun crimine, lo avremmo detto … Ma non siamo stati in grado di formulare questa conclusione”. Le parole di Mueller hanno subito rilanciato il tamtam del’impeachment alimentato dall’opposizione democratica, intenzionata a fare dei tentativi di ostruzione della giustizia di Trump un tema della campagna presidenziale Usa 2020.

Non a caso, fra i più favorevoli ad avviare la procedura d’impeachment vi sono almeno otto candidati alla nomination democratica, in particolare il senatore del Vermont Bernie Sanders. La speaker della Camera Nancy Pelosi resta, invece, evasiva sull’impeachment, ma vuole ‘tenere sulla graticola’  il presidente e la sua squadra.

Le parole di Mueller e l’interpretazione autentica del suo rapporto
Rompendo il silenzio per la prima volta in quasi due anni di lavoro sul Russiagate, durante i quali ha sempre tenuto un profilo così basso da risultare “quasi invisibile” – definizione del NYT -, il procuratore Mueller ha scandito: “Il rapporto non conclude che il presidente ha commesso un reato, ma non lo esonera nemmeno”. Dopo di che, ha annunciato le proprie dimissioni e ha indicatio che, da parte sua, non ci saranno ulteriori dichiarazioni.

Leggendo per circa 10′ un testo preparato soppesando ogni parola, Mueller ha rilevato che la prassi del Dipartimento della Giustizia esclude che un presidente in carica sia messo sotto accusa, ma ha pure ricordato che la Costituzione prevede un’altra via per giudicare un presidente – facendo, così, riferimento alla possibilità che il Congresso metta sotto impeachment Trump -.

Ipotesi già evocata durante il Russiagate, ma finora non percorsa. Le parole del procuratore sono state però colte al balzo da Jerrold Nadler, presidente della Commissione Giustizia della Camera: “Spetta al Congresso perseguire i crimini, le bugie e gli altri illeciti del presidente Trump, dato che la giustizia non poteva farlo”. Per Mueller , la Russia nel 2016 lanciò “un attacco coordinato contro il sistema politico” degli Stati Uniti: voleva “interferire” con il voto e “danneggiare un candidato alla presidenza”, cioè Hillary Clinton. Un fatto che – dice il procuratore – “merita l’attenzione di tutti gli americani”, ma su cui il suo rapporto non rileva una vera e propria collusione con la campagna Trump.

Muller è riluttante a presentarsi a testimoniare sul Russiagate di fronte al Congresso, perché – dice – “il rapporto è la mia testimonianza” – gran parte del documento di 448 pagine è stata resa pubblica -. Ma deputati e senatori hanno già fatto sapere di volere sentirlo. L’attore Robert De Niro, vicino ai democratici, gli chiede di prestarsi a un’audizione pubblica.

Da quando è stato consegnato al Dipartimento della Giustizia a fine marzo, il rapporto Mueller è stato oggetto d’interpretazioni divergenti da parte dell’Amministrazione e dell’opposizione, che ne contesta la lettura ‘assolutoria’. Il segretario alla Giustizia Barr assolve il presidente dall’accusa d’ostruzione della giustizia, mentre, in realtà, il rapporto mette in evidenza 11 circostanze in cui inquirenti si pongono la domanda se vi sia stata ostruzione della giustizia, senza darvi una risposta. Barr, inoltre, sostiene che il procuratore aveva il potere di decidere l’incriminazione del presidente.

La Casa Bianca era stata pre-allertata dell’intenzione di Mueller di uscire allo scoperto sul Russiagate e s’è subito detta “preparata” a contrastare un’eventuale iniziativa di impeachment. Sarah Sanders, la portavoce, dice, però, che “il popolo americano non merito questo”: il Congresso – aggiunge – “dovrebbe dedicare il suo tempo ai problemi delle infrastrutture, o alla riduzione del prezzo dei farmaci, oppure a dossier internazionali come l’Iran, la Cina, la Corea del Nord, nuovi accordi commerciali”. Tutti fronti su cui il presidente Trump ha sviluppato, nelle ultime settimane, una rinnovata litigiosità alzando il tono dei confronti e delle minacce di dazi o sanzioni.

Avvocati e funzionari testimoni mancati
Sul Russiagate, l’Amministrazione non offre collaborazione al Congresso, che vuole continuare a scavare nel solco del rapporto Mueller. Così, a maggio, Donald McGahn, ex consigliere legale della Casa Bianca, non s’è presentato a testimoniare di fronte alla Commissione Giustizia della Camera, sfidando un’ingiunzione in tal senso. E all’inizio di giugno la Casa Bianca ha ordinato a due sue ex dirigenti, Hope Hicks e Annie Donaldson, di non consegnare alla Camera atti relativi al periodo trascorso lavorando per il presidente. La Commissione Giustizia ha anche emesso un mandato a comparire per le due donne: la Hicks era stata direttrice della comunicazione della Casa Bianca, la Donaldson vice consigliera legale della presidenza.

L’ingiunzione all’avvocato McGahn e il rifiuto a comparire, come pure il braccio di ferro su Hicks e Donaldson, toccano questioni delicate giuridiche e politiche: che cosa il presidente Trump può davvero mantenere segreto invocando il cosiddetto ‘privilegio esecutivo’, cioè i poteri straordinari concessigli dalla Costituzione e dalla legge; e se un suo consigliere o assistente è “assolutamente immune” dagli ordini a comparire dei legislatori.

“E’ gravissimo, le nostre citazioni non sono un optional”, sostiene il presidente della Commissione: Nadler, deputato dello Stato di New York, al quarto mandato, è divenuto l’uomo di punta dell’opposizione democratica in questo scontro politico e giuridico con Trump, che si combatte soprattutto alla Camera, dove l’opposizione democratica è maggioranza. “Se non fosse presidente, Trump sarebbe già stato incriminato per ostruzione alla giustizia”, dice. Sono state emesse citazioni per altri ex legali della Casa Bianca e per il figlio maggiore di Trump, Donald jr.

McGahn e tutti i legali del presidente
Donald Francis McGahn II, 51 anni, cattolico, sposato con due figli – la moglie Shannon era consigliere del segretario al tesoro Steven Mnuchin -, è stato nel team legale del presidente Trump dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2017, al 17 ottobre 2018, quando si dimise. Prima, era stato alla Commissione elettorale federale ed aveva poi gestito le numerose beghe giudiziarie della campagna Trump. Dopo l’elezione, era stato consulente del team della transizione.

Fu lui a indicare a Trump Neil Gorsuch come giudice supremo, al posto di Antonin Scalia; ed è stato lui a d a procedere, a ritmo di record dai tempi di Richard Nixon, a nominare nuovi giudici federali. Il suo ruolo nel consigliare il presidente sul Russiagate è stato difficile, perché Trump non è sempre docile ai consigli legali, e controverso, perché c’è chi pensa che McGahn in qualche caso sia andato oltre i confini giuridici del proprio ruolo.

Fra frizioni con il presidente, cui doveva talora spiegare che non poteva fare quello che lui voleva, e imbarazzi con il procuratore speciale Robert Mueller, di cui è stato il principale referente, McGahn, alla fine, si dimise: un addio annunciato a fine agosto e attuato a metà ottobre. Nel rapporto finale del procuratore Mueller, c’è scritto che, a un certo punto del 2017, McGahn si sarebbe lamentato con l’allora capo dello staff della Casa Bianca Reince Piebus che il presidente voleva che facesse “cose da pazzi”. Trump avrebbe così reagito all’accusa: “McGahn è un bastardo mentitore”.

Con i suoi avvocati, le cui dimissioni non si contano più, il magnate ha del resto avuto sempre a che dire. Secondo il NYT, Michael Cohen, l’ex legale ‘personale’ del presidente, quello che gli faceva da paraninfo comprando in nero il silenzio delle sue amichette porno-professioniste, e che ha poi rivelato in Congresso cose molto imbarazzanti per il suo ex cliente, avrebbe continuato a negoziare con la Casa Bianca una sua grazia, anche mentre deponeva contro Trump. Cohen si conferma assolutamente inaffidabile: confessa e ‘tradisce’ il presidente, subisce una condanna, poi svuota, apparentemente, il sacco in Congresso, ma continua a brigare il perdono presidenziale – e, quindi, forse non dice tutto -.

Dubbi sul fatto che il presidente abbia davvero ostruito la giustizia sul Russiagate vengono anche dall’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn che ha riferito all’ufficio di Mueller che persone legate alla Casa Bianca lo avevano contattato per tentare di frenare l’indagine. Flynn, un generale ‘scaricato’ per primo dall’Amministrazione Trump, è in attesa di giudizio: ha ammesso d’avere mentito all’Fbi.

Il 31 maggio, il Dipartimento della Giustizia ha dovuto diffondere, su sollecitazione di un giudice, la trascrizione d’una chiamata di un altro avvocato della Casa Bianca, John Dowd, anch’egli poi dimessosi, al difensore di Flynn: Dowd cercava informazioni sulla collaborazione del generale con Mueller, il che, secondo la Cnn, potrebbe configurare un tentativo di ostacolare la giustizia. Restano, invece, segrete le trascrizioni delle telefonate di Flynn con esponenti russi, compresa una con l’allora ambasciatore di Mosca a Washington Serghiei Kisliak, eminenza grigia e regista di tutte le ingerenze russe in Usa 2016.

Inchieste giudiziarie e questioni personali
Anche se hanno vita breve, gli avvocati di Trump hanno vita grama, perché grane da risolvere ce ne sono un sacco. Oltre agli strascichi del Russiagate, c’è la questione delle dichiarazioni fiscali mai rese pubbliche dal magnate (e delle tasse mai o poco pagate), e quella della Trump Foundation, cassaforte di famiglia adibita a scopi umanitari, ma spesso utilizzata in modo disinvolto. A maggio, un giudice ha sancito che il fiscalista del magnate dovrà inviarne documenti finanziari al Congresso: è solo il primo round di un procedimento giudiziario destinato probabilmente a protrarsi nel tempo.

Trump, come al solito, mescola pubblico e privato. Di Mueller, dice che è un “vero never Trumper”, accostandolo ai repubblicani che tentarono di sbarrargli la strada della Casa Bianca. “Mueller non avrebbe mai dovuto essere scelto”, s’è lamentato, criticando la nomina fatta dall’allora vice-ministro della Giustizia Rod Rosenstein, anche lui repubblicano. L’ormai ex procuratore – dice il presidente – “è in conflitto d’interessi”, perché “voleva ridiventare direttore dell’Fbi e io dissi no”; ed ero legato a James Comey, il capo del Bureau silurato; ed ebbe con lui una “disputa d’affari”, forse per la quota d’iscrizione a un golf club.

Trump resta in trincea, pur convinto che il caso sia “chiuso” e che comunque “gli incredibili poteri presidenziali” gli facciano da “scudo” anche contro un’accusa di ostruzione della giustizia in una procedura di impeachment. Parola, quest’ultima, che giudica “volgare, schifosa, disgustosa”, ma che sentirà ancora pronunciare molte volte.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+