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Danimarca - elezioni - welfare - migranti
24 May 2019, Denmark, Kopenhagen: During the Fridays for Future - Climate Strikes, two young people hold a sign with the inscription ''Vote Climate'' up in front of the Danish Parliament for the implementation of the Paris Climate Agreement. The call for demonstrations was also made against the background of the current European elections. (Credit Image: © Steffen Trumpf/DPA via ZUMA Press)

Un giro di vite all’immigrazione e un colpo d’acceleratore al welfare: con questo mix di programmi, i socialdemocratici danesi hanno vinto le elezioni politiche, riconquistando la guida del governo. E’ la terza volta in nove mesi che gli europei del Nord bocciano il populismo: gli svedesi a settembre 2018, poi i finlandesi ad aprile, ora i danesi. Un trend avallato dai risultati delle elezioni europee: nei Paesi Nordici, la marea populista è calante; in Danimarca, hanno perso più della metà dei voti.

La giovane leader socialdemocratica danese, Mette Frederiksen, 41 anni e mezzo, potrebbe però avere difficoltà a formare una coalizione: nel Folketing, il Parlamento, il ‘blocco rosso’ ha 91 seggi su 179 e sarebbe, quindi, maggioritario; il ‘blocco blu’ di centro-destra, coagulato intorno ai liberali del premier uscente Lars Lokke Rasmussen, ha solo 75 seggi.

Ma la Frederiksen intende formare un governo di minoranza che ottenga volta a volta sostegno dall’uno o dall’altro partito su provvedimenti specifici. L’estrema sinistra le contesta, infatti, la virata sui migranti e non sarebbe un partner di governo docile. La leader socialdemocratica respinge anche l’offerta di Rasmussen di formare una ‘grande coalizione’ fra i due maggiori partiti, che da soli avrebbero la maggioranza.

I risultati dicono che i socialdemocratici si confermano primo partito con il 26%, pur con un calo dello 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma le altre forze di sinistra crescono e danno quindi loro una potenziale maggioranza parlamentare. Invece, il Partito liberale, sconfitto, guadagna suffragi e arriva al 23,4%, quasi quattro punti in più di quattro anni or sono. Ma i suoi alleati del ‘blocco blu’ arretrano: il Partito dell’Alleanza liberale ottiene appena il 2,3% e il suo leader e attuale ministro degli Esteri Anders Samuel-sen non entra nel Folketing.

I populisti xenofobi del Partito del Popolo danese precipitano dal 21,1% all’8,8% (e scendono da 37 a 16 seggi). Entra in Parlamento con quattro seggi la Nuova Destra, fondata da Pernille Vermund, un’architetta. Anche sommando i voti dei due movimenti, ne manca sempre la metà rispetto al 2015.

Rasmussen riconosce la sconfitta e s’appresta a rassegnare le dimissioni nelle mani della regina Margrethe. Dice che starà accanto al telefono ad aspettare chiamate per formare una coalizione: versione danese del ‘mangiare popcorn’ nostrano. La Frederiksen assapora la riconquista del potere: il popolo – dice – “ha scelto una nuova maggioranza, una nuova direzione … Rimetteremo il Welfare al primo posto in Danimarca, il Welfare, il clima, l’educazione, i bambini, il futuro. Pensiamo a quel che possiamo fare insieme”.

La leader socialdemocratica, già ministro del Lavoro e della Giustizia, prima di succedere alla guida del partito all’ex premier Helle Thorning-Schmidt sostiene, inoltre, che queste sono state le prime elezioni danesi nel segno del riscaldamento globale, alla Greta.

I socialdemocratici hanno centrato tutta la loro campagna sulla difesa dell’ambiente e del Welfare, un sistema di garanzie sociali molto apprezzato dai cittadini, promettendo di rovesciare il trend degli ultimi anni (tagli della spesa per l’educazione e la salute) e, nello stesso tempo, di mantenere un approccio non permissivo sull’immigrazione. Secondo molti osservatori, questa mossa è stata decisiva per ridurre drasticamente l’impatto elettorale di xenofobi e islamofobi.

Per molto tempo un termine di riferimento per tutta l’Europa, il modello sociale nordico è da anni posto sotto crescente pressione dall’invecchiamento della popolazione. In Danimarca, le riforme introdotte dal centro-destra hanno condotto a una crescita economica superiore alla media dell’Ue, ma i tagli imposti alla spesa pubblica hanno avuto come corollario che molti devono ora pagare servizi che erano prima gratis.

La difesa del welfare e del modello sociale connesso è il minimo comune denominatore dei successi delle socialdemocrazie nordiche. Il centro-sinistra svedese ha conservato il potere propugnando una riforma che garantisca le tutele sociali. E i socialdemocratici finlandesi hanno vinto di stretta misura impegnandosi ad aumentare le tasse per aumentare i livelli di spesa sociale. Svezia, Finlandia e Danimarca sono tutti Paesi a basso debito e a basso deficit e, sull’euro, hanno posizioni diverse: dentro la Finlandia, fuori la Svezia, ai margini la Danimarca.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+