CONDIVIDI
Usa - Arabia saudita - nucleare Khashoggi
MECCA (SAUDI ARABIA), May 31, 2019 Saudi King Salman bin Abdulaziz Al Saud attends the Gulf and Arab summits in Mecca, Saudi Arabia, on May 30, 2019. The Arab League and the Gulf Cooperation Council on Thursday called on Iran to reconsider its role in the region, Saudi Press Agency reported on Friday. In a press statement after the Gulf and Arab summits held in the Saudi city of Mecca, Saudi Foreign Minister Ibrahim Al-Assaf voiced the support from the Gulf and Arab countries for Saudi Arabia and the United Arab Emirates (UAE) against the recent attacks they have witnessed. (Credit Image: © Spa/Xinhua via ZUMA Wire)

America first?, o Trump first? Il dubbio viene ai democratici, che lo sbandierano, ma ha qualche fondamento. Perché le scelte internazionali, specie mediorientali, del magnate presidente continuano a privilegiare i suoi interessi familiari e le sue amicizie personali, piuttosto che l’interesse nazionale degli Stati Uniti. Esempio: se sei un principe saudita, va tutto bene, se pensi di farti l’atomica – e se ammazzi gli oppositori come hai fatto con Jamal Khashoggi -; se sei un imam iraniano, va tutto male, anche se rinunci a pensarci.

La stampa americana scrive che l’Amministrazione Trump ha autorizzato due volte export di tecnologia nucleare verso l’Arabia saudita dopo l’uccisione dell’analista del WP, e antagonista del regime di Riad, Khashoggi, la cui responsabilità viene fatta risalire dall’intelligence statunitense al principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, per tutti Mbs.

L’Arabia saudita è il regno per cui Trump pare disposto a sacrificare tutti i suoi cavalli. Scelse Riad per l’esordio ‘fuori porta’: accettò di ballare – goffamente – la danza delle spade e portò a casa affari per 110 miliardi di dollari in dieci anni, vendendo armi (ché quello i sauditi sanno comprare). Poi ha costruito la sua politica mediorientale sullo sbilenco triangolo Washington – Gerusalemme – Riad. Quindi, ha abbonato a Mbs le responsabilità nell”affare Khashoggi’, dandogli la mano al Vertice del G20 in Argentina. E, infine, la scorsa settimana, ha sfidato il Congresso, autorizzando una cessione di armi ai sauditi per otto miliardi di dollari, pur sapendo che saranno usate nel conflitto nello Yemen, che ha già fatto decine di migliaia di vittime civili, bambini, donne, vecchi.

The Guardian riferisce che, rispondendo a sollecitazioni del Senato, il Dipartimento per l’Energia Usa ha ammesso che due dei sette trasferimenti di tecnologie nucleari autorizzati all’Arabia saudita sono stati concessi dopo l’omicidio Khashoggi: uno il 18 ottobre 2018, 16 giorni dopo l’assassinio e lo smembramento del giornalista e oppositore nel consolato di Riad a Istanbul; e l’altro il 18 febbraio di quest’anno.

Il senatore democratico della Virginia Tim Kaine, candidato alla vice-presidenza nel 2016 con Hillary Clinton, nota: “Ho il serio dubbio che queste decisioni siano basate sui rapporti finanziari della famiglia Trump più che sugli interessi dei cittadini americani”. Secondo Kaine, “l’ansia di Trump di concedere ai sauditi tutto quello che vogliono, ignorando le obiezioni bipartisan del Senato, mette a repentaglio gli interessi della sicurezza nazionale americana … e contribuisce a una pericolosa escalation delle tensioni nella Regione”. Perché qualsiasi decisione pro-Riad è una decisione anti-Teheran; e il contenimento dell’Iran è l’unica priorità mediorientale chiaramente individuabile nei comportamenti dell’Amministrazione Trump, in perfetta simbiosi con interessi e aspirazioni saudite e israeliane.

I sauditi stanno allestendo a Riad un reattore di ricerca, ma il loro programma nucleare ha ben altre ambizioni. E la monarchia è riluttante ad accettare vincoli anti-proliferazione atomica. I trasferimenti di tecnologia nucleare autorizzati dagli Usa riguardano il knowhow, non materiali o attrezzature, ma potrebbero anche servire a evadere le restrizioni normalmente imposte sulle cessioni di tecnologia ai Paesi che non s’impegnano a rispettare le regole della non proliferazione.

Le notizie che vengono da Washington alimentano la retorica iraniana anti-americana. Martedì, la guida iraniana Ali Khamenei aveva detto: “La resistenza ha un costo, e l’Iran lo pagherà, mentre al contrario l’Arabia Saudita si piega agli Stati Uniti”; ma aveva poi zittito la folla che intonava lo slogan”Nessun compromesso, nessuna resa, combattere l’America”, dicendo: “Attenzione, non ho detto combattere, ho detto resistere e non arretrare davanti al nemico”. Ieri, alla festa per la fine del Ramadan – sunniti e sciiti l’hanno celebrata quest’anno in giorni diversi – , ancora Khamenei ha accusato Arabia saudita e Bahrein di “tradire i palestinesi” e di favorire “il complotto” Usa ospitando a fine giugno la conferenza di presentazione della prima parte del loro piano di pace tra israeliani e palestinesi, il cosiddetto ‘Accordo del Secolo’.

The following two tabs change content below.
Avatar
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+