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Trump - regina - Londra
June 3, 2019 - London, London, United Kingdom - 03 June 2019. London, UK. First Lady Melania Trump, Queen Elizabeth II, US President Donald Trump, The Prince of Wales and Camilla, Duchess of Cornwall attend a ceremonial welcome at Buckingham Palace. The visit is on the first day of a three day state visit. Photo by Ray Tang Media. (Credit Image: © Ray Tang/ZUMA Wire)

È un presidente degli Stati Uniti in versione commesso viaggiatore, quello che è atterrato a Londra in visita ufficiale, un prologo – poco gradito a Sua Maestà la Regina Elisabetta e ai suoi sudditi – delle celebrazioni per il 70o anniversario dello Sbarco in Normandia. Erano un’altra America, quella della ‘grande generazione’, e un’altra Inghilterra, quella di Winston Churchill capace di ‘lacrime e sangue’ – questa di Theresa May è tutta ‘lacrimucce e dispettucci’ -. Cementare alleanze non è il suo forte: lui mette zizzania, cerca di dividere i suoi partner – alleati o avversari che siano -, pensa all’America e agli affari suoi. Chissà con che spirito i leader del Mondo divenuto Libero anche grazie al D-Day lo incontreranno sulle spiagge britanniche e francesi nelle prossime 48 ore: il presidente statunitense era un punto di riferimento, ora li prende tutti a dazi e sanzioni e rimbrotti e prende a prestito le parole d’un dittatore come Kim Jong-un per parlare dei suoi rivali politici interni.

Un intreccio tra l’ipocrisia britannica – la Regina che fa buon viso al cattivo gioco d’un palazzinaro che le stringe irritualmente la mano – e la schiettezza americana, il presidente che dice come la pensa senza giri di parole -; oppure, tra l’educazione di chi sa stare al mondo e la rozzezza di chi crede che potere e potenza vadano sbandierati con arroganza e malagrazia.

Con l’eccezione di Barack Obama, nel XXI Secolo è sempre la solita solfa, quando un presidente arriva in visita da Washington a Londra: proteste nelle strade – oggi, erano centinaia di migliaia a Trafalgar Square – e l’ospite quasi barricato nei Palazzi della Corona e delle Istituzioni britanniche.

Fin dall’inizio della sua presidenza, Trump il magnate ha il vizietto di mescolare il sacro del servizio pubblico con il profano dell’interesse privato. Lo fa di continuo: in Arabia Saudita e più in generale in Medio Oriente, dove fa affari anche suo genero Jared Kushner; in Russia, dove lo tentava l’idea d’una Trump Tower a Mosca, e nel sub-continente indiano. Quando non agisce lui in prima persona manda gli inviati di famiglia, il figlio maggiore Donald jr e il rampollo numero tre Eric: Donald jr, che non pare un fulmine di guerra, s’è fatto beccare con il sorcio in bocca in India, dove ha dovuto abbozzare e cambiare programmi. Quanto a Tiffany, l’unica figlia della seconda moglie, lei non fa affari, ma spende i soldi dei contribuenti Usa per andare in vacanza a Belgrado – ma chi è mai andato in vacanza a Belgrado? -.

In Gran Bretagna, il sito di The Trump Organization annovera la proprietà in Scozia di resort, cioè tenute con alberghi di lusso e campi di golf, a Turnberry e Aberdeen, e di una società immobiliare, la McLeod House & Lodge. Trump era a Turnberry, per inaugurarvi il resort, il 23 giugno 2016, non a caso il giorno della Brexit, per la quale aveva fatto campagna e il cui successo salutò come fosse una sua vittoria. Gli diedero corda gli inglesi nostalgici della ‘relazione privilegiata’ con gli Stati Uniti, che credevano di ritrovare dopo la Brexit; ma certo trangugiarono amaro gli scozzesi, che erano e che sono contro la Brexit e che sarebbero pronti a barattare la permanenza nell’Ue con l’uscita dal Regno Unito, riscattando, secoli dopo, Braveheart e Maria Stuarda.

Dal punto di vista dei contenuti, c’è profondo scetticismo sull’utilità di colloqui e contatti. Il clima nei confronti di Trump s’é talmente deteriorato in Gran Bretagna che The Guardian afferma senza eufemismi: “Il presidente non è il benvenuto”. E il Washington Post esprime la certezza che Trump non riuscirà a migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Regno Unito. Un’azzeccata vignetta di Uber, arguto disegnatore, mostra il presidente in versione Cristoforo Colombo mentre vende perline e cianfrusaglie a un Nigel Farage che si compra tutto, pronto a fare credere ai suoi connazionali che sono gioielli preziosi, che il ritorno della ‘relazioni privilegiata’ è imminente. Se li si lascia fare, Donald e Nigel confezionano la Brexit in quattro e quattr’otto: ‘no deal’, frontiera chiusa fra le due Irlande e un Regno Unito suddito della sua ex colonia.

Trump arriva a Londra accolto, oltre che dalla Regina, dalla premier Theresa May, che, al passo dell’addio – lascerà l’incarico il 7 giugno – offre al suo Paese l’ultimo sacrificio: fare buon viso all’ospite sgradito, che l’ha spesso usato nei suoi confronti toni offensivi, che ha ripetutamente tifato in modo palese per il suo grande rivale tory, il rozzo ma efficace ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri Boris Johnson, e che ha ‘fatto comunella’ con tutti i partiti di Farage, Ukip prima e Brexit ora. Anche il sindaco di Londra Sadiq Aman Khan, musulmano, critico della visita, ha subito i grevi attacchi del magnate presidente, che gli ha dato dello “stupido”. Jeremy Corbin, il leader dell’opposizione laburista, ha declinato l’invito reale a incontrare l’ospite americano.

Il programma del soggiorno a Londra di Trump non prevede ‘bagni di folla’: le manifestazioni che s’annunciano sono tutte di contestazione, come già avvenne lo scorso anno – quando la visita non era ‘di Stato’ –; e come era sempre avvenuto con George W. Bush, che una volta restò ‘prigioniero’ per due giorni a Buckingham Palace, costretto ad ammirare la galleria della Regina non potendo arrivare al British Museum.

Ancor prima che Trump entrasse in carica, anzi che fosse eletto, Newsweek aveva dettagliato come i rapporti d’affari internazionali della sua ‘azienda famiglia’ potessero compromettere la sicurezza nazionale. In un ampio e documentato servizio, pubblicato il 14 settembre 2016, Kurt Eichenwald, che scrive anche su Vanity Fair, si chiedeva che cosa sarebbe successo se il presidente non avesse tagliato, o almeno sospeso, affidandoli a un ‘blind trust’, i legami con la Trump Organisation (il che non è assolutamente successo).

Per farsi in modo un po’ meno plateale i fatti propri, i Trump usano, o usavano, perché il giochino è ora diventato palese, la Trump Foundation, ufficialmente messa su per fare buone azioni, ma spesso utilizzata come cassaforte di famiglia per affari e/o pagamenti più o meno leciti, negli Stati Uniti e con l’Universo Mondo. Tant’è vero che la magistratura ci vuole vedere chiaro e ha aperto un’inchiesta, per sventare la quale Trump il magnate aveva deciso di chiudere la Foundation. Ma è stato bloccato dai magistrati: prima si verificano i conti e si vede se è tutto in regola, poi si smantella.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+