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NordCorea - epurazioni - funzionari - Kim Hyok-chol

Se è vero, e per ora non lo si sa, è un clamoroso infortunio dell’intelligence statunitense, che non ne avrebbe saputo nulla, oltre che l’atto efferato d’un cinico dittatore, cui il presidente Donald Trump ha conferito statuto e credibilità da leader internazionale. Kim Jong-un, presidente della Corea del Nord, avrebbe epurato e fisicamente eliminato funzionari a suo giudizio responsabili del fallimento del secondo Vertice con Trump e fine febbraio ad Hanoi, in Vietnam.

La purga sarebbe stata decisa e attuata poco tempo dopo il Vertice ‘abortito’: Trump lasciò il tavolo di lavoro, quasi subito dopo i convenevoli di rito del secondo giorno, affermando che non c’erano i presupposti per continuare a discutere.

Di epurazioni e fucilazioni parla Chosun Ilbo, il più diffuso quotidiano della Sud Corea, citando fonti dell’intelligence di Seul. L’operazione voluta dal supremo leader non avrebbe risparmiato neanche l’onnipresente sorella minore Kim Yo-jong, protagonista nelle varie fasi di riavvicinamento fra le due Coree e presente anche a Singapore ed Hanoi: a lei, sarebbe “stato consigliato di tenere un basso profilo”.

Il capo negoziatore Kim Hyok-chol, inviato speciale del dittatore nordcoreano per le trattative nucleari, sarebbe stato fucilato a marzo, insieme a quattro funzionari del Dipartimento degli Esteri, mentre Kim Yong-chol, ex braccio braccio del leader Kim Jong-un, assente da settimane da eventi pubblici, sarebbe finito in un campo di lavoro e di rieducazione ideologica.

Kim Yong-chol, un gerarca di 72 anni, aveva preparato il Vertice discutendo col segretario di Stato Usa Mike Pompeo, nel frattempo dichiarato ‘persona non grata’ al tavolo dei negoziati con la Corea del Nord, e aveva pure incontrato Trump alla Casa Bianca, portandogli una lettera di Kim.

Kim Hyok-chol, un diplomatico di carriera, era già stato al centro dell’attenzione mediatica: nel 2017, era stato espulso dalla Spagna, in segno di protesta per i lanci di missili nord-coreani, prima di divenire figura chiave dei negoziati tra Pyongyang e Washington. Era a Madrid quando ci fu un episodio mai chiarito del tutto: un attacco all’ambasciata, condotto da sedicenti oppositori del regime e, forse, orchestrato dalla Cia. Ancora a marzo, quando probabilmente era già in disgrazia e forse era già stato eliminato, El Confidencial, ne tracciava un ritratto da oscuro diplomatico a capo negoziatore.

Dopo il fallimento del Vertice di Hanoi, che Trump ha incassato senza farne grossi drammi, e anzi mantenendo l’apertura di credito nei confronti del dittatore, Kim ha invece ripreso a lanciare missili – tre a inizio maggio – e a provocare, in qualche modo, gli Stati Uniti er i loro alleati nella Regione, Giappone e Corea del Sud. Il leader nord-coreano ha pure ostentato le sue frequentazioni con Russia e Cina, con Putin e Xi. E, a dar credito all’intelligence sud-coreana, avrebbe ripristinato i plotoni d’esecuzione per punire alti funzionari del suo regime sleali o inefficienti nel preparare l’incontro con Trump.

Il secondo della serie, è venuto una maionese impazzita. Mentre il primo, a Singapore, nel giugno  2018, era andato bene, a giudizio dei due protagonisti, pur se non ne era scaturito nulla di concreto (la stampa Usa l’aveva contestato al magnate presidente): Trump metteva l’accento sul fatto che Kim avesse accettato il principio di una denuclearizzazione della penisola coreana; Kim s’attendeva che Trump levasse, o almeno allentasse, le sanzioni che gravano sul suo Paese. Cosa che non è mai successa. L’equivoco del ‘prima tu; no, prima tu’ è venuto al pettine ad Hanoi, un appuntamento che aveva colpito gli osservatori internazionali per la repentinità dell’annuncio e dell’allestimento.

Trump, però, non ha mai ammesso pubblicamente d’avere dato troppo credito a Kim, terzo rampollo dell’unica dinastia comunista sulla faccia del pianeta, passando dalla fase degli insulti reciproci, che ne aveva caratterizzato i rapporti fino all’inverno 2018, quando il dittatore nord-coreano era “ciccio bomba” o “ rocket-man”, a quella degli elogi per il presidente che “tutela l’interesse del suo Paese”. Kim, invece, ha scaricato sui suoi funzionari la responsabilità dell’insuccesso.

A inizio settimana, in missione in Giappone, Trump non aveva neppure esitato a prendere a prestito le parole di Kim, appena attenuate, per denigrare Joe Biden, l’ex vice-presidente di Barack Obama, che guida il folto gruppo di aspiranti alla nomination democratica alla Casa Bianca. Una mossa che aveva indignato buona parte della stampa Usa: il presidente, che di questi tempi ha il litigio facile, s’era persino sentito in dovere di fare un tweet di spiegazione.

Il Chosun Ilbo e l’intelligence sudcoreana non hanno un record immacolato, in materia di scoop sulla Corea del Nord. E’ successo, ad esempio, che la stampa sud-coreana, ‘imbeccata’ dagli ‘spioni’ di Seul, desse per spariti o giustiziati personaggi e funzionari della nomenklatura nord-coreana, poi ricomparsi: fu così per una cantante, che sarebbe stata per un certo tempo la ‘favorita’ del dittatore, e per un capo delle forze armate. Altre volte però ci hanno azzeccato: l’arresto e l’esecuzione di Jang Song-thaek, lo zio di Kim, accusato nel 2013 di tramare con i cinesi, ha poi trovato conferme, anche se il fatto che sia stato sbranato dai cani resta ‘ai confini della realtà’.

Tra le due Coree, il rischio di ‘intox’ dell’informazione c’è sempre, dall’una e dall’altra parte. Ieri, tuttavia, il Corriere della Sera raccoglieva un indizio proveniente da Pyongyang, che renderebbe credibili le rivelazioni del Chosun Ilbo.

Il Rodong Sinmun, voce del regime, avrebbe fatto cenno alla purga scrivendo che “ci sono traditori e voltagabbana che si comportano con deferenza verso il leader davanti a stranieri, ma che nutrono in realtà sogni contrari al Partito, controrivoluzionari … Soggetti che hanno rinunciato alla fedeltà al leader supremo e che non eviteranno il duro giudizio della rivoluzione”. Il giornale di Pyongyang non fa i nomi dei traditori e non parla di esecuzioni. Ma la furia di Kim è cero più temibile di quella di Trump, che al massimo spara raffiche di tweet.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+