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Usa - Iran - Arabia Saudita - armi
September 7, 2016 - London, United Kingdom - Saudi Arabia’s foreign minister Adel al Jubeir gives a speech on his country’s foreign policy priorities, at the Chatham House think-tank in London, UK. The speech included his thoughts on the conflicts in Syria and Yemen, the turmoil in Iraq and Libya, and Saudi Arabia’s regional rivalry with Iran. (Credit Image: © Dominic Dudley/Pacific Press via ZUMA Wire)

Donald Trump è uno che non ha paura di andare alla ‘guerra dei Mondi’: declinando gli slogan che sono i suoi mantra, ‘Make America great again’ e ‘America first’, ingaggia partite a braccio di ferro con la Cina e la Russia, con l’Iran e i suoi partner europei, su fronti strategici e commerciali. Ma ci sono ‘stelle polari’ d’amicizia e alleanza che non tradisce mai: Israele e l’Arabia saudita. La solidità del rapporto tra il magnate presidente e la monarchia saudita ha una misura precisa: la disponibilità, praticamente illimitata, di Riad di acquistare armi americane. La prima missione all’estero di Trump a Riad gli fruttò affari per oltre 100 miliardi di dollari in dieci anni.

Per compiacere l’Arabia saudita e il principe ereditario Mohammad bin Salman, cui al G20 non esitò a stringere la mano, nonostante l’intelligence lo avesse avvertito che c’è lui dietro l’assassinio a Istanbul dell’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi, il presidente sfida il Congresso e autorizza la vendita a Riad di armi per otto miliardi di dollari – aerei da guerra e munizioni, soprattutto -, giustificando la mossa con le tensioni con l’Iran, che lui stesso alimenta.

L’Amministrazione ha formalmente notificato al Congresso il ricorso a una clausola d’emergenza che le consente di vendere armi all’Arabia saudita, e pure agli Emirati Arabi Uniti, senza attendere l’avallo di deputati e senatori, anzi ignorando addirittura il loro divieto a farlo. La mossa avrà come effetto l’inasprimento dei rapporti già tesi su più fronti tra Trump e il Congresso, che tra l’altro gli rimprovera, in modo bipartisan, l’ambiguo atteggiamento tenuto dopo l’uccisione di Khashoggi.

La clausola di emergenza invocata è insita nell’Arms Export Control Act e dà al presidente il potere di procedere a una vendita di armi, già pianificata, senza che il Congresso possa bloccarla. Deputati – alla Camera, i democratici sono maggioranza – e senatori sono infuriati: quelle armi – ne sono ben consci – non serviranno a intimorire l’Iran, ma a continuare a combattere la guerra nello Yemen, che ha già fatto decine di migliaia di vittime civili.

Il segretario di Stato Mike Pompeo prova a gettare acqua sul fuoco: è un’operazione “una tantum” – dice -, per “dissuadere l’aggressione dell’Iran” (un riferimento agli incidenti nello Stretto di Hormuz registrati nei giorni scorsi e la cui origine non è stata accertata). Ma, in realtà, la mossa rischia d’accentuare l’escalation delle tensioni con Teheran, che vede in Riad il principale antagonista nel Golfo. Nell’ultimo anno, l’Amministrazione Trump ha denunciato l’accordo sul nucleare con l’Iran – con gli altri firmatari, l’Ue, la Russia e la Cina, continuano a ritenere valido – e ha ripristinato e inasprito le sanzioni levate dall’Amministrazione Obama.

Possibili attacchi iraniani a Paesi alleati e a forze americane nella Regione avevano già giustificato l’invio in Medio Oriente di una squadra navale Usa guidata dalla portaerei Lincoln con bombardieri strategici B52 e missili anti-missili Patriot. Tra Medio Oriente e Asia centrale sono già presenti 70 mila militari americani.

Da settimane, Trump alterna verso l’Iran atteggiamenti contraddittori, più sovente minacciosi, ma talora distensivi. Anche Teheran, dal canto suo, alterna toni di sfida, anche ad uso interno, e aperture al dialogo. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha di recente avuto incontri con senatori americani – come la senatrice democratica Dianne Feinstein – per “contrastare l’impatto di gruppi di pressione come il ‘gruppo B’ sull’opinione pubblica Usa”. Il ‘gruppo B’ indica una cerchia di persone che starebbero sollecitando Trump a fare la guerra all’Iran: John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, Benyamin Netanyahu, premier israeliano, e i principi ereditari saudita Mohammad bin Salman e degli Emirati arabi uniti Mohammad bin Zayed.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+