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Golfo - Usa - Iran - Hormuz
May 9, 2019 - Suez Canal, EGY - In this Thursday, May 9, 2019 photo released by the U.S. Navy, the Abraham Lincoln Carrier Strike Group transits the Suez Canal in Egypt. The aircraft carrier and its strike group are deploying to the Persian Gulf on orders from the White House to respond to an unspecified threat from Iran. (Mass Communication Specialist 3rd Class Darion Chanelle Triplett/U.S. Navy via AP) ORG XMIT: ARE106 (Credit Image: © Mass Communication Specialist 3r/Minneapolis Star Tribune via ZUMA Wire)

L’atteggiamento degli Usa contro l’Iran preoccupa gli europei e russi e cinesi: i ‘giochi di guerra’ nel Golfo sono già stati letali a più riprese, a cavallo del Millennio. Martedì 21, ne hanno discusso insieme, al telefono, il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin: loro sono decisi a continuare a rispettare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran nel 2015 – e denunciato dagli Usa lo scorso anno – e chiedono a Teheran di fare altrettanto e di non lasciarsi trascinare in un vortice di provocazioni.

A disorientare i suoi interlocutori, specie se li considera avversari, Donald Trump è bravissimo. Come accade con la Cina con i dazi, che un giorno mette perché l’accordo è lontano e un giorno sospende perché è vicino, così accade con l’Iran: un giorno, dice di voler fare la guerra; e il giorno dopo dà la colpa ai “fake news media” per quelle affermazioni e assicura di voler fare la pace.

Infatti, c’è pure un Trump in versione pacifista, nella sfida degli Usa all’Iran: un moderato che getta acqua sul fuoco e afferma di non volere il conflitto con Teheran, dopo avere messo sotto pressione in ogni modo la Repubblica islamica: uscendo dall’intesa sul nucleare; reintroducendo e inasprendo le sanzioni economiche e commerciali; discutendo un piano per l’invio nella Regione di 120 mila uomini, roba da Guerra del Golfo 3, dopo quelle del ’91 – vittoriosa, e giusta, Bush sr – e del 2003 – disastrosa, e immotivata, Bush jr-.

E’ quasi inevitabile, ritrovarti a fare la parte del pacifista, quando ti sei scelto John Bolton, il falco dei falchi della diplomazia – si fa per dire – americana, come consigliere per la sicurezza nazionale: c’è Bolton dietro la gestione muscolare, e fin qui infruttuosa, della crisi venezuelana; e c’è Bolton dietro il precipitare delle tensioni in Medio Oriente. Se dai ascolto al ‘dottor Stranamore’ neo-cons, fai a cazzotti con tutti e, alla fine, prendi botte da tutti: nelle ultime 48 ore, si sono riaccese tensioni in Siria, dove, il 19 maggio, ci sarebbe stato un nuovo uso di armi chimiche, e s’è aggravata la crisi in Libia, con i combattimenti più intensi dal 6 maggio e 100 mila civili intrappolati.

Preoccupazioni convergenti dell’ammiraglio e dell’analista
Ad infiammare il Golfo, ci vuole poco: ci sono già stati la scorsa settimana incidenti, attacchi, attentati, provocazioni, la cui attribuzione non è né certa né univoca. Scaramucce che allarmano osservatori e analisti. Su un piano militare, l’ammiraglio Fabio Caffio scrive su AffarInternazionali: “La marea di una nuova crisi marittima nell’area dello stretto di Hormuz sembra inesorabilmente montare. Gli scenari ipotizzabili sono quelli già visti negli Anni Ottanta. E gli attori sono più o meno gli stessi. La chiusura dello stretto da parte iraniana violerebbe la legalità internazionale: vige il regime di libertà di transito stabilito dalla Convenzione del diritto del mare per gli stretti adibiti alla navigazione internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu potrebbe quindi intervenire. Ma nulla impedirebbe all’Iran o agli Usa e ai loro alleati di agire unilateralmente in legittima difesa nell’ipotesi di casus belli reciproci. E andrebbero garantiti i diritti dei Paesi terzi, proprio come avvenne trent’anni or sono”.

Su un piano politico, la prof.ssa Eleonora Ardemagni, analista dell’Ispi, osserva: “Tutti dichiarano di non volere una guerra, ma la tensione è sempre più alta nel Golfo: l’escalation c’è e c’è il rischio d’un incidente dalle conseguenze scivolose. La ‘routinizzazione’ di uno scontro a bassa intensità nelle acque intorno al Golfo (stretto di Hormuz, Golfo di Oman, ma anche Mar Rosso meridionale e Bab el-Mandeb) è di per sé un fattore di rischio globale per la libertà di navigazione e la sicurezza marittimo-energetica”.

La partita geo-politica principale è quella fra Stati Uniti e Iran: “Una sfida – dice la Ardemagni – che si gioca nei rispettivi centri del potere, ancor prima che sul piano bilaterale. La linea d’attacco di Bolton e del segretario di Stato Mike Pompeo contro le riserve isolazioniste del presidente Trump e soprattutto dei generali del Pentagono realisti e ‘orfani’ di James Mattis a Washington; così come le provocazioni a oltranza dei pasdaran e dell’ala più oltranzista del regime iraniano, contro i più pragmatici ministro degli esteri Mohammed Javad Zarif e presidente Hassan Rohani a Teheran”.

Intanto, nel Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) innescano e al contempo subiscono gli effetti della politica trumpiana della ‘massima pressione’ sull’Iran: c’è un aumento degli attacchi asimmetrici, verosimilmente riconducibili a Teheran e al suo network transnazionale sciita (compresi gli huthi, gli insorti yemeniti), contro obiettivi commerciali ed energetici nel Golfo, anche sauditi ed emiratini.

Il ruolo di Bolton e della ‘famiglia’
A livello Usa, tutta colpa di Bolton? Il magnate presidente ci mette del suo. I rapporti privilegiati con Arabia Saudita e Israele sono un marchio di fabbrica della famiglia Trump – con l’intervento del ‘primo genero’ Jared Kushner -, fin dalla campagna elettorale: sono l’anello di contenimento della minaccia iraniana percepita come tale sia Riad –sciiti contro sunniti e predominio regionale– sia a Gerusalemme –Teheran non riconosce lo Stato ebraico e non rinuncia alla retorica aggressiva.

Ma Bolton è uno che non fa – troppa – differenza tra il dire e il fare, cioè fra il non escludere l’uso della forza e l’avere davvero intenzione di usarla. Neo-cons dell’era Bush, sotto-segretario di Stato con Colin Powell, che lo teneva a freno, finì, nel 2005, a fare il rappresentante degli Usa all’Onu, lui, risolutamente ostile al multilateralismo. ‘Neutralizzato’ nell’era Obama, è tornato a fare danni con Trump: ostile da sempre all’accordo sul nucleare con l’Iran, e favorevole al ‘cambio di regime’ in Corea del Nord e, ora, in Venezuela, è diventato consigliere per la Sicurezza nazionale dopo che i due generali che l’hanno preceduto sono stati cacciati, Michael Flynn, compromesso nel Russiagate, e H.R. MacMaster, persona di buon senso fuori posto nell’era Trump.

Bolton è uno che lavora sodo ed è pure capace di mediare, se deve farlo: i suoi colleghi al Palazzo di Vetro se ne resero conto e glielo riconobbero. Ma il magnate presidente non chiede di mediare, salvo poi lamentarsi di essere stato spinto oltre dove voleva andare. Così, la Casa Bianca fa sapere che Trump continua a preferire un approccio diplomatico per risolvere le tensioni con Teheran e vorrebbe parlare direttamente con i leader iraniani; e lascia trapelare un’irritazione del presidente con Bolton, che preme per il pugno duro contro Teheran e che vorrebbe fare credere che una prova di forza è possibile. Bolton, che di politica estera ne sa parecchio, ha anche influenza sul segretario di Stato Pompeo, che, invece, ne mastica ancora poco.

I piani del Pentagono e le mosse di Teheran
In questo clima, il ministro della Difesa ad interim, Patrick Shanahan, che attende ancora di ricevere i galloni che furono di ‘cane pazzo’ Mattis, ha messo a punto un aggiornamento dei piani militari che prevedono l’invio di fino a 120.000 soldati in Medio Oriente, nel caso in cui l’Iran dovesse attaccare le forze americane o accelerare sulle armi nucleari.

La mossa americana sarebbe stata collegata a documenti d’intelligence, comprese foto di missili iraniani imbarcati su piccole imbarcazioni dai Guardiani della Rivoluzione e pronti ad essere usati, potenzialmente contro unità navali Usa, navi commerciali o truppe americane di stanza in Iraq.

Ma non tutti leggono in quelle foto mosse aggressive: gli europei, gli iracheni ed esperti bipartisan d’intelligence e di Esteri nel Congresso vi vedono, piuttosto, mosse difensive iraniane innescate dall’atteggiamento di Washington. E l’affidabilità delle analisi d’intelligence è oggetto di dibattito tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono, Cia e Paesi alleati: il New York Times constata “la profonda sfiducia nei confronti del team di sicurezza nazionale del presidente Trump”.

La scorsa setttimana, in una riunione di gabinetto, Trump avrebbe imposto l’altolà a Shanahan, parlando, in realtà, a Pompeo e a Bolton: lui non vuole lo scontro, ha detto, ed è convinto che l’Iran “presto accetterà di negoziare”. Su che cosa, e perché, non è chiaro.

I resoconti del Washington Post e del New York Times, attribuiti a fonti di prima mano, hanno poi offerto l’occasione all’ ‘untore di fake news in capo’ di prendersela – è ovvio – con i media, che “stanno danneggiando il nostro Paese con la loro copertura fraudolenta ed estremamente inaccurata sull’Iran. E’ caotica, con fonti di basso livello e pericolosa”. Salvo poi alternare, nei suoi tweet, messaggi incendiari e lusinghe negoziali: “Nessuna offerta di trattativa da parte nostra; ci chiameranno loro, quando saranno pronti”.

In questo bailamme, Trump vede un punto a favore: “A questo punto, l’Iran non sa che cosa pensare e questo potrebbe essere assolutamente positivo”. Forse perché non ci stanno capendo nulla, o forse perché hanno le idee chiare, gli iraniani per ora non ci pensano proprio a negoziare e quadruplicano la produzione di uranio a basso rendimento (che non serve ancora a fare l’atomica): “L’escalation è inaccettabile”, dice il ministro degli Esteri Zarif.

Gli israeliani levano il piede dall’acceleratore: Benjamin Netanyahu vuole tenere sotto pressione Teheran, ma non scatenare una guerra. E in Iraq, dove la maggioranza sciita è larga, c’è inquietudine: a Baghdad, il clima creatosi fra Washington e Teheran ricorda quello che precedette l’invasione del Paese nel 2003 – ma l’Iran è quattro volte più grande e ha quattro volte più abitanti; e il governo iracheno invita le milizie sciite a non provocare le forze americane di stanza nel Paese.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+