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Theresa May - Brexit - dimissioni
May 24, 2019, London, UK: British Prime Minister THERESA MAY tears up as she makes a statement in Downing Street after meeting Graham Brady, the chair of 1922 committee. Theresa May will resign as Prime Minister and the leader of the Conservative Party on 7 June 2019. (Credit Image: © Dinendra Haria/London News Pictures via ZUMA Wire)

Adesso, chissà quando mai usciranno dall’Unione europea, se mai ne usciranno, ‘sti britannici  fastidiosi e appiccicosi che vogliono andarsene, ma che non riusciamo a scrollarceli di dosso – almeno, quando negoziamo con loro non litighiamo fra di noi -. Le dimissioni di Theresa May, annunciate ieri ed effettive il 7 giugno, accrescono dubbi e incertezze sulle prossime tappe dell’odissea Brexit e rischiano di dilatarne i tempi ben al di là dell’attuale limite, il 31 ottobre, che già costituisce una dilazione rispetto al 29 marzo convenuto. Un nuovo governo?, nuove elezioni?, una nuova maggioranza?, un nuovo referendum?, una nuova trattativa con l’Ue?, tutte queste opzioni sono aperte, tutte tranne l’ultima, almeno a credere al portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che dice e ripete: “Rispetto per la May, disponibilità con il suo successore, ma l’accordo c’è – quello che i Comuni hanno già respinto tre volte, ndr – e non si rinegozia”.

Le lacrime agli occhi, dopo le tensioni e le umiliazioni delle ultime settimane, Theresa May si congeda senza andarsene: si sorbirà da premier l’ultima corvée indigesta di questo suo scomodo mandato, la visita di Stato di Donald Trump che dà fastidio a tutti, a cominciare dalla Regina, sgradevole preambolo alle celebrazioni dello sbarco in Normandia il 5 e 6 giugno; poi, assicurerà gli affari correnti, nell’attesa del successore.

La svolta delle dimissioni della May, non inattese, può dare un significato diverso al voto di giovedì per il Parlamento europeo, che per i britannici doveva essere un ‘pro forma’, “tanto ne usciamo presto, al più tardi a fine ottobre”, e che adesso rischia invece di contare: nell’Ue e nel Regno Unito. Nigel Farage, il pifferaio di Hamelin della Brexit, potrà continuare a vivere del suo buon stipendio di parlamentare europeo che, sempre sputando nel piatto dove mangia, incassa, ininterrottamente, da vent’anni, dal 1999: vale la pena, per continuare a farlo, di farsi sporcare un elegante completo dal frappé di qualche pro-Ue arrabbiato – il lancio del frappé contro i brexiteers è stato lo sport in voga nella brevissima campagna elettorale britannica -.

Giusto per capire dove siamo – perché ci siamo è più complicato -, srotoliamo il nastro degli ultimi tre anni: il 23 giugno 2016, una maggioranza di britannici sceglie, con un referendum, la Brexit. David Cameron, il premier che l’aveva indetto, se ne va, perché lui era per il Remain. Al suo posto, s’insedia la May, pure tory, che dice “Brexit means Brexit” – la cosa più icastica del suo mandato -. Ma ci vogliono otto mesi perché Londra chieda di uscire e due anni di trattative per definire un’intesa con i 27, che i Comuni, però, bocciano a ripetizione, vincolando, nel contempo, il governo a evitare il ‘No deal’, cioè l’uscita senza accordo. Quindi, l’accordo non va, ma ci vuole un accordo. La May sta tra il martello dei Comuni, dove molti tories le votano contro, e l’incudine dell’Ue, che le dice che l’intesa c’è: basta che loro l’approvino. Passa la data dell’uscita prevista, il 29 marzo e si sposta l’orizzonte temporale al 31 ottobre: diventa inevitabile votare per il Parlamento europeo, paradosso che tutti avrebbero volentieri evitato, Londra e i 27. E adesso, specie dopo le dimissioni della May, tutto è ancora possibile: Londra va, Londra resta. Una cosa è chiara: stare nell’Ue è complicato, ma uscirne è molto più complicato. Ed è peggio.

I risultati delle elezioni di giovedì non faranno chiarezza, quando saranno noti, domenica sera 26 maggio. Quelli che ancora vogliono la Brexit e che non capiscono perché non l’hanno già avuta avranno tutti votato il partito di Farage, che adesso, per fare coincidere il messaggio e il programma, si chiama Brexit; e quelli che proprio non vogliono la Brexit e che considerano la permanenza nell’Ue la priorità avranno tutti votato i campioni d’europeismo liberal-democratici; laburisti e soprattutto conservatori li avranno votati in pochi, perché hanno deluso gli anti-Brexit, non prendendo posizione contro, e pure i pro-Brexit, non riuscendo a realizzarla. Ma, se si tratta di fare un nuovo governo, pochi vorranno affidarsi a Farage, uno che getta il sasso e ritira la mano, un Cincinnato al contrario, che lascia Strasburgo per fare danni a Londra e, quando ha fatto i suoi danni, torna a Strasburgo.

All’uscita di scena – e le dimissioni in Gran Bretagna sono un addio, non un arrivederci -, tutti concedono alla May l’onore delle armi, dopo averla martoriata in ogni modo, presunti amici o dichiarati avversari che fossero. Lei esprime   “rammarico” per non avere realizzato la Brexit e rivendica, con un groppo in gola, di avere “servito il Paese che amo”, prima di ritirarsi a passo un po’ affrettato per battere sul tempo le lacrime dietro il portone al numero 10 di Downing Street. Boris Johnson, l’ex ministro degli Esteri, il Bruto di tutte le congiure conservatrici anti-May, ha l’ipocrisia d’elogiarla. Jeremy Corbyn, il leader laburista, accoglie come una scelta giusta, quanto inevitabile, le dimissioni, ma nega che un nuovo leader tory possa fare meglio e vuole subito elezioni politiche anticipate. La May, la seconda donna a guidare la Gran Bretagna, dopo Margaret Thatcher, “ma non certo l’ultima”, invita, come testamento politico, non considerare il compromesso “una parola sporca”: a lei, Johnson e Corbyn di compromessi ne hanno concessi pochi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+