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McGahn - avvocato - Congresso
September 4, 2018 - Washington, DC, USA - FILE -- Don McGahn, then the White House counsel, during a Senate hearing in Washington, Sept. 4, 2018. Trump is preparing to instruct McGahn to defy a congressional subpoena and skip a hearing scheduled for May 21, 2019, denying Democrats testimony from one of the most important eyewitnesses to Trump’s attempts to obstruct the Russia investigation, a person briefed on the matter said on Monday. (Credit Image: © Doug Mills/Minneapolis Star Tribune via ZUMA Wire)

C’è un avvocato – l’ennesimo – che turba i sonni del magnate presidente Donald Trump e che agita le acque della politica statunitense: Donald McGahn, ex consigliere legale della Casa Bianca, ieri non s’è presentato a testimoniare di fronte alla Commissione Giustizia della Camera, sfidando un’ingiunzione in tal senso.

L’opposizione democratica al presidente Trump cerca di girare il coltello nella piaga del Russiagate, l’indagine sui contatti nel 2016 tra la campagna del magnate ed emissari del Cremlino e sul ruolo della Russia in quelle elezioni. Una storia che non finisce mai, non finirà mai: accompagnerà tutto questo mandato presidenziale, sarà una spina nel fianco costante di Trump senza magari arrivare alla messa sotto accusa e tanto meno all’impeachment.

L’ingiunzione all’avvocato McGahn e il rifiuto a comparire toccano questioni delicate giuridiche e politiche: che cosa il presidente Trump può davvero mantenere segreto invocando il ‘privilegio esecutivo’; e se un suo consigliere o assistente è “assolutamente immune” dagli ordini a comparire dei legislatori.

“E’ gravissimo, le nostre citazioni non sono un optional”, sostiene il presidente della commissione, il democratico Jerry Nadler, accusando Trump d’impedire a McGhan di presentarsi. Nadler, deputato dello Stato di New York, al quarto mandato, è protagonista d’un braccio di ferro a distanza con Trump, ingaggiato per conto dell’opposizione democratica, che alla Camera è maggioranza. “Se non fosse presidente, Trump sarebbe già stato incriminato per ostruzione alla giustizia”, dice.

Quello dell’avvocato McGahn non è l’unico fronte aperto tra il presidente e la commissione: ci sono citazioni per altri quattro legali della Casa Bianca e per il figlio maggiore di Trump, Donald jr. E, secondo quanto scrive il NYT, Michael Cohen, l’ex avvocato ‘personale’ del presidente, quello che faceva da paraninfo comprando in nero il silenzio delle sue amichette porno-professioniste, e che ha poi rivelato in Congresso cose molto imbarazzanti per il suo ex cliente, avrebbe continuato a negoziare con la Casa Bianca una sua grazia, anche mentre deponeva contro Trump. Cohen si conferma assolutamente inaffidabile: confessa e ‘tradisce’ il presidente, subisce una condanna, poi svuota, apparentemente, il sacco in Congresso, ma continua a brigare il perdono presidenziale – e, quindi, forse non dice tutto -.

Poi c’è la questione delle dichiarazioni fiscali mai rese pubbliche da Trump (e delle tasse mai o poco pagate). Lunedì, un giudice ha sancito che il fiscalista del presidente dovrà trasmetterne i documenti finanziari al Congresso: è solo il primo round di un procedimento giudiziario destinato probabilmente a protrarsi a lungo. Il presidente è deciso a resistere alle ingiunzioni congressuali, che, d’altra parte, hanno una forte valenza politica.

Donald Francis McGahn II, 51 anni, cattolico, sposato con due figli – la moglie Shannon era consigliere del segretario al tesoro Steven Mnuchin -, è stato nel team legale del presidente Trump dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2017, al 17 ottobre 2018, quando si dimise. Prima, era stato alla Commissione elettorale federale ed aveva poi gestito le numerose beghe giudiziarie della campagna Trump. Dopo l’elezione, era stato consulente del team della transizione.

Fu l’avvocato McGahn a indicare a Trump Neil Gorsuch come giudice supremo, al posto di Antonin Scalia; ed a procedere, a ritmo di record dai tempi di Richard Nixon, a nominare nuovi giudici federali. Il suo ruolo nel consigliare il presidente sul Russiagate è stato difficile, perché Trump non è sempre docile ai consigli legali, e controverso, perché c’è chi pensa che McGahn in qualche caso sia andato oltre i confini legali del proprio ruolo.

Fra frizioni con il presidente, cui doveva talora spiegare che non poteva fare quello che lui voleva, e imbarazzi con il procuratore speciale Robert Mueller, di cui è stato il principale referente, McGahn, alla fine, si dimise: un addio annunciato a fine agosto e attuato a metà ottobre. Nel rapporto finale del procuratore Mueller, c’è scritto che, a un certo punto del 2017, McGahn si sarebbe lamentato con l’allora capo dello staff della Casa Bianca Reince Piebus che il presidente voleva che facesse “cose da pazzi”. Trump avrebbe così reagito all’accusa: “McGahn è un bastardo mentitore”.

Dubbi sul fatto che il presidente abbia davvero ostruito la giustizia sul Russiagate vengono anche dall’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, che ha riferito all’ufficio di Mueller che persone legate alla Casa Bianca lo avevano contattato per tentare di ostruire l’inchiesta. Flynn è in attesa di giudizio dopo aver ammesso di avere mentito all’Fbi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+