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Bonino - intervista

Emma Bonino, ex commissario europeo, ex ministro delle Politiche europee e degli Esteri, ci racconta la sua visione di Europa federalista. Per lei è questa l’unica prospettiva in grado di rovesciare i sovranismi, oggi imperanti, e di superare le ristrette visioni nazionali. Ma è solo grazie all’impegno attivo dei giovani europeisti e alla consapevolezza che indietro non si può e non si deve tornare, che sarà possibile raggiungere questo risultato.

Se dovesse spiegare a un ragazzo, alle sue prime elezioni europee, quali sono i motivi per dare fiducia all’Europa, cosa gli direbbe?
Bonino – 
Gli direi una cosa tanto semplice quanto vera: “Tu sei nato quando il Muro di Berlino stava per cadere o era già caduto e il sogno europeo affascinava milioni di giovani come te, che dall’altra parte della cortina di ferro, identificavano nell’Europa un’ideale di libertà politica e di felicità personale. Tu sei già nato “in Europa”, prima che “in Italia”, dentro una costruzione politica, come quella europea, che ti garantisce tutte le libertà che conosci e che consideri ‘naturali’, quelle che concorrono a definire la tua identità e le tue opportunità di vita, di lavoro e di conoscenza. Oggi questa Europa è in pericolo, minacciata dai nazionalismi che per oltre mezzo secolo è riuscita a neutralizzare, ma non a debellare. La tua generazione, in tutti gli Stati membri dell’Ue, rimane la più europeista e la più fiduciosa in un comune destino europeo. Ma questo è il momento per passare dalla fiducia all’impegno, dalla speranza alla militanza europeista”.

In un’Europa indebolita dall’ascesa dei sovranismi su quali basi sono ipotizzabili gli Stati Uniti d’Europa?
Bonino –
Mi verrebbe da dire che l’ideale federalista europeo, gli Stati Uniti d’Europa, sono in prospettiva l’unica risposta all’altezza della sfida sovranista. L’Europa federale, però, non si decreta, si costruisce con un lavoro politico che parta dal presupposto che indietro non si può e non si deve tornare, ma si deve continuare ad andare avanti. Io penso, come pensava Jean Monnet, che la costruzione europea debba procedere passo passo, creando meccanismi di integrazione economica e politica, che rendano evidente, per tutti i cittadini degli Stati membri, i vantaggi di un’Europa comune, per allargare poi questa logica comunitaria a ulteriori ambiti di intervento. L’Europa che c’è è un’Europa efficiente. La politica commerciale, la tutela della concorrenza, gli standard sanitari e ambientali, la tutela dei consumatori sono esempi di “buona Europa”. La “cattiva Europa” è semplicemente quella che non c’è.

Proprio questo, mentre i sovranismi e i nazionalismi hanno rialzato la testa, è dunque il momento per allargare le competenze dell’Unione a materie storicamente assegnate alla competenza degli Stati, ma per cui gli stati nazionali sono chiaramente inadeguati: dalla difesa, alla sicurezza, dall’immigrazione a una politica fiscale e di bilancio in grado di finanziare interventi per la competitività e la coesione economico-sociale. Sono per una federazione che spenda non più del 4-5% del Pil europeo (oggi il bilancio dell’Unione è dell’1% del Pil). Trovo abbastanza ridicole le accuse di chi dichiara di temere un Leviatano, o un ‘superstato’ europeo, se pensiamo che questa federazione avrebbe un bilancio in percentuale del PIl di 4 o 5 volte inferiore a quello federale americano.

La questione migranti è già da molto vissuta solo come un’emergenza. Come creare una nuova visione del fenomeno che si discosti dalle strumentalizzazioni elettorali e garantisca il rispetto della dignità umana?
Bonino – L’immigrazione in sé non è un’emergenza, ma un fenomeno naturale e positivo (pensiamo all’immigrazione interna degli anni ’50 e ’60 in Italia e quella post Maastricht sul territorio dell’Unione), perché assicura la mobilità di un fondamentale fattore produttivo, il lavoro. Diventa particolarmente problematica e traumatica quando a monte vi sono gravi condizioni di emergenza politica o demografica, che è esattamente il contesto in cui ci troviamo oggi in Italia e in Europa.

Da una parte del Mediterraneo – quella africana e asiatica – abbiamo un boom demografico e una instabilità politica violentissima, dall’altra parte – la nostra – abbiamo un invecchiamento della popolazione rapidissimo e non abbiamo alcuno strumento comune – cioè europeo – per gestire in modo razionale i flussi di ingresso o le richieste di accoglienza dei rifugiati.

Gli effetti a cascata di questo “non governo” sono il disordine e il “tutti-contro-tutti”, su cui le forze sovraniste e razziste non hanno alcuna remora a lucrare la propria rendita. È inevitabile che in situazioni in cui salta qualunque principio di razionalità politica si abbia, tra le altre, come conseguenza anche il disprezzo della dignità umana o addirittura il dileggio dei derelitti (“la pacchia è finita…”, “basta taxi del mare…”). Insomma, fino a che la gestione dell’immigrazione non sarà una competenza europea rimarrà un enorme problema per tutti gli europei e un perenne terreno di scontro tra gli stati membri.

Dopo anni in cui sembrava che le nuove generazioni non si interessassero alla politica, ultimamente la questione ambientale ha coinvolto milioni di giovani e giovanissimi. Come può l’Europa intercettare questo richiamo e farne un’urgenza?
Bonino – All’Europa si deve il merito di avere posto la questione ambientale non come problema culturale o morale, ma come tema istituzionale. Non esiste campo di intervento – dal controllo delle emissioni nocive, alle quote di energie rinnovabili – in cui non siano state le istituzioni europee a spingere a soluzioni più avanzate, contro Stati membri recalcitranti. La conversione insieme ecologica e tecnologica della società e dell’economia europea ha oggi nelle istituzioni europee, non nei governi nazionali, un interlocutore capace di visione di lungo periodo, oltre che l’unico che abbia una dimensione adeguata per affrontare questi problemi nella logica e nell’interesse comune dei cittadini europei e non mediando semplicemente tra gli interessi degli stati. A proposito di Greta Thunberg e dei giovani come lei, capisco che sia facile ironizzare sulla loro ingenuità, sul “facilismo” di certe proposte… Però loro hanno un merito: avere indicato un problema che la politica internazionale tende o a rimuovere o a negare. Non tocca a “loro”, ma a “noi” proporre soluzioni razionali.

Gli Spazi
Virginia della Giorgia, Fabrizio Sani, Valeria Sittinieri, con il contributo di Marica Fantauzzi

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+