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Cina - basi
QINGDAO, May 1, 2019 Chinese marines participate in a steeplechase competition in Qingdao, east China's Shandong Province, April 30, 2019. The China-Russia ''Joint Sea-2019'' military exercise Tuesday held contests between the two countries' naval marine contingents. Contestants on both sides took part in competitions including riflery, sniping and steeplechase. (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Una rete di basi militari stesa intorno al Mondo, per proteggere gli investimenti del programma d’infrastrutture globali Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta: il Pentagono ritiene che Pechino stia progettando l’allestimento di punti d’appoggio militari, di terra, d’aria, di mare e spaziali, secondo quanto contenuto in un rapporto pubblicato ai primi di maggio.

L’esplicita percezione d’una crescente minaccia militare cinese coincide con un picco delle tensioni commerciali e tecnologiche tra Washington e Pechino, innescato dalla guerra dei dazi riaccesa, quasi in contemporanea alla pubblicazione del rapporto, dal presidente Donald Trump. E’ un cane che si morde la coda: così, Pechino vede sempre più ostili gli Usa di Trump, che cercano di frenare l’espansione del potere cinese.

Attualmente, di basi militari al di fuori del proprio territorio Pechino ne ha solo una a Gibuti; ma starebbe progettando altre basi, fra cui una in Pakistan, tradizionale quanto inaffidabile alleato dell’America, cercando di darsi una dimensione da Super-Potenza globale. Altre basi cinesi potrebbero trovare collocazione nell’Asia sud-orientale, nel Pacifico occidentale, in Medio Oriente. E, un conflitto militare a bassa tensione tra Cina e Usa è già in atto nel Mar cinese meridionale.

La scelta di Trump di alzare il livello del confronto, invece di smussare le tensioni, rischia d’indurre Pechino a riavvicinarsi ancora di più a Mosca: è notizia recente un ciclo di manovre navali congiunte russo-russo-cinesi, denominate “Joint Sea 2019” e svoltesi nelle acque di Qingdao, provincia dello Shandong, coinvolgendo due sommergibili, 13 navi di superficie, elicotteri, aerei. Unite dalla rivalità con gli Usa, Pechino e Mosca condividono – dicono fonti della Difesa cinese – una “partnership strategica contro un mondo unipolare”, a dominio americano. A settembre 2018, circa 3.200 soldati cinesi presero parte ai “giochi di guerra” in Siberia, le più grandi manovre mai fatte in Russia con la partecipazione di circa 300.000 militari.

“Il fatto che la Cina porti avanti l’attuazione di programmi come la Nuova Via della Seta ispirerà installazioni e basi militari al di fuori del territorio nazionale, dettate dalla volontà di garantire la sicurezza dei progetti”, scrive il Pentagono nell’annuale rapporto al Congresso sugli sviluppi cinesi militari e di sicurezza.

Il Dipartimento per la Difesa degli Stati Uniti prevede che la Cina punterà “su quei Paesi con cui ha relazioni d’amicizia consolidate e interessi strategici coincidenti, come il Pakistan, in funzione pure anti-indiana, o che hanno l’abitudine d’accogliere installazioni militari di altri Paesi”. Potrebbe però succedere che gli sforzi cinesi siano ostacolati da Paesi preoccupati d’avere sul proprio territorio una presenza a tempo pieno delle forze armate cinesi.

Il rapporto del Pentagono è stato pubblicato dopo l’uscita d’una nota d’allarme per l’intensificarsi delle attività cinesi al di là del Circolo polare artico, che potrebbero aprire la via a una rafforzata presenza militare nella Regione, compreso lo spiegamento di sottomarini come arma di deterrenza contro un attacco nucleare.

La Danimarca, dal canto suo, ha espresso preoccupazioni per l’interesse cinese per la Groenlandia: Pechino si propone d’installarvi una stazione di ricerca e una stazione a terra per i satelliti, d’espandere la sua presenza nel settore minerario e d’ampliare e rinnovare le strutture aeroportuali. I danesi temono che “le ricerche civili fungano da supporto a una rafforzata presenza militare cinese nell’Artico”.

L’anno scorso, fonti di stampa riferirono di trattative per una base cinese nel ‘corridoio del Vacan’, nel Nord-Ovest dell’Afghanistan, una striscia stretta (tra i 12 e i 60 km) e lunga (circa 260 km), nella provincia del Badakhshan, che rende più agevole il transito tra Cina e Pakistan via Tagikistan. Poco tempo fa, il Washington Post ha individuato un avamposto militare dove sarebbero dislocate numerose truppe cinesi nel Tagikistan orientale.

Il presidente cinese Xi Jinping intende proiettare il potere o almeno l’area d’influenza del suo Paese al di là del tradizionale e immediato ‘cortile di casa’ della’Asia orientale e sud-orientale. Ciò può comportare ujn rafforzamento della presenza della Cina nelle Istituzioni internazionali – dall’Onu all’Accordo di Parigi contro il riscaldamento globale -, l’acquisizione di tecnologie d’avanguardia e il consolidamento di una forte presenza economica in tutto il mondo. A ciò s’accompagna, non esplicitata, una proiezione globale della forza militare cinese in terra, mare e cielo e nello spazio.

Nel rapporto del Pentagono si legge “I leader cinesi stanno usando la leva del loro crescente potere economico, diplomatico e militare per consolidare la loro prominenza regionale ed espandere l’influenza internazionale”.

Nel Mar cinese meridionale, la Cina ha già stabilito avamposti militari sugli isolotti contestati. Nell’autunno scorso, Lorenzo Termine commentava su AffarInternazionali la decisione dell’allora  segretario della Difesa Usa Jim Mattis di cancellare un incontro con l’omologo cinese Wei Fenghe: “Gli attriti nel Mare cinese meridionale sono cresciuti per le esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, il sorvolo di B-52 americani, il passaggio di navi da guerra sudcoreane e una nuova operazione navale statunitense, tutti episodi che hanno scatenato le proteste cinesi”.

Da dossier secondario, il Mar cinese meridionale è diventato uno dei capitoli principali dell’equilibrio della regione indo-pacifica nonché della relazione tra Cina e Usa. Nell’area, s’intersecano e configgono gli interessi di numerosi attori: almeno cinque Stati rivieraschi (Cina, Taiwan, Filippine, Vietnam e Malaysia), cui s’aggiungono gli Usa che chiedono la piena fruibilità delle acque.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+