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May 13, 2019 - Washington, District of Columbia, U.S. - United States President Donald J. Trump meets with Prime Minister Viktor Orban of Hungary in the Oval Office of the White House in Washington, DC on Monday, May 13, 2019. The two leaders will meet for about an hour (Credit Image: © Chris Kleponis/CNP via ZUMA Wire)

Ci fu un tempo che Viktor Orbán alla Casa Bianca voleva andarci, ma non riusciva a farsi invitare. Poi arrivò Donald Trump e il suo guru Steve Bannon, ormai ex consigliere speciale, ma sempre coordinatore dell’internazionale sovranista, scoprì che l’Ungheria del teorico della democrazia illiberale e l’Italia del duo Di Maio / Salvini erano i cavalli di Troia ideali per l’approdo in Europa del ‘trumpismo’, basta con il multilateralismo e ritorno ai rapporti bilaterali. Così, Cina e magari Russia escluse, gli Stati Uniti se li mangiano tutti.

Ieri, le porte della Casa Bianca, tenute chiuse da Bush Jr e Obama, si sono aperte per Orbán, anche se Trump non manda giù che quel suo sodale dichiarato abbia buoni rapporti con la Russia e faccia da testa di ponte alla Cina, offrendole una base nell’Europa centro-orientale per la sua Nuova Via della Seta – con Putin e Xi, anche gli italiani lo deludono -.

Leader sovranista e anti-immigrati, Orbán è ieri divenuto il primo premier ungherese dal 2005 accolto alla Casa Bianca: grande ammiratore e sostenitore del magnate presidente, ne ha pure copiato lo slogan con il suo molto meno altisonante ‘Hungary first’. Non capendo, o non ritenendo grave, che nel confronto diretto con la Super-Potenza la piccola Ungheria ha solo da starsene buona, magari protetta, ma certamente docile.

Nel colloquio, Trump e Orbán hanno ufficialmente discusso “di come approfondire la cooperazione su una serie di temi, fra cui il commercio, l’energia, la cyber sicurezza” e la Nato. I media magiari vicini al governo considerano l’incontro di Washington un incoraggiamento alla linea sovranista che Orbán porta da tempo avanti in Europa e che lo ha già messo in rotta di collisione con il Ppe, cui fa riferimento il suo partito Fidesz.

Il Partito popolare europeo ha recentemente sospeso dai propri ranghi il partito ungherese. Orbán ha finora abbozzato, ma sta lavorando per una nuova maggioranza nel Parlamento europeo, che, dopo il voto del 23 e 26 maggio, metta insieme popolari e ‘sovranisti’ di destra, dalla Merkel a Salvini passando per Berlusconi e Orbán. Anni fa, il leader di Forza Italia regalò al premier ungherese, tifoso del Milan e giocatore appassionato, un set di maglie rossonere per la sua squadretta -.

Anche per questi sapori d’ingerenza nelle vicende europee, la visita di Orbán ha suscitato malumori nel Congresso degli Stati Uniti: protestano i paladini dei diritti umani, che il premier ungherese, secondo l’Ue, non rispetta a pieno, minando l’indipendenza della magistratura, limitando la libertà di stampa colpendo le Ong e chiudendo la Central European University fondata dal miliardario ungaro-americano George Soros; e protestano anche i democratici, che avevano chiesto per iscritto al magnate presidente di non accogliere Orbán finche’ “non avrà rimesso il suo Paese sulla strada della democrazia”. Anche qualche senatore repubblicano ha esortato Trump a sollevare nell’incontro con Orbán la questione dell’ “erosione” della democrazia in Ungheria.

L’ambasciatore degli Usa a Budapest, David Cornstein, ha detto a The Atlantic: “Conoscendo Trump da 25 o 30 anni, posso dire che gli piacerebbe avere in America la situazione che ha Orbán in Ungheria”. Per correggere la deriva filo-magiara della Casa Bianca, il Dipartimento di Stato dice che gli Usa guardano all’intero gruppo di Visegrad (V4), Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, “un importante blocco regionale” che Washington “incoraggia a lavorare insieme”, vedendovi un grimaldello anti-Ue.

Una curiosità: Orbán era già stato alla Casa Bianca, accolto nel 1998 da Bill Clinton. Allora, però, era un giovane centrista e quasi progressista, che portava l’Ungheria nella Nato e nell’Ue. Adesso, costruisce muri anti-migranti: porta Salvini a vederli, in attesa – magari – di mostrarli a Trump. Che il muro con il Messico ancora non ce l’ha.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+