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Libia - rifugiati
11 April 2019, Libya, Zawia: Libyan fighters loyal to the self-styled Libyan National Army (LNA), led by Libyan strongman Khalifa Haftar, queue on the ground at a detention centre after being captured during battles against forces loyal to the UN-backed Government of National Accord (GNA) of Fayez Serraj. (Credit Image: © Stringer/DPA via ZUMA Press)

Centinaia di vittime dei combattimenti o dei bombardamenti, soprattutto miliziani, ma anche civili – decine i bambini -; decine di migliaia di sfollati; e migliaia di rifugiati a rischio nei centri d’accoglienza libici che spesso sono luoghi di disagio, degrado, tortura. In questo contesto violento e instabile, lunedì 29 aprile 146 richiedenti asilo sono stati evacuati dalla Libia dall’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, in un’operazione congiunta con le autorità italiane e libiche. L’Italia è così divenuta “il primo Paese ad accogliere persone evacuate dalla Libia da quando sono in corso gli scontri” tra le forze del governo riconosciuto dalla comunità internazionale e l’esercito del generale Khalifa Haftar.

L’apertura di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei rifugiati trattenuti in Libia è forse l’unico sviluppo positivo di una crisi, che, nelle ultime settimane, si è ulteriormente intricata: colpi di scena diplomatici, come il cambio di atteggiamento dell’America di Trump verso il generale Haftar, cui l’Italia s’è quasi subito adeguata; e sussulti militari, con l’inopinata resistenza opposta, non dal quasi inerme premier Fayez al Sarraj, ma dalle milizie di Misurata, all’avanzata degli uomini di Haftar.

Anche il governo italiano, forse il più attento alla Libia del Mondo occidentale, con quello francese, non s’è mosso in modo lineare, tra consuete frizioni interne, fughe in avanti a parole, incontri spesso inconcludenti a Roma con esponenti libici, contatti internazionali. L’asserita equidistanza fra le parti in causa, espressa nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, suona correzione della linea pro Sarraj finora sempre seguita, in sintonia con l’azione dell’Onu. Conte parlava dopo incontri a Pechino, a margine di un Vertice sulla Nuova Via della Seta, con i presidenti russo Vladimir Putin ed egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, i due maggiori sponsor internazionali di Haftar,

L’evacuazione umanitaria
Il gruppo di rifugiati evacuati, in cui c’erano anche 46 minori separati dalle loro famiglie, è partito dall’aeroporto di Misurata ed è giunto a Roma, dove i richiedenti asilo sono ospitati in centri d’accoglienza straordinaria. “L’operazione è un’àncora di salvezza per persone che hanno affrontato gravi minacce e pericoli”, ha affermato Filippo Grandi, alto commissario dell’Onu per i Rifugiati. “Ora è di fondamentale importanza che anche altri Stati mettano in atto gesti di generosità simili, offrendo opportunità di evacuazione per i rifugiati coinvolti nel conflitto. Fingere di non vedere quanto sta accadendo avrà conseguenze drammatiche e reali”.

A Tripoli – ricorda l’Unhcr -, le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare, causa il protrarsi dei combattimenti. I raid aerei causano vittime tra i civili e distruggono infrastrutture. E, intanto, “migliaia di rifugiati e migranti continuano a essere prigionieri nei centri di detenzione, dove anche prima del riaccendersi del conflitto vivevano in condizioni drammatiche. Le persone detenute temono per le loro vite e sentono spari e attacchi aerei nelle vicinanze”.

L’Unhcr invita la comunità internazionale “a evacuare tutti i rifugiati rimasti nei centri di detenzione a Tripoli e a portarli al sicuro. Poiché gli scontri non accennano ad arrestarsi – osserva -, la rapidità è un fattore essenziale”. A fine aprile, oltre 3.300 persone erano particolarmente a rischio, bloccate in centri in prossimità degli scontri.

L’offensiva di Haftar e i suoi retroscena militari e diplomatici
Il generale Haftar è uomo di parola, che mantiene le promesse. Ed è uomo che di promesse ne fa molte: mantenendole, si garantisce un sacco di amici – i nemici, in Libia, non mancano mai -. Così, la sua avanzata verso Tripoli, per molti inattesa e improvvisa, è avvenuta senza suscitare l’ostilità, anzi godendo del sostegno, dell’Egitto e della Russia, con il favore velato della Francia e senza creare troppo allarme negli Stati Uniti. Ci è rimasta male l’Italia, che, a Palermo, in novembre, aveva forse nutrito l’illusione d’avere innescato la tregua fra Haftar e il suo rivale al Sarraj.

Ma nel guazzabuglio libico entrano tutti i protagonisti mediorientali: l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, dalla parte di Haftar; il Qatar che sostiene le milizie anti-Haftar, non è chiaro se agendo con l’avallo dell’Iran; la Turchia che si considera potenza regionale e la Tunisia che teme una guerra ai suoi confini.

… Un mese fa, all’inizio dell’azione che doveva essere lampo, l’ipotesi ottimista era che Haftar stesse solo cercando di guadagnare posizioni e influenza in vista della conferenza nazionale in programma a metà mese a Ghadames e che è poi saltata. Un’ipotesi più realista è che Haftar stesse cercando di sbarazzarsi, politicamente, se non fisicamente, di al Sarraj, che è legittimato dall’Onu, ma che non ha mai davvero esercitato il potere in Libia. L’obiettivo non è stato centrato e quella che doveva essere una ‘blitz krieg’ è ormai diventata una battaglia di – reciproco – logoramento. …

Il resto del pezzo riprende https://www.giampierogramaglia.eu/2019/04/07/libia-haftar-generale-amici/ e https://www.affarinternazionali.it/2019/04/libia-haftar-sarraj-italia/

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+