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Spagna - elezioni - Ue

Il voto in Spagna cambia le carte in tavola del voto europeo del 23 e 26 maggio e alimenta la fiducia che il nuovo Parlamento europeo abbia una solida – seppur composita – maggioranza pro-integrazione, accanto a una rumorosa – e molto frammentata – minoranza sovranista, populista, euro-scettica.

I media che si concentrano quasi spasmodicamente sul risultato di Vox, l’estrema destra spagnola nostalgica e sovranista, ne colgono l’avanzata certamente inquietante, ma non rilevano il fatto che nove spagnoli su dieci dicono no a una deriva populista e fanno scelte più o meno apertamente europeiste.

In Spagna, come di recente in Finlandia e prima in Svezia e ancora in Germania, i sovranisti magari avanzano – in Finlandia, marginalmente -, ma restano isolati nel loro bozzolo: non sono in grado d’impedire e neppure di condizionare la formazione di maggioranze di governo che poi confermano, sia pure con distinguo e sfumature diverse, l’opzione europea. E lo stesso era già avvenuto nel 2017 in Francia e in Olanda.

La prospettiva del voto europeo risulta falsata, se la si guarda dall’Italia, soprattutto, o dall’Austria, per non parlare dei Paesi del Gruppo di Visegrad: lì, sovranisti e populisti sono al potere, egemoni come in Italia o gregari come in Austria; e lì trova terreno fertile la vulgata eretica che vuole l’Unione ‘rivoltata’ dalle elezioni di maggio e dal rinnovo delle altre istituzioni europee in autunno.

Non accadrà nulla di tutto questo, anche se il vento della protesta e dell’irritazione soffia e deve indurre a migliorare il funzionamento dell’Ue e a renderne i meccanismi più efficienti e trasparenti.

Se saranno confermati fra quattro settimane, i risultati spagnoli, con il dimezzamento del PP, che è nel Ppe, e l’avanzata dello Psoe, che è nel Pse, potrebbero persino mettere in discussione il primato, relativo, dei popolari nell’Assemblea di Strasburgo, specie se la Gran Bretagna, incapace di tradurre in pratica la Brexit, andrà al voto ed eleggerà una cospicua pattuglia di eurodeputati laburisti.

Ma questa, in realtà, sarebbe una iattura: non politica, ma funzionale. La nona legislatura del Parlamento europeo inizierebbe con equilibri alterati fra le forze politiche, destinati a modificarsi con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, quando e se essa finalmente avverrà.

Resta, comunque, invariata la previsione che, nel nuovo Parlamento europeo, Ppe e Pse insieme non avranno più la maggioranza assoluta e dovranno cercare alleanze con altre forze europeiste, liberali, verdi, ‘macroniani’ e loro partner.

In questo contesto, l’Ue è relativamente indifferente a quale coalizione fra le varie possibili finirà con l’insediarsi al potere a Madrid: conta che ci sia un governo e che abbia una maggioranza. La Spagna di cui l’Unione ha bisogno è un Paese stabile, che possa inserirsi nel dialogo tra Francia e Germania sui futuri sviluppi dell’integrazione europea e colmare il vuoto creato dalla defezione dell’Italia.

Roma s’è scelta alleati infidi e interlocutori fuori dai giochi proprio quando aveva l’occasione d’essere influente e di contribuire a orientare il rilancio dell’integrazione, come seppe fare alla metà degli Anni Ottanta e ancora – meno – negli Anni Novanta. Oggi, Pedro Sanchez conta nell’Unione più di Giuseppe Conte; e Matteo Salvini potrà pure avere la pattuglia di eurodeputati più numerosa, ma resterà marginale come un Nigel Farage.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+