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Sri Lanka - terrorismo - Pasqua
25 April 2019, Berlin: Representatives of the world religions gather in the Marienkirche to commemorate the victims of the terrorist attack in Sri Lanka across religious boundaries. (Credit Image: © Paul Zinken/DPA via ZUMA Press)

Non c’è luogo dell’umanità dove Cristo non celebri il suo sacrificio: la Pasqua del 2019 resterà legata, nella storia del cristianesimo e del terrorismo, agli attentati che il 21 aprile hanno scosso Colombo, la capitale dello Sri Lanka, e altre località di quell’isola Stato. Kamikaze e commando hanno colpito tre chiese cristiane, quattro hotel di lusso e un complesso residenziale, provocando 360 vittime – una quarantina gli stranieri, nessuno italiano – e almeno 500 feriti. Una sessantina, tutte cingalesi, le persone arrestate.

I dati, ancora provvisori, sono aggiornati a mercoledì alle 12.00, ora dello Sri Lanka. Fra i morti, ci sono cittadini americani, britannici, olandesi, due turchi, un cinese, un giapponese; e tre dei quattro figli di Anders Holch Povlsen, patron danese del colosso dell’abbigliamento Asos. E’ una strage degli innocenti: almeno 45 i bambini uccisi.

E’ stato l’attacco terroristico più letale dopo l’11 Settembre 2001: peggio della carneficina di Bali – 202 vittime nel 2002 – e della strage alla stazione di Atocha a Madrid – 191 vittime nel 2003 – e pure del massacro della scuola di Beslan nell’Ossezia in Russia – oltre 300 vittime nel 2004 -; ed è stato l’attacco alla cristianità più letale del XXI Secolo.

Le azioni sono state pianificate, organizzate, sincronizzate: le esplosioni hanno sventrato chiese e alberghi in una micidiale sequenza. Non è opera da ‘lupi solitari’ o da cellule senza collegamenti con un nucleo centrale: l’ombra della Jihad s’è concretizzata dopo 48 ore, quando l’Isis, il sedicente Stato islamico, ha rivendicato la strage di Pasqua, attraverso Amaq, la sua agenzia d’informazione e propaganda: è stata diramata la foto di un uomo che avrebbe guidato sei kamikaze, sono stati forniti i nomi di battaglia dei terroristi rimasti uccisi, senza specificarne la nazionalità, ed è stato precisato dove ciascuno fosse dislocato. Gli attentatori – è stato indicato – s’erano ‘mimetizzati’ tra le vittime prima di farsi esplodere, tranne uno scontratosi con la polizia in un edificio di Dematagoda.

Secondo fonti del governo cingalese, gli attacchi di Pasqua nello Sri Lanka erano una ‘rappresaglia’ per la strage fatta il 15 marzo nelle moschee di Christchurch (in Nuova Zelanda) da un suprematista bianco australiano, Brenton Tarrant: morirono 50 persone. Il presidente Maithripala Sirisena dice: “Non crediamo che gli attentati siano opera di un gruppo di persone basati nel nostro Paese”; e chiede assistenza nelle indagini agli altri Paesi, spiegando che “c’è una rete internazionale senza cui gli attacchi non potevano avere successo”.

L’azione dei terroristi ha colto impreparate le autorità e le forze dell’ordine, nonostante intelligence di altri Paesi avessero segnalato, almeno dieci giorni prima, indizi di attentati in preparazione. Nello Sri Lanka sono molti i ‘foreign fighters’ rientrati in patria dopo la disfatta dell’Isis tra Iraq e Siria. Per gli inquirenti, i responsabili delle esplosioni sono sette cingalesi legati alla Thowheeth Jama’ath nazionale (Ntj, letteralmente Organizzazione Monoteista Nazionale), un’organizzazione terroristica jihadista locale. Prima della rivendicazione dell’Isis, negli ambienti integralisti, sui siti e sui social, c’era chi esaltava la strage come una vittoria sui crociati.

Dopo la raffica di attentati, è stato decretato il coprifuoco, con migliaia di turisti chiusi negli hotel, e sono stati bloccati i social media, per impedire il diffondersi di fake news. In Occidente, s’è trovato modo di discutere se ciò significasse che, nella lotta al terrore, e magari pure nella salvaguardia della democrazia, i social sono un handicap piuttosto che un’opportunità.

Cronache dall’apocalisse
Domenica 21, di prima mattina, ora locale, una serie di esplosioni devastano le principali chiese cristiane dello Sri Lanka, dove si celebrava la liturgia della Pasqua, e successivamente scuotono alberghi di lusso nella capitale.

La prima esplosione avviene presso il Santuario di Sant’Antonio, nel sobborgo di Kotahena, non lontano da Colombo. Una seconda esplosione colpisce la Chiesa di San Sebastiano di Negombo, facendo un centinaio di morti – la chiesa al principale aeroporto del Paese, l’aeroporto internazionale Bandaranaike -. Una terza esplosione investe la Chiesa Sionista di Batticaloa, provocando 27 morti

A seguire, pochi minuti prima delle 09.00, tre hotel di Colombo vengono attaccati: lo Shangri-La, il Cinnamon e The Kingsbury; e poi la Tropical Inn, una guest house di Dehiwala. Durante le indagini della polizia, alle 15.20, un settimo e ultimo kamikaze si fa esplodere in un complesso residenziale di Dematagoda: muoiono tre poliziotti e due civili. L’episodio non è stato ancora chiarito: sarebbe un’intera famiglia terrorista, il fratello e la moglie con due bimbi dell’attentatore dello Shangri-La, Insan Seelawan.

Altre due esplosioni, la cui natura è incerta, si sarebbero registrate in altri due quartieri di Colombo, Dehiwala e Orugodawatta. Erano inoltre stati programmati almeno altri due attacchi: uno con un Ied – un ordigno artigianale – presso l’aeroporto Bandaranaike, disinnescato dall’aeronautica militare, e uno presso il Dr Neville Fernando Hospital di Malabe, a circa 10 km da Colombo.

Il giorno seguente sono stati rinvenuti 87 detonatori presso la stazione autobus di Bastian Mawatha, nel sobborgo di Petta. Un ordigno, che era su un’auto, è stato fatto esplodere dagli artificieri vicino al Santuario di Sant’Antonio: non è chiaro se fosse lì dal giorno prima.

“Una catena di sangue organizzata troppo bene per poter essere improvvisata – osserva sull’ANSA Eloisa Gallinaro -. Una tecnica del terrore troppo sofistica per essere confinata nell’angusta struttura di un gruppuscolo finora quasi sconosciuto. I terroristi si sono mimetizzati tra i fedeli in preghiera e fra i turisti. L’attentatore suicida dell’hotel Cinnamon s’è messo in coda per la colazione di Pasqua, ha aspettato il suo turno con il piatto in mano fino al momento di essere servito e solo allora ha fatto detonare l’esplosivo”.

Un Paese sotto shock e le reazioni internazionali
Lo Sri Lanka, sull’isola di Ceylon, a sud dell’India e all’estremità sud-ovest del Golfo del Bengala, è un Paese grande un quinto dell’Italia, con 21 milioni di abitanti, tre quarti dei quali cingalesi. Per anni, la minoranza etnica e religiosa dei Tamil – induisti – fu protagonista di una sanguinosa guerra per l’indipendenza del nord dell’isola, conclusasi nel 2009 con la sconfitta delle Tigri del Tamil. Religiosamente, il Paese è buddista al 70% e induista al 13%: cristiani e musulmani sono minoranze sotto il 10%, un dato che, forse, spiega la disattenzione delle autorità di fronte alle ipotesi d’attentati in preparazione.

E ora il governo si rimpalla le responsabilità sulle falle d’intelligence e i buchi nella comunicazione. I servizi di sicurezza “avevano le informazioni”, ma non hanno agito, ammette in conferenza stampa il portavoce dell’esecutivo Rajitha Senaratne. Per i servizi Usa, il National Thowheed Jama’ath fa capo all’Isis, anche se, finora, l’unico episodio di un qualche rilievo attribuito al gruppo radicale islamico era stata la vandalizzazione, l’anno scorso, di alcune statue del Buddha.

Unanime il cordoglio del mondo. Papa Francesco ha auspicato che “tutti condannino questi atti terroristici disumani e mai giustificabili” e ha espresso “fraterna vicinanza’ al popolo cingalese. Donald Trump ha telefonato al premier cingalese Ranil Wickremesinghe assicurandogli “sostegno nel perseguire i responsabili”. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker depreca l’”orrore”; il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrive al collega Sirisena condannando il “gesto vile e insensato” contro “fedeli inermi riuniti per celebrare la Pasqua”. Pure Wall Street ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. L’ arcivescovo di Parigi Michel Aupetit s’è chiesto, nella messa di Pasqua, celebrata a Saint Eustache dopo l’incendio di Notre-Dame, il “perché di tanto odio in un giorno in cui celebriamo l’amore”. E l’arcivescovo di Colombo, cardinale Malcom Ranjith, non riesce a contenere il dolore affermando che i responsabili degli attacchi “vanno puniti senza pietà”, in un Paese in cui vige la pena di morte.

Che cos’è il National Thowheeth Jamath
Il National Thowheeth Jama’ath è un gruppo radicale musulmano, le cui origini non sono chiare: potrebbe trattarsi di una costola delle ex Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte, più comunemente note come Tamil Tigers), l’organizzazione militante tamil basata nel nordest dello Sri Lanka e sconfitta nel 2009, quand’era presidente Mahinda Rajapaksa (2005-2015).

L’ Ntj non va confuso con la Tamil Nadu Thowheed Jamath (Tntj), un’organizzazione islamica non politica basata nello Stato indiano di Tamil Nadu nata nel 2004 dall’organizzazione non governativa musulmana Tamil Nadu Muslim Munnetra Kazagham (Tmmk). La Tntj insegna il ‘vero Islam’ ed è impegnata nel sociale: l’organizzazione ha “duramente condannato” gli attentati cingalesi. …

Box – Gli attacchi ai cristiani (ANSA)
Tra le vittime degli attentati nello Sri Lanka non ci sono solo cristiani, ma si ritiene che si sia voluto colpire soprattutto questa comunità in un giorno per essa sacro. Dal Pakistan all’Egitto, dal Kenya alle Filippine, le stragi contro i cristiani si ripetono da anni in tutto il mondo, soprattutto nelle aree in cui sono minoranza e spesso durante le feste, a Natale e a Pasqua. Ecco una cronologia di eventi fra i più letali degli ultimi anni in una scheda dall’ANSA:

– 15 febbraio 2015, LIBIA. Un gruppo di cristiani copti, in Libia per motivi di lavoro, è catturato e ucciso da militanti dell’Isis. Il video dell’esecuzione fece il giro del mondo.

– 2 aprile 2015, KENYA. Nell’università di Garissa estremisti islamici fanno strage di 148 studenti cristiani. Per riconoscerli chiedono loro di recitare la professione di fede del Corano.

– 4 marzo 2016, YEMEN. Un gruppo di jihadisti irrompe in una casa delle suore di Madre Teresa uccidendo brutalmente quattro missionarie della Carità che assistevano disabili e persone anziane

– 28 marzo 2016, PAKISTAN. A Pasqua, nel parco divertimenti in centro a Lahore, nord del Paese, i cristiani fanno festa. Un kamikaze si fece esplodere vicino ad una giostra. Una settantina i morti, fra i quali circa una trentina di bambini. L’attacco viene rivendicato dal gruppo talebano pachistano Jamaat ul Ahrar.

– 9 aprile 2017, EGITTO. Era la Domenica delle Palme quando due kamikaze si fanno esplodere, quasi contemporaneamente, in due chiese copte, ad Alessandria e a Tanta. Decine i morti e molti feriti. Ad Alessandria stava celebrando la funzione il capo dei Copti ortodossi, Papa Tawadros, rimasto solo per caso indenne.

– 27 gennaio 2018, FILIPPINE. Attacco durante la messa nella cattedrale di Jolo, uccisi 23 cristiani.

– 12 maggio 2018, INDONESIA. Tre attacchi contemporanei di kamikaze in tre differenti chiese cristiane. Gli attentatori erano tutti membri di una stessa famiglia.

– 11 dicembre 2018, BRASILE. A Campinas un uomo entra in una chiesa dove si stava celebrando la messa e comincia a sparare all’impazzata. Quattro i fedeli che restano uccisi.

– 5 febbraio 2019, NIGERIA. Gli estremisti di Boko Haram attaccano il seminario di Maiduguri. Diversi i morti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+