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elezioni europee - europeisti - sovranisti

Sembra una corsa a chi perde, più che una gara a chi vince. Da una parte, l’ignavia degli europeisti, troppo tiepidi per suscitare entusiasmi o solo per risultare convincenti, troppo preoccupati d’essere anch’essi un po’ populisti, un po’ xenofobi, un po’ sovranisti, perché questo è lo spirito del tempo. Dall’altra, la sfrontata arroganza di quanti populisti e xenofobi e sovranisti lo sono davvero e pensano di sopperire con la rozzezza degli slogan alla carenza di argomentazioni e organizzazione.

A sei settimane dal voto europeo del 22 e 26 maggio, che ancora non si sa se sarà a 27 o a 28 – e, come vedremo, la presenza della Gran Bretagna innescherebbe variabili politiche non secondarie –, tutti i sondaggi, e anche il sondaggio dei sondaggi condotto dal Parlamento europeo, indicano concordi che le forze euro-scettiche, i sovranisti di destra e di sinistra, pur impropriamente sommate, non conquisteranno la cittadella di Strasburgo, ma aumenteranno di certo il loro peso nell’Assemblea dell’Unione.

Fine della grande coalizione e indebolimento della democrazia rappresentativa
Le forze europeiste, ‘euro-tiepide’ di centro – Ppe, Partito popolare europeo – e di centro-sinistra – Pse, Partito socialista europeo -, con i liberali e/o verdi, manterranno una maggioranza di seggi, dell’ordine del 60%, ma dovranno poi esprimere una coalizione più articolata dell’attuale duopolio popolari-socialisti, che non avranno più la maggioranza per governare l’Assemblea e condizionare le decisioni dell’Unione. Sarà la fine della grande coalizione europea, come sono andate in crisi (o lo sono) tutte le grandi coalizioni nei Paesi Ue.

E’, in qualche misura, l’effetto di uno sfaldamento della fiducia dell’opinione pubblica nei partiti e nella politica, con l’indebolimento della democrazia rappresentativa in alcuni Stati dell’Unione, specie nell’Est Europa. Il premier ungherese Viktor Orbán preconizza la “democrazia illiberale”, “espressione che a prima vista sembra un ossimoro – osserva il professor Gianni Bonvicini, già direttore e poi vice-presidente dell’Istituto Affari Internazionali -, ma che si realizza in un regime nazionalista, autoritario e razzista (sia anti-semita che anti-islamico, per non fare sconti a nessuno)”.

Giochi di potere e alleanze, l’Italia parte male
Mettersi d’accordo dopo le elezioni sulle cose da fare e sulla distribuzione delle poltrone richiederà un intreccio di alleanze fra gruppi politici: in ballo, ci sono le presidenze del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio europeo, l’incarico di alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e, a seguire, con un processo di selezione a sé, di presidente della Bce, la Banca centrale europea.

Chi uscirà vincitore da questo esercizio a livello politico e a livello nazionale è difficile prevederlo: Ppe e Pse, come altri partiti, hanno loro candidati alla presidenza della Commissione europea, Manfred Weber, un bavarese, e Frans Timmermans, un olandese, che non appaiono particolarmente forti; e, se coalizione ci sarà, ci dovrà essere ripartizione dei posti.

Facile, invece, predire che l’Italia sarà una grande perdente: ora, tre delle principali cariche europee sono italiane, il presidente del Parlamento Antonio Tajani, l’alto rappresentante Federica Mogherini e il presidente della Bce Mario Draghi. Nel giro di un anno l’Italia sarà probabilmente a zero: un po’ per una rotazione scontata, anche se una conferma di Tajani non è esclusa al 100%; e un po’ perché l’attuale coalizione di diversi sovranisti al potere in Italia non è coesa in Europa e non ha buoni rapporti, né li cerca, con i governi più influenti.

Il ruolo dei cristiani europei
E i cristiani europei, in questo frangente?, intesi come cittadini, non come fedeli. Emmanuela Banfo nota su AffarInternazionali: “All’Europa sempre meno cristiana, sono le Chiese cristiane a crederci di più. Sembra un paradosso, ma la campagna elettorale per le europee di maggio è nel vivo non solo in campo politico, ma nelle chiese, cattoliche e protestanti, che affermano posizioni a favore d’un netto sì all’Europa. Se gli Stati nazionali europei sono sorti innestandosi su uno scisma, quello della Riforma protestante, il XXI secolo s’affaccia su un continente che vede quella stessa cristianità trovare comunanza d’intenti. Fra i cattolici è in campo la Commissione delle Conferenze episcopali della comunità europea (Comece); fra i protestanti, la Conferenza delle chiese europee (Kek) che con la Commissione delle chiese per i migranti in Europa (Ccme) ha lanciato una vera e propria campagna di sensibilizzazione, e la Comunione delle chiese protestanti in Europa (Cpce) che ha diffuso il suo appello alla partecipazione al voto”.

Peccato – è la parola giusta – che il Ppe, che vuole essere il principale collettore del voto cristiano, avverta al suo interno tentazioni di alleanze di centro-destra, più euro-fredde che euro-tiepide, alternative alle pulsioni europeiste; e che, nel contempo, i sondaggi indichino che gli elettori cattolici e cristiani sono meno euro-coraggiosi delle loro Chiese, condizionati nelle scelte da paura e insicurezza.

Mentre, per indorare la sua teorizzata involuzione democratica, Orbán si presenta come combattente in nome della cristianità, “neanche fossimo ai tempi delle crociate” – osserva Bonvicini -. Ma proprio la sua vantata cristianità ha permesso al suo partito, il Fidesz, di restare fino a fine marzo membro a pieno titolo del Ppe; e successivamente di restare nel Ppe, sia pure in sonno e sub judice.

La ricerca dei partner di M5S e Lega
Lega e Movimento5Stelle sono impegnati la prima a ancorare e il secondo a organizzare la presenza a Strasburgo: il gruppo della Lega c’è e ha come perno l’alleanza tra Salvini e Marine Le Pen, che vuole allargare; invece, il gruppo degli M5S non c’è praticamente più, perché aveva come asse l’anomala coesistenza tecnica di grillini e ‘brexiteers’ britannici.

Per Bonvicini, uno dei maggiori esperti italiani di vicende europee, “L’incontro di Milano, lunedì 8, voluto da Salvini, è stato giudicato, a seconda delle fonti, un flop, un mezzo flop o un buon inizio”. Non c’è dubbio che la costruzione in Europa di una grande unione di forze sovraniste e nazionaliste incontri non poche difficoltà: “Paradossalmente è proprio il successo della loro impetuosa crescita in tutti i Paesi dell’Ue a rendere il processo di coalizione e amalgama particolarmente complesso”, constata l’analista dello IAI.

Se i sondaggi condotti dal Parlamento europeo troveranno riscontro in sede di voto, destra e nazionalisti nell’Assemblea di Strasburgo sono destinati a passare dai 153 seggi del 2014 a oltre 200: quasi un terzo dei 705 membri della nuova Assemblea saranno dichiaratamente anti-Ue e sovranisti. Tutti i loro movimenti sono dati in crescita: dalla Lega di Salvini (da sei a 28) a Vox (che non c’era), dall’AfD in Germania (da uno a 10) al Rassemblement National della Le Pen in Francia (da 15 a 19), oppure più che mai stabili come il Partito della Libertà in Olanda o Fidesz in Ungheria o il PiS al potere in Polonia.

Ma, come dimostra la riunione di Milano, andata semi-deserta, mettersi d’accordo per costituire una grande forza d’urto europea non sarà molto facile. Ogni partito ha una propria agenda nazionale che tende a prevalere su quella europea; e lo spirito dei sovranisti tende di per sé a essere più nazionale che europeo. Non saranno certo slogan generici sulla necessità di ‘Cambiare l’Europa’ o sulla direzione da prendere ‘Verso l’Europa del Buonsenso’ a fare da collante fra i vari partiti euroscettici. E così pure per Salvini, che potrebbe portare nell’aula di Strasburgo un numero di eurodeputati secondo solo, in ordine di grandezza, alla corazzata Cdu/Csu di Angela Merkel, non è facile reperire partner, al di là del buon rapporto con la Le Pen con cui forma già oggi il gruppo ‘Europa delle Nazioni e della Libertà’ (Enf).

Orbàn preferisce essere sospeso e messo sotto controllo dal Ppe dei moderati e cristiani europei, piuttosto che ritrovarsi in un gruppo europeo che, pur in crescita, conta meno del Ppe. Il PiS polacco preferisce rimanere nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) e coltivare la prospettiva di prenderne il comando, una volta che i conservatori britannici dovessero andarsene, causa Brexit: molto più facile, per il partito dei Kaczynki l’accordo con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che, se supera la soglia del 4%, porterà pochi rappresentanti e non farà ombra alle ambizioni dei polacchi.

Nella rete di Salvini potrebbero, invece, rientrare gli austriaci del Fpoe, oggi al governo, e i tedeschi di AfD, che forse usciranno dal gruppetto europeo di Europa della Libertà e Democrazia Diretta (Efdd), quello molto artificiale e sostanzialmente ‘tecnico’ del M5S e dei ‘brexiteers’. A voto fatto, bisognerà anche vedere la capacità d’attrazione dei grandi gruppi su alcune piccole formazioni – c’è sempre la possibilità di lasciarsi tentare da una presidenza di commissione altrimenti impossibile -; ma bisognerà pure misurare la forza della tentazione di una maggioranza di centro-destra tra Ppe, conservatori e i sovranisti meno radicali, se la composizione dell’Assemblea dovesse renderla possibile. Se fosse così, il piano di Steve Bannon, il guru del sovranismo globale, di incoraggiare una maggioranza ostile all’integrazione europea, a questo stadio sostanzialmente fallito, potrebbe, in qualche misura, realizzarsi con la complicità dei centristi: i sovranisti non sarebbero maggioranza, ma sarebbero in maggioranza – del resto, con Fidesz, già accade -.

Che se poi Brexit non ci fosse, prima delle elezioni europee, e la Gran Bretagna dovesse prendervi parte, molti giochi si rimescolerebbero. Per assurdo, i ‘grillini’ potrebbero ritrovare il nucleo forte del loro gruppo, prendendone il comando, mentre oggi racimolano alleanze con greci e croati, polacchi e finlandesi spesso labili a livello nazionale a affatto sicuri di avere deputati a Strasburgo.

Ma potrebbero pure riaprirsi i giochi per la maggioranza, relativa, dell’Assemblea europea, perché l’apporto, prevedibilmente in crescita, dei laburisti potrebbe consentire al Pse di agganciare e magari superare il Ppe: il che ci porterebbe in una commedia pirandelliana o, meglio, trattandosi della Gran Bretagna, in un ‘teatro dell’assurdo’, con il Paese che non c’è che determina gli equilibri fra i 27 che ci sono. Una borraccia d’acqua ai sovranisti, che ridicolizzano le istituzioni dell’Ue.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+