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Wikileaks - Assange - Manning
April 5, 2019 - London, UK, UK - London, UK. Protesters with a large banner outside Ecuadorian Embassy in Knightsbridge. Media reports state that the Ecuadorian Embassy plan to remove Julian Assange, Wikileaks founder from the embassy within days. Julian Assange claimed political asylum in the Ecuadorean Embassy in June 2012 after he was accused of rape and sexual assault against women in Sweden. (Credit Image: © Dinendra Haria/London News Pictures via ZUMA Wire)

Non solo il Russiagate. E non solo Julian Assange: la storia di WikiLeaks è legata, direttamente o indirettamente, a vari altri ‘gate’ e ad almeno altri due personaggi che hanno fatto tremare leader e apparati di mezzo mondo, mettendo in grande imbarazzo in modo particolare la Casa Bianca. Ci sono state le fughe di documenti sulle guerre in Afghanistan e in Iraq e il Cablegate che mise più alla berlina che alla gogna la diplomazia statunitense; e, ancora, il Datagate e i Panama Papers. E, fra i protagonisti, Chelsea – all’epoca dei fatti Bradley – Manning ed Edward Snowden.

La fama del sito e il prestigio di cui ha a lungo goduto e che tuttora gli si riverbera addosso nasce dai ‘colpacci’ del 2010, l’anno d’oro, quando i maggiori giornali di tutto il Mondo mobilitarono, talora coalizzandosi, i loro giornalisti per spulciare quantità enorme di documenti accessibili sul sito di Assange.

E’ per questo che gli Stati Uniti accusano Wikileaks e il suo fondatore, animatore e direttore, d’avere danneggiato la sicurezza nazionale, compromesso le attività d’intelligence e messo a rischio sul terreno la vita di militari e agenti, svelando segreti dei conflitti in Iraq e in Afghanistan e rendendo pubblici centinaia di migliaia di documenti sottratti a Pentagono e Dipartimento di Stato.

Fin quando Wikileaks metteva a nudo atrocità belliche, o incompetenze e incongruenze diplomatiche, l’opinione pubblica ne sosteneva e pieno l’azione. Le ragioni di sicurezza dell’Amministrazione statunitense – all’epoca, il presidente era Barack Obama – apparivano meno pregnanti del diritto dei cittadini a sapere e del dovere dei giornalisti di smascherare comportamenti talora criminali. Nei primi anni 2000 Time aveva nominato ‘persone dell’anno’ i ‘whistleblowers’ dello scandalo Enron, i dipendenti che avevano denunciato le magagne della loro azienda.

Assange il biondino non è mai stato un personaggio empatico: altero, scostante, sprezzante, disposto a passare sette anni in un carcere neppure dorato – l’ambasciata dell’Ecuador a Londra – piuttosto che difendersi davanti alla giustizia svedese dall’accusa di violenza sessuale mossagli da due donne.

Invece, il soldato Manning ha sempre goduto di larghe simpatie nell’opinione pubblica americana e internazionale: lui, il trafugatore dei ‘war logs’ afghani e iracheni, il transessuale che in carcere cambiò sesso e nome, pronto a pagare per il reato commesso – rubò e rivelò segreti militari, decine di migliaia di documenti ottenuti mentre svolgeva l’incarico di analista di intelligence a Baghdad – e a tornare in carcere il mese scorso pur di non testimoniare contro Wikileaks, dopo essere stato graziato da Obama a fine mandato, nel gennaio 2017.

Meno limpida la figura di Snowden, l’ex analista dell’intelligence statunitense, fuggito nel 2014prima a Singapore e poi in Russia, dove ancora si trova con un permesso di soggiorno e dove nel 2020 potrebbe fare richiesta di cittadinanza. Ma c’è chi dice che Vladimir Putin, fattosi ora paladino della liberà di stampa ‘pro Assange’, sarebbe disposto a consegnarlo a Donald Trump, come gesto di distensione.

Snowden fece esplodere lo scandalo del Datagate, che mise in estrema difficoltà Obama, perché si scoprì che la National Security Agency spiava diversi leader stranieri alleati, fra cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Il tecnico informatico, un ex contractor dell’intelligence statunitense, Snowden, le cui motivazioni non sono mai state chiare, rese pubblici i dettagli dei programmi di sorveglianza di massa americani e britannici, tra cui Prism, diffondendoli con la collaborazione di un giornalista di The Guardian, Glenn Greenwald.

All’epoca de Datagate, la stella di Wikileaks aveva già cominciato a offuscarsi: Con Assange più o meno fuori gioco nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, il sito non produsse per qualche tempo scoop memorabili, mentre emergevano legami con siti e media di propaganda russa. Fino al 2016 e alla diffusione di migliaia di mail della campagna democratica di Hillary Clinton, politicamente insignificanti, ma utili per screditare l’avversaria di Trump sul piano della sicurezza e dei gossip. Quel materiale, fornito a Wikileaks da hackers russi, alimentò la percezione di collusione tra il sito, il Cremlino e la campagna del magnate.

WikiLeaks (leak in inglese significa ‘perdita’ e, per traslato, ‘fuga [di notizie]’) è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un sistema di cifratura potente, documenti che sarebbero coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario) e li carica sul proprio sito web, garantendo l’anonimato delle fonti.

L’organizzazione s’impegna a verificare l’autenticità del materiale prima di pubblicarlo. WikiLeaks, per scelta, non ha alcuna sede ufficiale. Lo scopo ultimo dichiarato è la trasparenza come garanzia di giustizia, di etica e di una più forte democrazia.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+