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Russiagate - Assange - arresto
April 4, 2019 - New York City, United States - Rally in New York City as part of a national day of action demanding full transparency and disclosure of the Mueller report and its underlying findings. (Credit Image: © Gabriele Holtermann Gorden/Pacific Press via ZUMA Wire)

Come un serpente boa, l’inchiesta sul Russiagate, pur formalmente esaurita, continua ad avvolgere nelle sue spire la Casa Bianca. E c’è il rischio che qualcuno ci resti stritolato dentro: Donald Trump corre i rischi maggiori; ma propaggini dell’indagine sfiorano Barack Obama. Un suo ex consigliere, Gregory Craig, è stato incriminato per falsa testimonianza e rischia fino a dieci anni di carcere: avrebbe nascosto agli agenti federali informazioni su un lavoro da consulente del governo ucraino, quasi una fotocopia democratica di quanto già contestato all’ex manager della campagna di Trump, Paul Manafort.

I legali di Craig negano ogni accusa. L’ex consigliere di Obama fu indagato pure da Robert Mueller, il procuratore speciale che coordinava le indagini sul Russiagate. Il rapporto finale di Mueller deve ancora essere reso pubblico – lo sarà forse la prossima settimana – dal segretario alla Giustizia William Barr. Barr ne ha finora fornito una sintesi assolutoria, nei confronti di Trump, dall’accusa di collusione con i russi ed è sempre più sospettato di agire da ‘avvocato del presidente’ invece che da ‘avvocato degli americani’.

L’arresto a Londra di Julian Assange riapre vecchie ferite e ripropone vecchi sospetti, non estranei al Russiagate. L’incriminazione e l’estradizione del giornalista australiano è perseguita da quella parte dell’Amministrazione americana convinta che Trump sia una sorta di agente al servizio del nemico (o che, almeno, sia lì perché ce l’ha voluto Vladimir Putin). L’attuale Amministrazione, invece, è fredda sull’estradizione: se potesse, si eviterebbe volentieri un processo ad Assange da cui s’ignora che cosa potrebbe venire fuori, considerata la natura non adamantina del personaggio.

Alzano la voce i democratici: l’ex biondino ormai canuto “deve rispondere di quello che ha fatto”, afferma Hillary Clinton, che delle rivelazioni di Wikileaks fu vittima a più riprese. “L’arresto – chiarisce l’ex segretario di Stato – riguarda la complicità nell’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti”: nulla a che vedere con la libertà di stampa, una preoccupazione che indusse Obama a non procedere contro Assange.

Nell’estate 2016, il sito web fondato e diretto dal giornalista australiano pubblicò migliaia di mail hackerate da esperti russi alla commissione elettorale del Partito democratico, la cui pubblicazione, pur senza svelare novità clamorose, imbarazzò la campagna della Clinton. Trump brindò allo scoop e dichiarò “amore” per Wikileaks,

Adesso, il suo vice Mike Pence dimostra come i politici siano senza vergogna a ogni latitudine e longitudine, negando che Trump abbia mai manifestato sostegno ad Assange e al suo sito, che “hanno letteralmente messo in pericolo la vita di militari americani” con i file sulla guerra in Iraq e in Afghanistan pubblicati nel 2010: “Gliene chiederemo conto”. E il presidente, che lo elogiava e invitava i suoi milioni di followers a leggere “le cose incredibili” pubblicate dal sito? “Trump accoglie sempre positivamente la diffusione di informazioni – quando sono a suo favore, ndr -, ma ciò non era in alcun modo un sostegno”. Eppure “Ragazzi! adoro leggere queste cose su Wikileaks”, diceva ancora Trump il 4 novembre, alla vigilia del voto

Il collegamento tra la campagna di Trump e Wikileaks per la pubblicazione di materiale fastidioso per la Clinton, fornito dai russi, è stato uno dei capi della matassa dell’inchiesta di Mueller, chiusa con diverse incriminazioni, tra cui quelle di 12 agenti russi accusati di hackeraggio ai democratici, ma senza trovare le prove della collusione tra il presidente e il Cremlino e neppure dell’ostruzione alla giustizia da parte di Trump, che auspicava un Russiagate ‘addomesticato’.

Fra gli incriminati di Mueller, c’è Roger Stone, spregiudicato e ricchissimo stratega repubblicano, amico e consigliere di vecchia data del magnate presidente: avrebbe mentito all’Fbi su contatti avuti con Assange nel luglio del 2016, discutendo proprio di come danneggiare Hillary. Lo stesso Stone, nell’agosto del 2016, raccontava su Twitter di avere cenato con Assange, che gli disse che “avrebbe continuato a scaricare sugli elettori Usa informazioni che avrebbero fatto ballare la campagna”. Stone, che dopo le pubblicazioni delle mail aveva definito Assange “il mio eroe”, aveva poi smentito come vanterie le sue stesse parole.

Anche il figlio di Trump, Donald jr, che ha avuto un ruolo centrale nella campagna elettorale, ebbe scambi di messaggi con Wikileaks che, il 14 ottobre, chiese, ed ottenne, un tweet per pubblicizzare il link con le mail dei democratici “per chi ha tempo di leggere di corruzione e ipocrisia”.

Le accuse più pesanti a Trump le ha però mosse Michael Cohen, l’ex legale del magnate, depositario per anni dei suoi segreti. Sentito dal Congresso, Cohen ha affermato che Trump sapeva in anticipo della pubblicazione delle mail su Wikileaks, affermando di aver ascoltato una telefonata tra il magnate e Stone.

Altri personaggi del Russiagate, di cui non sono finora emersi collegamenti a Wikileaks, sono l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, il genero del presidente Jared Kushner e l’ex segretario alla Giustizia Jeff Sessions, ciascuno al centro di una spirale dell’inchiesta.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+