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Libia - Haftar
TRIPOLI, July 16, 2014 Militiamen stand guard the perimeter of Tripoli International Airport, in Libya, on July 16, 2014. Libya's international airport in capital Tripoli has been under renewed attack on Wednesday with the death toll reaching 30, according to security sources. (Xinhua/Hamza Turkia) (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Il generale Khalifa Haftar è uomo di parola, che mantiene le promesse. Ed è uomo che di promesse ne fa molte: mantenendole, si garantisce molti amici. Così, la sua avanzata verso Tripoli avviene senza suscitare l’ostilità, anzi godendo del sostegno, dell’Egitto e della Russia, con il favore velato della Francia e senza creare troppo allarme negli Stati Uniti. Ci resta male l’Italia, che, a Palermo, in novembre, s’era forse illusa d’avere innescato la tregua fra Haftar e il suo rivale Fayez al-Sarraj: il ministro degli Esteri Enzo Moavero incoraggia una soluzione pacifica, “se Haftar non recepisce, vedremo”.

Al presidente egiziano Abd al-Fattah Al-Sisi, generale come lui, Haftar assicura una intercapedine tra l’Egitto e i focolai integralisti di Derna e della Sirte e anche un filtro da infiltrazioni a sud: quello che a est, al confine con il Sinai, fanno senza sbandierarlo gli israeliani. Al presidente russo Vladimir Putin, si dice che Haftar, che è stato recentemente ospite a bordo di una delle navi russe che incrociano nel Mediterraneo e in missione a Mosca, abbia fatto balenare l’ipotesi di potere disporre di un porto lungo la costa libica, oltre a quello di Tartus in Siria.

Inoltre, fonti d’intelligence israeliane citate da un sito israeliano, Debkafile, ipotizzarono, il giorno della visita di Haftar a Mosca, l’apertura in Cirenaica di una base militare russa, con unità navali ed aeree ad appena 700 km dalle coste europee: una ‘gemella’ della base di Hmeymim nella provincia di Latakia in Siria. Putin avrebbe inoltre offerto ad Haftar aerei da guerra, elicotteri d’attacco, veicoli blindati, missili e supporto aereo: tutto, ovviamente, per combattere contro il sedicente Stato islamico, non per investire Tripoli e il debole potere del premier al-Sarraj.

Ufficialmente, infatti, la Russia vuole una soluzione pacifica della crisi libica: lo dice il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, parlando al telefono proprio con Haftar, che lo chiama per “condividere informazioni” su quella che per lui è una lotta contro i terroristi in Libia.

Secondo Mohamed Anwar El Sadat, nipote dell’ex presidente egiziano e presidente del partito d’opposizione ‘Riforma e Sviluppò, l’Egitto non può che sostenere Haftar: “E’ l’unica scelta possibile, perché è l’unico che può garantirci la sicurezza dei confini e che nel futuro della Libia non ci sia spazio per i Fratelli Musulmani”.

Il capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico non avrebbe mai lanciato l’offensiva contro Tripoli “senza la luce verde di Egitto, Emirati e forse Francia e Russia”. Non è un caso, del resto, che ieri il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov fosse al Cairo, dove ha incontrato il presidente al-Sisi e il suo omologo Sameh Shoukry: al centro dei colloqui, è ufficiale, “la crisi libica”.

Un’ipotesi ottimista è che Haftar stia solo cercando di guadagnare posizioni e influenza in vista “della conferenza nazionale” in programma a metà mese a Ghadames, ma il cui svolgimento appare, ora, estremamente incerto. Un’ipotesi realista è che Haftar stia cercando di sbarazzarsi, politicamente, se non fisicamente, di al-Sarraj, che è legittimato dall’Onu, ma che non ha mai davvero esercitato il potere in Libia.

Dal Cairo, Lavrov lancio messaggi equidistanti, ma poco credibili: la Russia è “in contatto con tutte le forze politiche libiche” e rivolge “a tutte loro lo stesso messaggio … Non abbiamo mai inteso favorire l’una o l’altra …. Ci appelliamo a una soluzione politica interna, senza alcuna ingerenza straniera”. Ma, a domanda puntuale, Lavrov risponde che la Russia è contraria a raid aerei contro l’Esercito nazionale libico del generale Haftar, che, a sua volta, avrebbe imposto una ‘no fly zone’ sul Paese. “Ci preoccupa – dice Lavrov – che le unità armate in alcune parti della Libia progettino d’impiegare aerei da guerra contro l’Esercito nazionale libico. Coloro che possono influenzare queste unità devono evitare tale escalation e tutti dovrebbero invitare i libici a fermare ogni offensiva militare e a sedersi al tavolo dei negoziati”: nella serie, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, con le nuove posizioni acquisite sul terreno e la porzione di Paese controllata da al-Sarraj ulteriormente ridotta.

E l’America? Chi s’aspetta che Trump fermi Haftar forse dimentica che il generale, con Gheddafi nel colpo di Stato che rovesciò re Idris e poi scaricato dal Colonnello durante la campagna in Ciad, meditò la vendetta per oltre vent’anni vivendo negli Usa in Virginia, così vicino a Langley, sede della Cia, da alimentare le voci d’una sua collaborazione con l’intelligence americana. A 75 anni, Haftar ha ancora voglia di potere, molti amici e una straordinaria vitalità – nonostante le notizie che un anno fa lo davano per morto -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+