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Medio Oriente - risiko
July 22, 2017 - El Hammam, Marsa Matrouh, Egypt - Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi rides a vehicle with Arab leaders Sheikh Mohammed bin Zayed, Crown Prince of Abu Dhabi, Salman Bin Hamad Al Khalifa, Crown Prince of Bahrain, Prince Khalid Al-Faisal, Governor of Makkah Region, General Khalifa Haftar, commander in the Libyan National Army and members of the Egyptian military at the opening of the Mohamed Najib military base, the graduation of new graduates from military colleges, and the celebration of the 65th anniversary of the July 23 revolution at El Hammam City in the North Coast, in Marsa Matrouh, Egypt, July 22, 2017 (Credit Image: © Egyptian President Office/APA Images via ZUMA Wire)

Il Medio Oriente è un angolo di Mondo dove la matassa delle alleanze è inestricabile, così come l’ordito delle inimicizie: c’è sempre un alleato in un conflitto che ti è nemico, più o meno palese, nel conflitto accanto. E siccome qui i conflitti non mancano, amici e nemici s’intrecciano e sovente si confondono. Questo in parte spiega gli insuccessi delle ingerenze dell’Occidente e, in passato, anche sovietiche, mentre la Cina, che affida la sua penetrazione al linguaggio universale del denaro e dell’interesse economico e commerciale e meno si preoccupa d’esercitare influenza ed egemonia, appare più a suo agio in questo contesto. Proviamo a discernere amici e nemici nei conflitti aperti tra Nord Africa e Medio Oriente.

Libia – C’è un premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj, il cui potere è circoscritto a Tripoli e dintorni ed è condizionato dagli umori dei ‘signori della guerra’ della costa. Nell’est, in Cirenaica, c’è un contro-potere il cui uomo forte è il generale Khalifa Belqasim Haftar, un passato da agente della Cia, oggi uomo di fiducia dell’Egitto ed anche della Russia. Nel Fezzan, a sud, ma pure in tratti di costa, alla Sirte, vi sono infiltrazioni guerrigliere o terroristiche, da Niger e Ciad, e rimasugli di sedicente Stato islamico o altre sigle terroristiche integraliste, come al Qaida.

Italia e Francia, i Paesi europei più interessati alla Libia, puntano l’una su al Sarraj, l’altra su Haftar (ma non esclusivamente: entrambe puntano qualche gettone anche sull’altro); l’America di Trump, a parole, mette la vicenda nelle mani dell’Italia, ma di fatto se ne disinteressa o, addirittura, strizza l’occhio ad Haftar, che ha i tratti dell’uomo forte (e questo a Trump piace).

Conflitto israelo-palestinese – Il piatto forte storico del Medio Oriente è oggi meno appetitoso: avanzi, che non fanno più gola a nessuno. L’Arabia saudita e l’Egitto non digrignano neppure più i denti con Israele, che dà una mano a controllare nel Sinai la deriva terroristica dell’integralismo islamico egiziano represso e frena gli sciiti in Siria – favori fatti al generale al Sisi e alla monarchia saudita -. Nella Striscia di Gaza, i palestinesi possono ancora contare su aiuti dall’Iran, che, a nord, al confine tra Israele e Libano, foraggia pure l’azione di disturbo degli Hezbollah, e dal Qatar, che agisce spesso in controtendenza con le altre monarchie saudite – e ne subisce l’embargo e l’ostracismo-.

Siria – Qui, è l’esaltazione del tutti contro tutti; o quasi. Tutti contro l’Isis: il presidente al-Assad ed i suoi alleati, l’Occidente e la Russia, la Turchia e i curdi. Ma la Russia difende il regime dall’opposizione, che equipara a terroristi. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno con l’opposizione, o meglio stavano, perché la partita è persa, contro il regime. L’Iran sciita combatte l’Isis sunnita, ma, soprattutto, sostiene in regime, alauita e, quindi, sciita. Le monarchie saudite antepongono all’azione anti-Isis la preoccupazione di limitare l’influenza dell’Iran. La Turchia agisce in funzione anti-curda. E i curdi sono gli unici a combattere sul terreno le milizie integraliste, salvo poi trovarsi sotto attacco turco.

YemenQui, parrebbe tutto semplice: c’è, al nord, l’insurrezione degli huthi, sciiti che, appoggiati dall’Iran, cacciano da Sana la capitale il legittimo presidente Hadi, sunnita. E l’Arabia saudita coagula una coalizione sunnita dall’Egitto al Pakistan per sconfiggere i ribelli. Ma il fronte sunnita non è unito: divisi gli yemeniti, tra i sostenitori di Hadi ed i nostalgici del suo predecessore Saleh, nel frattempo deceduto; e divisa la coalizione, con sauditi ed emiratini ai ferri corti, considerando entrambi lo Yemen il cortile di casa. Qui, la Russia e l’Occidente stanno a guardare, ma Mosca vende armi all’Iran. che ne foraggia gli huthi; e americani ed europei ne vendono a sauditi & C., che le usano in proprio.

Afghanistan – Geograficamente è fuori dal Medio Oriente, ma vi appartiene geo-politicamente ed è teatro della guerra più lunga mai combattuta nei tempi moderni: gli Usa vi si sono impantanati peggio che nel Vietnam. I talebani che offrirono santuari a Osama bin Laden, prima dell’11 Settembre 2001, contrastano il governo sostenuto dagli Stati Uniti; e il territorio offre rifugio a miliziani dell’Isis in rotta e foreign fighters e superstiti di al Qaida. Iraniani e arabi, qui, si fanno vedere poco: il ‘grande gioco’ afghano lo conoscono più loro che americani e occidentali.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+