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Governance - disordine - Cina - Europa
ROME, March 21, 2019 Guests attend a seminar on ''Xi Jinping: The Governance of China'' in Rome, Italy, March 20, 2019. Readers at a seminar on ''Xi Jinping: The Governance of China'' held here Wednesday said the book impressed them and facilitated a better understanding of the Asian country. . About 200 guests, including officials and political figures from China and Italy, engaged in in-depth discussions at the event, which took place on the eve of Chinese President Xi Jinping's state visit to the European nation. (Credit Image: © Zheng Huansong/Xinhua via ZUMA Wire)

Ogni tanto, si parla, anzi si riparla, di riforma della governance mondiale: il G7 inadeguato; il G20 che non decolla; l’Onu che è incline alla paralisi; le integrazioni regionali che sono in panne – pure quella più riuscita per antonomasia, l’Unione europea -; e la globalizzazione che, invece di risolvere i problemi dell’umanità, le disuguaglianze, la crescita, il lavoro, li ha aggravati, acuendo le tensioni e le contrapposizioni nei singoli Stati. E poi i rigurgiti dell’integralismo e del terrorismo e, in parte come reazione, il riemergere di populismi e sovranismi e, di rincalzo, di xenofobie e autoritarismi.

L’ultima paura, esplorata dall’Europa con la recente visita del presidente cinese Xi Jinping, è quella della perdita della sovranità tecnologica: l’appiglio cui agganciare quel che resta del ‘primato’ dell’Occidente compromesso dalle reti super-veloci G5 e dal binomio Huawei e Zte. E, così, l’ansia di perderla, la sovranità tecnologica, fa passare in secondo piano il tratto che sarebbe davvero distintivo della nostra tradizione, i diritti umani, già messi nel dimenticatoio della politica estera dagli uomini forti che vanno di moda ai giorni nostri, Trump e Putin, al-Sisi e Erdogan, Mohammad bin Salman e Bolsonaro.

Dov’è l’ordine?, in questo disordine. Non c’è angolo del Mondo che non sia roso dall’insicurezza, eccetto – se vogliamo – i tre grandi monoliti: l’America di Trump, dove il magnate presidente si lascia alle spalle l’incubo – per lui – del Russiagate e tira dritto verso Usa 2020; la Russia di Putin, opaca a ogni introspezione; e la Cina di Xi, che con la Nuova Via della Seta cerca ulteriori sbocchi per la propria crescita.

In tre giorni, tra il 24 e il 26 marzo, si susseguono gli anniversari: il 20° della Guerra della Nato contro la Serbia per il Kosovo – vent’anni dopo, diversi Paesi dell’Ue non hanno ancora riconosciuto l’indipendenza dello Stato per cui avallarono un conflitto -; il 62° della firma a Roma dei Trattati delle Comunità europee, un evento che oggi sarebbe impossibile; e il quarto della guerra nello Yemen, dove una soluzione politica che non sia una spartizione del Paese appare ormai impraticabile. E nel mese di marzo s’è pure ricordato l’ottavo anniversario del conflitto in Siria, dove vince il ‘cattivo’, il presidente al-Assad, con i suoi scherani Russia, Iran, Turchia, ma gli Usa e i loro alleati si consolano annunciando la sconfitta del sedicente Stato islamico, l’Isis – affrontato, sul terreno, da quei curdi che stanno abbandonando alle soperchierie turche -.

La minaccia jihadista e l’internazionale islamofoba
L’Isis sarà pure sconfitto, almeno come entità territoriale, ma la minaccia jihadista riaffiora subito dopo la strage del 15 marzo in Nuova Zelanda, la carneficina di musulmani a Christchurch. L’autore, Brenton Tarrant, un australiano di 28 anni, tiene in evidenza sul suo mitra il gotha dell’islamofobia e del razzismo storici e internazionali, dalla battaglia di Lepanto fino a tristi figuri dei nostri tempi: il massacro di Charleston, dove il 17 giugno 2015 un giovane suprematista bianco, Dylann Roof, 21 anni, fa fuoco nella Emanuel African Methodist Episcopal Church, una chiesa gospel, e uccide nove neri; le stragi di Oslo e di Utoya, dove il 22 luglio 2011 il templare bianco Anders Breivik ammazza 77 persone in odio ai socialisti e agli immigrati; e il raid di Macerata, compiuto da Luca Traini il 3 febbraio 2018, contro i neri e la sinistra.

Dopo Christchurch, l’Isis, allo sbando in Siria, non ha probabilmente ordito una trama, né sparato un colpo, né mosso un dito. Ma è bastato che il sedicente e fatiscente Stato islamico annunciasse vendette per la strage di musulmani a rendere credibile, e quasi automatica, l’attribuzione dei morti su un tram di Utrecht in Olanda – tre e cinque feriti – a un soldato del Califfo. La sparatoria gli è stata subito accreditata, anche se il movente del fatto di sangue potrebbe, in ultima analisi, non c’entrare nulla con Cristchurch e con il terrorismo integralista, ma essere piuttosto di carattere personale o familiare.

L’assassino è un turco di 37 anni, Gokman Tanis: ha ucciso, e poi è fuggito. E’ stato catturato dopo una caccia all’uomo durata ore, con la città in stato di allarme: gli abitanti erano invitati a rimanere dov’erano, a non uscire, a restare tappati in casa, o negli uffici, perché si temevano “altri attacchi”. Chiuse scuole, università, chiese, moschee. L’allerta anti-terrorismo è stata innalzata a 5, un livello mai raggiunto prima in Olanda, da attentato imminente, ed è sceso solo dopo l’arresto del killer.

Nel Paese fiabesco dei tulipani e dei mulini a vento, e concreto dei polder e del porto di Rotterdam, il partito islamofobo di estrema destra, il Partito della Libertà di Geert Wilders, dispone di 20 seggi su 150 alla Camera ed è una delle maggiori forze politiche nazionali. Utrecht, però, quarta città dell’Olanda per abitanti, circa 330 mila, ha un’Amministrazione liberale ed è centro d’arte e cultura, con una storica università e monumenti medioevali, oltre che di traffici e affari.

Ma la sparatoria sul tram ridesta la percezione della vulnerabilità a un attacco, che sia terroristico o ‘solo’ criminale; e dopo pochi giorni la destra e i populisti ottengono un’affermazione elettorale e diventano la prima forza nel Senato.

I prossimi appuntamenti elettorali
L’indebolimento della democrazia rappresentativa “è uno spettro che si aggira nell’Unione europea a due mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo”: lo scrive, su AffarInternazionali.it, Gianni Bonvicini. A guidare questa tendenza, forte soprattutto in Paesi nell’Est Europa, specie quelli del Gruppo di Visegrad – Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria, è il premier ungherese Viktor Orbán, che – nota Bonvicini – predica apertamente la nascita della “democrazia illiberale”, “espressione che a prima vista sembra un ossimoro, ma che di fatto si concretizza in un regime nazionalista, autoritario e razzista (anti-semita ed anti-islamico, per non fare sconti a nessuno)”. Ma il contagio ha ormai investito l’Italia e, in misura minore, la Francia, la Germania, i Paesi Nordici.

Per dare una legittimità a questa involuzione democratica, Orbán si presenta come un ‘paladino’ della cristianità, “neanche fossimo ai tempi delle crociate”. Ma proprio questo suo vanto cristiano permette al suo partito Fidesz di restare nel Partito popolare europeo (Ppe), la maggiore coalizione di forze moderate e cristiane del Parlamento europeo, che lo ha sospeso, ma non espulso. In vista delle elezioni del 23 e 26 maggio, i potenziali seggi ungheresi contano più dei principi e dei valori.

Nell’Unione si teme l’avanzata dell’euro-scetticismo, travestito, a destra e a sinistra, di populismo e sovranismo, xenofobia e intolleranza. Ma destano inquietudine anche gli appuntamenti elettorali d’aprile, in Ucraina e in Israele, dove i leader al potere, traballanti, non esitano a sfruttare situazioni di tensione internazionale per consolidare le proprie posizioni. Petro Poroshenko provoca la Russia; Benjamin Netanyahu ha gioco facile a innescare un conato di conflitto con i palestinesi, ottenendo consensi e appoggi dagli Stati Uniti, ma anche dal Brasile di Bolsonaro – e non stupisce: lo stiamo per vedere – e persino dalla Romania che esercita la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione e che, lamgrado ciò, si pone in contrasto con tutti i partner sul trasferimento della propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il caso Brasile: dalla corruzione all’autoritarismo
Un percorso, quello dalla perdita di prestigio della politica al riemergere dell’estrema destra, giù vissuto dal Brasile, dove i tre primi presidenti eletti nel XXI Secolo sono finiti in carcere, o sono stati destituiti, per corruzione. Chi condannato in via definitiva, come Lula, Luiz Inacio da Silva, sindacalista, eletto a due riprese, che sta scontando una pena di 12 anni; chi colpito da impeachment, come Dilma Rousseff, guerrigliera anti-dittatura, economista, eletta a due riprese, destituita nel 2016 – avrebbe truccato i dati del bilancio statale -; e chi da poco arrestato, come Michel Temer, presidente mai eletto dal popolo, uno di destra, dopo due di sinistra.

L’attuale presidente, Jair Messias Bolsonaro, d’estrema destra, omofobo e autoritario, s’è da poco insediato al potere: in carica dal 1° gennaio, non è per ora finito nel frullatore delle inchiesta. Ma sotto indagine c’è il figlio Flavio, sospettato di connivenza con uno ‘squadrone della morte’ di Rio de Janeiro, lo ‘Escritório do Crime’. Il quotidiano O Globo ha accertato che, quand’era deputato, aveva assunto la madre e la moglie del presunto capo banda, un ex agente delle forze speciali.

Certo, il dubbio c’è: sono inchieste per scoprire furfanti?, o per fare fuori antagonisti politici? Senza cancellare del tutto l’impressione d’una giustizia magari necessaria ma comunque fortemente politicizzata, l’arresto di Temer attenua il sospetto di un’indagine a senso unico. Anche se è un dato di fatto che la condanna di Lula e il divieto all’ex presidente di ricandidarsi abbiano spianato la via lo scorso anno all’elezione di Bolsonaro: secondo tutti i sondaggi, Lula sarebbe stato rieletto. Forse perché la sua gente alla sua corruzione non ha mai davvero creduto; o forse perché in un Paese dove la corruzione è endemica la tolleranza sociale verso tale misfatto è diffusa; o forse un po’ per l’una e per l’altra cosa.

Decapitata la sinistra e ora pure la destra ‘tradizionale’, Bolsonaro è sempre più l’uomo forte e solo al comando di questo grande Paese esteso quasi quanto l’Europa e con 190 milioni di abitanti, che ancora fatica a uscire dalla crisi economica degli anni controversi di Dilma Rousseff e persino dall’umiliazione psicologica dello 0-7 subito dalla Germania nel 2014 ai Mondiali in casa. Il che dà mano libera al neo-presidente nelle scelte economiche, accelerando in particolare le privatizzazioni, e gli consente una politica estera spregiudicata, spalleggiato com’è da Trump: il palazzinaro e l’ex militare, in barba alla geo-politica, progettano l’ingresso del Brasile nella Nato; e fanno campagna per il loro sodale Netanyahu in vista delle elezioni israeliane.

Le internazionali populista e del terrore viaggiano a gonfie vele, in un Mondo senza governance dove la paura domina sulla speranza, l’odio sulla solidarietà, la distruzione sulla costruzione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+