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Brexit - referendum
March 28, 2019 - London, UK, United Kingdom - A anti-Brexit placard is seen outside the Houses of Parliament during the protest..On Friday 29 March 2019 MPs will vote on British Prime Minister Theresa May withdrawal agreement. (Credit Image: © Dinendra Haria/SOPA Images via ZUMA Wire)

Lettore – Sono rimasto sorpreso dalla massiccia manifestazione che si è tenuta a Londra lo scorso fine settimana. Un milione di persone hanno chiesto un nuovo referendum sulla Brexit, in considerazione del fatto che il governo May non ha mostrato di sapere procedere con un piano unitario. Dinanzi a questa richiesta però, lo stesso governo ha ribadito che una seconda consultazione non è prevista perché sarebbe come svilire la decisione popolare del primo referendum. Mi chiedo: ma se il popolo ci ha ripensato, se chiede di volere votare di nuovo, magari immaginando un diverso risultato alla luce dei pasticci del premier, non è anche questa una volontà popolare da ascoltare e rispettare? Mi viene un sospetto, ovvero che la Brexit diventa fondamentale per la politica e i politici inglesi, e non per il popolo inglese.

Gentile Lettore, un milione di persone in piazza, ben cinque milioni di firme raccolte per chiedere un nuovo referendum. Sono cifre impressionanti, che giustificano il dubbio da lei espresso, anche se io non credo che la Brexit sia oggi vitale per la politica britannica più che per il popolo britannico.

In fondo, è stata il popolo britannico a chiederla, con il referendum del 23 giugno 2016: la politica s’aspettava che il referendum non passasse e sarebbe stata più contenta se non fosse passato, allora e oggi. Tant’è vero che l’artefice del Leave, il leader dello Ukip Nigel Farage, si fece da parte subito dopo l’inattesa vittoria, forse intuendo i pasticci in cui s’era ficcato (cioè, aveva ficcato il Paese).

Il referendum non è di per sé decisionale: un sì o un no deve essere avallato dal Parlamento. E non è affatto scontato che un nuovo referendum – su che quesito?, poi – dia, se convocato, un esito diverso dal primo. Anche se, probabilmente, le difficoltà della politica a definire e ad accettare un’intesa con i 27 sulle condizioni d’uscita stanno facendo riflettere molti britannici: se è così difficile andarsene senza compromettere l’economia e il welfare del Regno Unito, e senza rischiare il caos, vuol dire che forse vale la pena di restare.

Certo, i giochi della politica contano, in questo tiramolla, di cui l’Ue dei 27 è spettatrice interessata, ma ferma – l’unità del gruppo non s’è mai incrinata, in tutta la trattativa -. Ai Comuni, c’è chi vota per fare rispettare la volontà popolare espressa – e forse nel frattempo rinnegata – nel referendum; c’è chi vota per fare fuori il premier conservatore Angela May e magari prenderne il posto; c’è chi vota per sbarazzarsi dei conservatori e puntare a rimpiazzarli al potere accelerando le elezioni; e c’è chi vota sperando in un rinvio ‘sine die’, per avere il tempo di preparare un nuovo referendum, senza il rischio di perderlo. Una cosa nessuno vuole: uscire senza un accordo, il ‘no deal’. Che, invece, è ora la minaccia incombente.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+