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Yemen - guerra v- bambini
SANAA, March 25, 2019 Cholera-infected children receive treatment at a hospital in Sanaa, Yemen, on March 25, 2019. Two years after Yemen suffered its worst cholera outbreak, the number of reported suspected cases of cholera and acute watery diarrhoea spiked in recent weeks. Data collected by the Yemeni Ministry of Public Health and Population with the support of WHO indicates that 108,889 suspected cases and 190 associated deaths were recorded between 1 Jan. 1 and March 17. About one third of the cases are children under age five. (Credit Image: © Nieyunpeng/Xinhua via ZUMA Wire)

Quando tutti si rendono conto che nessuno può vincerla, la guerra diventa più cattiva: un’esibizione di forza spietata, dove conta solo uccidere il nemico, fosse anche un bambino. Il conflitto nello Yemen ne è un esempio: quattro anni giusto giusto il 26 marzo, oltre 10 mila vittime – civili, in gran parte – e nessuna soluzione in vista, né militare né politica, salvo il ritorno alla divisione in due del Paese. Era così fino al 1990; trent’anni dopo, potremmo ritrovarci un nord sciita, un sud sunnita.

Il missile che martedì ha colpito un ospedale gestito da Save The Children ha fatto sette morti, fra cui quattro bambini, e una decina di feriti: non è stato un episodio isolato, perché lo stillicidio di episodi bellici è quotidiano, ininterrotto. Il missile non è caduto sulla struttura sanitaria, ma ha centrato una stazione di benzina a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’ospedale, a 100 chilometri dalla città di Saada, nel nord-ovest del Paese, quasi al confine con l’Arabia Saudita.

Save The Children riferisce che “bambini innocenti e operatori sanitari hanno perso la vita in quello che sembra essere stato un attacco indiscriminato a un ospedale in un’area densamente popolata, in violazione delle leggi internazionali”. L’organizzazione umanitaria chiede l’immediata sospensione delle vendite di armi alle parti in conflitto nello Yemen – bombe arrivano pure dall’Italia, destinate all’Arabia Saudita, è stato di recente provato -. I bambini continuano a essere uccisi e mutilati, ma non sarà l’appello di una Ong a mettere la parola fine alla guerra.

A quattro anni dall’inizio delle ostilità, il 26 marzo 2015, lo Yemen ha drammaticamente cambiato volto: le città butterate da bombe e combattimenti, il conteggio delle vittime abbondantemente oltre i 10 mila morti. Per l’Oxfam, il conflitto fa una media di tre civili morti al giorno, uno ogni 8 ore, quasi 1200 l’anno. Secondo calcoli governativi, la guerra è costata all’economia del Paese circa 50 miliardi di dollari, compresi i danni alle infrastrutture.

Allo stato delle informazioni, è persino difficile attribuire senz’ombra di dubbio la paternità dell’attacco all’ospedale a una delle parti in conflitto. Che non sono solo due – i ribelli huthi e i governativi .-, ma un intreccio, da quando un’inedita coalizione militare araba guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) iniziava l’intervento armato nel Paese, con l’obiettivo di ripristinare le istituzioni riconosciute dalla comunità internazionale, dopo il colpo di stato degli insorti.

Eleonora Ardemagni, ricercatrice dell’Ispi, uno dei massimi esperti italiani di Yemen, scrive su AffarInternazionali.it: “I confini geografici del Paese sono intatti, ma le geografie interne, che delineano gli equilibri/squilibri di potere fra attori locali e referenti mediorientali (Arabia Saudita, Eau, Iran), sono assai mutati. Il livello nazionale, ovvero il binomio istituzioni ed esercito, è di fatto saltato, per ricomporsi in una serie di ‘feudi’ politico-militari, ovvero di micro-poteri su base territoriale nati dalla saldatura fra milizie, signori della guerra e segmenti delle forze di sicurezza regolari”. E non c’è sintonia neppure tra sauditi ed emiratini.

Tutti i fronti sono in movimento: a Hodeida, la tregua è a rischio; nella regione di Hajja, la situazione umanitaria è insostenibile; nel sud più ricco di petrolio, si avverte la presenza di Aqap (Al Qaida nella penisola dello Yemen) e di altre milizie locali; ad Aden, le potenze internazionali restano alla finestra.

Deceduto il presidente ‘storico’ Saleh, non in grado di esercitare una piena sovranità il presidente legittimo Hadi, due – secondo la Ardemagni – sono gli scenari possibili: una spartizione informale in aree di influenza; oppure un’escalation aperta tra gli stessi alleati. “Da una prospettiva diplomatico-politica, ricomporre il puzzle yemenita non è mai stato così complicato. Ora che i ‘feudi’ crescono in numero e potere, l’intera cornice negoziale targata Nazioni Unite, figlia di una visione binaria del conflitto (huthi e governo riconosciuto), nonché politicamente invecchiata, appare in un vicolo cieco”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+