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ROME, March 21, 2019 Guests attend a seminar on ''Xi Jinping: The Governance of China'' in Rome, Italy, March 20, 2019. Readers at a seminar on ''Xi Jinping: The Governance of China'' held here Wednesday said the book impressed them and facilitated a better understanding of the Asian country. . About 200 guests, including officials and political figures from China and Italy, engaged in in-depth discussions at the event, which took place on the eve of Chinese President Xi Jinping's state visit to the European nation. (Credit Image: © Zheng Huansong/Xinhua via ZUMA Wire)

Martedì 19 marzo, al Palazzo d’Egmont a Bruxelles, i ministri degli Esteri di Italia, Enzo Moavero, e Belgio, Didier Reynders, hanno firmato un Protocollo d’Intesa che – recita un comunicato – “struttura e approfondisce le relazioni già eccellenti tra i due Paesi”. Il documento “introduce novità nelle relazioni bilaterali tra Italia e Belgio: crea, per la prima volta, una struttura e una metodologia di lavoro volta a facilitare gli scambi e l’organizzazione di riunioni di lavoro con cadenza più regolare; prevede incontri periodici … e consultazioni trimestrali …; getta le basi per uno scambio approfondito tra l’Italia e il Belgio su numerose questioni legate alle relazioni bilaterali, nonché su temi europei e multilaterali di interesse comune. Prevede a tale riguardo un coordinamento in seno ai fora internazionali, così come la possibilità di intraprendere azioni comuni”.

Dalla nebbia del linguaggio della Farnesina, emerge chiaramente che il Protocollo d’Intesa fra Italia e Belgio è fuffa: nulla di concreto, parole e incontri e buoni propositi. E, infatti, i media lo hanno pressoché ignorato. Mentre, sui media, c’è enorme spazio e vivaci polemiche sul Protocollo d’Intesa messo a punto tra Italia e Cina in occasione della visita a Roma e a Palermo, a partire da venerdì 22, del presidente cinese Xi Jinping: è vero che la Cina è 300 volte il Belgio per estensione geografica e quasi 150 volte per popolazione, ma il Protocollo d’Intesa più o meno quello è, nulla di concreto, parole e incontri e buoni propositi.

Un dibattito vivace ma orfico
E allora perché il passo di Roma con Pechino ha suscitato moniti da Washington e ha destato timori a Bruxelles, fronte Unione europea?, oltre che tensioni interne alla maggioranza giallo-verde, con il M5S quasi entusiasta e la Lega più guardinga. Lucrezia Poggetti, ricercatrice del Mercator Institute for China Studies (Merics), scrive su AffarInternazionali.it che, con il Protocollo, “l’Italia indebolisce se stessa e l’Ue”. Il dibattito, acceso, si svolge a lungo in un contesto quasi da iniziati, perché, in barba alla chiarezza, fonti e media insistono a parlare di Memorandum of Undestanding (MoU), invece che di Protocollo d’Intesa, rendendo discorsi e articoli ostici e orfici.

Nell’imminenza del Vertice europeo di giovedì e venerdì, che ha preceduto l’arrivo in Italia di Xi (e dove s’è parlato della visita e del Protocollo), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto in Parlamento che “l’attenzione economico-commerciale” per la Nuova Via della Seta cinese “è pienamente legittima”. Anche se il progetto cinese è più che una rivisitazione della via carovaniera fra Occidente e Oriente dei tempi di Marco Polo e di Giovanni del Pian del Carmine; e se, quindi, una risposta alla proiezione globale dell’influenza cinese può arrivare solo dall’Europa unita. Conte ha rilevato che il documento ha un “perimetro economico e commerciale” e che, quindi, “non mette in discussione alleanze e collocazione internazionale dell’Italia”: “E’ un’opportunità, non rischio”.

Che cos’è la Nuova Via della Seta
L’apertura, condizionata e contrastata, del governo giallo-verde al progetto di Pechino ha riportato l’Italia al centro del dibattito internazionale. Per molti osservatori internazionali, partner e alleati, non rivali e nemici, l’appoggio ufficiale italiano alla Nuova Via della Seta è controcorrente rispetto agli interessi europei ed euro-atlantici.

Chi non ci vede pericoli, ma solo possibilità di sviluppo di scambi e investimenti, riduce il discorso – come ha fatto il premier Conte – all’ambito economico e commerciale. Lorenzo Mariani, analista dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), osserva però che la Nuova Via della Seta delle infrastrutture e degli accordi commerciali è da tempo evoluta in un vastissimo progetto “cui si lega a doppio nodo l’intera politica estera cinese”.

Spiega Mariani: “In principio erano la ‘Economic Belt along the Road’ e la ‘21st century maritime silk road’; poi fu la volta della ‘One Belt One Road’ (Obor) e della ‘New Silk Road’; infine venne la ‘Belt and Road Initiative’ (Bri). Da quando, sul finire del 2013, il presidente Xi scelse questa via per il rilancio internazionale della Cina, quella che il dibattito italiano identifica semplicemente come Nuova Via della Seta è stata al contempo tantissime cose ed una sola: un topos narrativo costruito da Pechino sotto cui far rientrare qualsiasi sua proiezione al di fuori dei confini nazionali. Nato come uno strumento di diplomazia periferica in ottica regionale, il progetto è stato dapprima esteso al super-continente euro-asiatico e in seguito a tutto il mondo finendo per divenire il simbolo del nuovo globalismo cinese, un simbolo contrapposto ai recenti protezionismo e neo-isolazionismo statunitensi”.

Oggi, il progetto è globale: va dall’Africa all’America latina, passa per i poli (Via della Seta Polare) e invade il web (Via della Seta Digitale). Per Mariani, dunque, “definire la Nuova Via della Seta come un semplice progetto infrastrutturale o commerciale significa dire solo una parte della storia. E’ piuttosto di un progetto fluido, una piattaforma – come oggi preferisce descriverla Pechino – che si presta ad essere adattata in funzione del Paese cui viene chiesto di partecipare o della tematica che viene affrontata”.

Tentazioni e diffidenze
Un progetto infrastrutturale connettivo di questa portata avrebbe potuto diventare uno strumento per proiettare un’immagine positiva della Cina nel mondo, oltre che per soddisfare i bisogni di sviluppo dell’economia cinese. Invece, dal punto di vista della comunicazione, il risultato è stato esattamente l’opposto: “Gli sforzi di Pechino per ammantare l’iniziativa di un’aura positiva non hanno impedito il diffondersi di un forte scetticismo”, nonostante, o forse a causa di, numerose adesioni, soprattutto in Africa, e tentazioni (in Europa, dalla Grecia al Portogallo, dalla Polonia a diversi Paesi dell’ex Europa orientale).

Uno studio recente del think tank Bruegel mostra che la ‘Belt and Road Initiative’ è ben vista solo come veicolo per l’arrivo di capitali o l’incremento dell’export, anche dove programmi concreti sono già stati avviati. “La Cina – osserva Mariani – non riesce a scrollarsi di dosso la doppia natura di ambìto partner elargitore di investimenti e al contempo di temuto concorrente commerciale, così come non riesce a fare cadere i dubbi sul possibile utilizzo, sia pure in un futuro ancora lontano, delle infrastrutture realizzate in giro per il mondo come basi logistiche per le proprie forze armate” e, in un future più prossimo, delle reti tecnologiche per azioni di spionaggio e di condizionamento.

A peggiorare la situazione ci sono alcune esperienze fallimentari che hanno fornito ai detrattori della Nuova Via della Seta le prove dei rischi associati alla partecipazione all’iniziativa cinese. Nella ‘trappola del debito’, ad esempio, è caduto lo Sri Lanka: il governo di Colombo ha dovuto dare in concessione alla China Merchants Port il porto di Hambantota per 99 anni a causa dell’impossibilità di sostenere il debito contratto per la sua realizzazione.

Differenze di approccio tra l’Italia, gli Usa, l’Ue
Su questo sfondo, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, già rappresentante dell’Italia presso l’Ue e commissario europeo ‘ad interim’, rileva “ambiguità e qualche contraddizione” nell’atteggiamento italiano, “con il rischio che una visita che deve servire a consolidare un rapporto con il Paese che si appresta a diventare la prima potenza economica del mondo ( e che è già comunque uno dei grandi protagonisti sulla scena internazionale) si trasformi in ulteriore occasione di incomprensioni e frizioni con i partner tradizionali dell’Italia, Usa e Ue”.

L’attenzione italiana per l’iniziativa cinese non è nuova ed era stata espressa anche da altri governi. Del resto, fino all’autunno scorso non era stato avviato nessun serio coordinamento in sede europea sulla partecipazione alla Nuoa Via della Seta. In assenza di un linea comune europea, ben 13 Paesi dell’Ue hanno firmato analoghi MoU con il governo cinese; ed esiste da tempo un Forum informale, il ’16+1′, dove la Cina dialoga con 16 Paesi dell’Europa Centro-Orientale e dei Balcani Occidentali.

Negli ultimi tempi, è però cambiato l’atteggiamento verso la Cina di Usa ed Ue. L’ambasciatore Nelli Feroci osserva che, “per una curiosa e ritengo fortuita circostanza, la bozza del Protocollo d’Intesa italo-cinese è stata resa nota lo stesso giorno in cui la Commissione europea ha presentato al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri dell’Ue un documento di strategia, che dovrebbe essere poi adottato dal Consiglio europeo e che definisce le grandi linee di un approccio condiviso che la Ue e gli Stati membri dovrebbero tenere nei confronti della Cina. Un documento che, occorre precisare, non contiene nessuna messa in guardia esplicita all’Italia, ma che tuttavia elenca una serie di cautele e di misure di garanzia che gli Stati membri dovrebbero adottare nel definire le relazioni con la Cina”.

“Colpisce la differenza nei toni oltre che nei contenuti fra il documento della Commissione dell’Ue e il Protocollo d’Intesa italo-cinese”, scrive l’ambasciatore su AffarInternazionali.it. Il Protocollo “è molto ambizioso e delinea una sorta di partenariato strategico di ampio respiro che copre un numero di settori impressionante: commercio, investimenti, finanza, trasporti, logistica, infrastrutture, connettività, sviluppo sostenibile e mobilità delle persone fino alla cooperazione in Paesi terzi”.

Molto più prudente il documento europeo, “che pone l’accento sulle condizioni e sulle garanzie che gli europei dovrebbero ottenere dalla Cina nel quadro di un partenariato strategico: rispetto dei diritti fondamentali e della ‘rule of law’, reciprocità nel commercio e negli investimenti, maggiore apertura del mercato interno cinese, accesso agli appalti pubblici, un ‘level playing field’ che riduca gli effetti distorsivi dei sussidi alle imprese pubbliche cinesi e assicuri alle imprese europee eque condizioni di concorrenza e massima vigilanza sulla sicurezza delle reti di telecomunicazioni di nuova generazione”.

Due approcci sicuramente diversi, anche se non necessariamente in contraddizione, che hanno dato l’impressione di un contrasto tra Roma e Bruxelles, mentre i moniti da Washington sono espliciti, specie sul settore delle telecomunicazioni. Come se non bastassero i contrasti interni alla coalizione di governo: Xi ci porta la Cina, ma non la serenità e l’imperscrutabilità del Celeste Impero.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+