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Usa - Manafort - giudice

E’ la condanna più pesante finora pronunciata nei procedimenti collaterali al Russiagate, l’inchiesta sui contatti nel 2016 tra la campagna di Trump ed emissari del Cremlino. Ma è una condanna decisamente mite, rispetto alle richieste dell’accusa: Paul Manafort, l’ex manager della campagna del magnate, sconterà in prigione 47 mesi, poco meno di quattro anni. Protagonista assoluto dell’udienza verdetto il giudice T.S. Ellis III, 79 anni, una dinastia del suo.

All’epoca del West, dei cowboy e delle pistole fumanti, la legge a ovest del Pecos era Roy Bean, eccentrico proprietario di saloon nella Contea di Val Verde in Texas, autoproclamatosi giudice e divenuto una leggenda della giustizia di frontiera. All’epoca del Russiagate, T.S. Ellis III è la legge a sud del Potomac, il fiume che lambisce Washington e che separa Distretto di Colombia e Virginia: il giudice in aula si comporta da “Cesare nella sua Roma” – la definizione è del New York Times – e adatta la legge alle sue convinzioni e, soprattutto, alle sue percezioni.

Del processo a Manafort, il giudice Ellis ha fatto un vero e proprio show giuridico e mediatico: nominato dal presidente Regan giudice federale nel Distretto di Alexandria, cittadina coloniale che sta di fronte a Washington, sull’altra riva del fiume, lungo la strada che conduce a Mount Vernon, dov’è la casa di George Washington, il giudice ha modi spicci ed è intransigente e intollerante più con i procuratori e gli avvocati che con gli imputati.

Manafort, poi, gli si è presentato davanti l’altro giorno, irriconoscibile rispetto all’uomo di potere che era, ben vestito e sicuro di sé, un po’ gigione e un po’ piacione: su una sedia a rotelle, dimesso, persino trasandato nella sua divisa da carcerato verde marcio – sta già scontando la sua pena -.

Quando ha chiesto di parlare, Manafort si è detto “umiliato”, si è lamentato per lo stato di salute e ha ricordato la sua famiglia: ha chiesto compassione, ma non ha chiesto scusa per i suoi reati e non se n’è assunto la responsabilità. Il giudice, in un certo senso, gli ha dato retta, stimando “eccessiva” la pena tra i 19 e i 24 anni chiesta dall’accusa; anche se lo ha rimbrottato per il suo atteggiamento.

Il fatto che T.S. Ellis III sia stato mite non ha però consolato il magnate presidente: Donald Trump dice di “stare male” per il suo sodale della campagna 2016, che il 12 è atteso da un altro verdetto – stavolta rischia fino a dieci anni -. E, già che c’è, Trump ne profitta per twittare l’ennesima falsità: dal caso Manafort – scrive – non emerge nessuna collusione con la Russia, ma la caccia alle streghe continua ed è un male per il nostro Paese. Il magnate si riferisce sia all’inchiesta del Russiagate condotta dal procuratore speciale Robert Mueller sia all’indagine a tutto campo avviata alla Camera dai democratici.

Ma il processo a Manafort non aveva nulla a che vedere con le collusioni della squadra di Trump con il Cremlino: il manager era a giudizio per avere violato le regole della sua attività di lobbista e per frodi fiscali e bancarie. I risultati dell’inchiesta sul Russiagate saranno, invece, depositati presto da Mueller.

Le cronache dalla Casa Bianca sono essenzialmente giudiziarie, in queste ore: c’è Michael Cohen, l’ex legale di fiducia, che chiede gli arretrati al magnate; e c’è Stormy Daniels, la pornostar, che perde una causa contro Trump a Los Angeles. In attesa di occuparsi di Cina e di dazi, il presidente deve pure gestire le dimissioni del responsabile della comunicazione Bill Shine: nessun giallo, pare, ma solo un cambio di casacca. L’ex top manager di Fox sarà il regista della campagna presidenziale 2020.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+