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Russiagate - Manafort - Cohen
August 22, 2018 - New York, NY, U.S. - Headlines of New York newspapers on Wednesday, August 22, 2018 report on the previous day's conviction on 8 counts of ex-aide to President Trump, Paul Manafort, and the plea bargain agreement of ex-lawyer to Donald Trump, Michael Cohen. The conviction and plea bargain occurred within hours of each other in Washington and New York courtrooms. (Credit Image: © Richard B. Levine/Levine Roberts via ZUMA Press)

Ci sono giornate che portano solo cattive notizie: ancora prima di conoscere la pena comminata all’ex capo della sua campagna elettorale, Paul Manafort, Donald Trump è investito dalla tempesta sul disavanzo commerciale 2018 record – 891,3 miliardi di dollari – e dall’inasprimento del confronto con la Cina sulla vicenda Huawei. Poi, gli arriva il conto del suo ex legale: Michael Cohen, che gli comprava in nero il silenzio delle amichette, gli fa causa, sollecita onorari arretrati per due milioni di dollari.

Dunque, il deficit commerciale degli Stati Uniti va su, nonostante i dazi a gogo – più minacciati che attuati – e tutta la retorica, elettoralmente vincente, dell’‘America first’ e del fare l’America grande di nuovo. Non fosse che l’opposizione democratica prova a incartarsi da sola, con l’iniziativa un po’ avventurosa della commissione d’inchiesta alla Camera sull’operato del presidente, per il magnate sarebbe un giovedì tetro.

Cominciamo dal Russiagate. Manafort, che prima di essere il capo della campagna di Trump faceva il lobbista, è stato riconosciuto colpevole lo scorso anno di otto capi di imputazione per frode fiscale e bancaria in un processo scaturito dal Russiagate, ma non correlato alle collusioni – finora presunte – con Mosca su cui indaga il procuratore speciale Robert Mueller.

Il manager, che ha nel frattempo perso i benefici concessigli come collaboratore di giustizia, perché s’è scoperto che mentiva a Mueller, rischiava da 19 a 24 anni di carcere per aver occultato i compensi del lavoro di lobbista, non registrato, a favore dei filo-russi in Ucraina e per avere gonfiato il valore dei suoi beni nelle richieste di prestiti. Se la cava, però, con una condanna a 47 mesi, neppure quattro anni.

Su Manafort, pende, inoltre, un’altra condanna sino a 10 anni in un procedimento distinto, dove s’è riconosciuto colpevole di cospirazione contro gli Usa e di ostruzione alla giustizia. Lì, la sentenza è attesa il 13 marzo.

Se per Manafort è l’ora delle sentenze, per Cohen, l’avvocato personale del magnate e showman, per una decina d’anni prima che divenisse presidente, è sempre l’ora delle audizioni in Congresso. A chi, mercoledì, gli contestava di avere detto, nel 2017, cose ben diverse da quelle attuali, Cohen, anch’egli in procinto di finire in carcere – s’è già visto infliggere una condanna a tre anni -, spiega che gli avvocati di Trump gli dettarono le dichiarazioni sulla Trump Tower a Mosca, progetto di cui il presidente ha sempre sostenuto – pare mentendo – di non essersi interessato.

Più in sordina, ma con maggiore credibilità personale, un altro ex legale di Trump, Ty Cobb, che lasciò l’incarico quando sentì puzza di bruciato, definisce Muller “un eroe americano” e nega che l’inchiesta sul Russiagate sia “una caccia alle streghe”, come sostiene la Casa Bianca. Che, intanto, definisce “vergognoso e offensiva” la decisione della Camera, a maggioranza democratica, d’avviare un’indagine a tutto campo sull’Amministrazione Trump come sulla campagna e gli affari del magnate. “La loro intimidazione nei confronti del popolo americano è vergognosa”, afferma Sarah Sanders, la portavoce. L’iniziativa, un po’ avventurosa, non fa l’unanimità fra i democratici: meglio attendere l’esito dell’inchiesta di Mueller, per provare a mettere alle strette il presidente.

L’aumento del deficit commerciale contrasta con la narrativa di Trump, secondo cui il disavanzo dà la misura di quanto gli altri Paesi si approfittino degli Stati Uniti. Ma – spiegano gli economisti – deriva proprio delle scelte del presidente: la frenata globale dell’economia e la forza del dollaro concorrono a rallentare l’export statunitense; mentre la riforma fiscale, che ha lasciato 5,1 miliardi di dollari in più nelle tasche degli americani, induce i consumatori a comprare più beni importati, potendoselo permettere.

La Cina è il maggiore competitore commerciale degli Usa: i negoziati tra i due giganti vanno avanti, ma il clima è avvelenato dai contrasti tra l’Amministrazione di Washington e la Huawei, accusata d’avere violato le sanzioni anti-Iran. Il colosso delle tlc fa causa all’Amministrazione Trump, contestando la costituzionalità del National Defence Authorization Act che vieta ad agenzie federali l’acquisto di tecnologie e apparecchiature della Huawei e della Zte – pure cinese -, nel timore che esse possano prestarsi ad azioni di spionaggio. Carne al fuoco del Vertice tra Trump e il presidente Xi Jinping, il 27 marzo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+